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Il Garante: “80 app spia per ogni smartphone. Serve uno scudo digitale” – Intervista ad Antonello Soro

“Vuole una stima? Si calcola che il numero delle app in circolazione che tracciano le abitudini degli utenti, compresa la posizione, siano circa ottanta. Ottanta per ogni persona che ha uno smartphone nel mondo”. Antonello Soro, prossimo a lasciare l’incarico di Garante per la privacy che ricopre dal 2012, racconta cosi il mercato della raccolta dei dati nell’era del digitale e degli schermi tattili. Come denunciato da Repubblica e dal New York Times nei giorni scorsi, ormai viene chiesto l’accesso alla geolocalizzazione anche da app per cucinare o da televisori smart. E in teoria, a differenza di un servizio per l’affìtto di bici elettriche, non dovrebbero avere nessun interesse a domandarla. “In genere si pensa unicamente ai colossi del Web – prosegue Soro – quando esistono aziende piccole e medie che raccolgono e vendono informazioni di ogni tipo su di noi. Fino ad arrivare a grandi banche dati dedicate a questo scopo delle quali la maggior parte delle persone non sospetta nemmeno l’esistenza”.

Tutto per confezionare pubblicità su misura? Eppure a volte è poco efficace: un hotel proposto nel luogo dove si è appena stati o un oggetto che abbiamo già comprato.

“Questo perché il regolamento europeo sulla protezione dei dati (Gdpr) offre tutele che altrove non esistono. Ma non basta e comunque il problema non è solo la pubblicità”.

Cosa intende?

“Se su base quotidiana sai cosa fanno i cittadini, dove vanno e cosa comprano, hai un quadro della vita di un Paese. Un vantaggio geopolitico e tecnologico, l’intelligenza artificiale viene infatti addestrata su grandi quantità di dati. Chi ne ha di più e chi li può raccoglierne senza troppi vincoli, si trova in posizione migliore rispetto a chi invece protegge le persone. Pensi alla Cina. E purtroppo oggi non c’è nulla che impedisca ad una società di Pechino di raccogliere dati in Europa. Dovremmo avere uno scudo digitale, perché non abbiamo tutele né difese”.

Una di queste compagnie, l’americana LiveRamp, è stata nominata fra le peggiori aziende in assoluto per la sua spregiudicatezza. Possibile non si possano fermare pratiche del genere nemmeno se arrivano dagli Stati Uniti?

“Queste aziende hanno sedi o filiali in aree diventate dei paradisi dei dati. Dal Sud Africa all’Asia ne esistono tanti e non tutti sono noti. Ci vorrebbe il riconoscimento universale al diritto alla privacy, considerando che si tratta di un pezzo fondamentale della nostra società, e intanto sviluppare la cooperazione con accordi bilaterali come abbiamo fatto con il Giappone”.

Cosa dovrebbero fare nel frattempo le persone?

“Capire cosa c’è in gioco, sapere che involontariamente coinvolgono anche i loro conoscenti. Si accetta di essere geolocalizzati con leggerezza o di accedere ad un servizio usando le credenziali di Facebook regalando così, attraverso i social, tutto quel che riguarda noi e la nostra rete di amicizie. Le condizioni dei contratti vengono stabilite unilateralmente dalle aziende con il risultato che gli utenti sono ad un tempo vittime e compiici. La cultura digitale andrebbe insegnata dalle medie: e non parlo di come funziona uno smartphone, ma dei sistemi sociali, politici ed economici alle spalle”.

Shoshana Zuboff in “II capitalismo della sorveglianza” e lei nel suo saggio “Democrazia e potere dei dati” parlate apertamente di un sistema pericoloso nato quando abbiamo smesso di cercare nel Web e il Web ha iniziato a cercare nelle nostre vite. Siamo così vulnerabili?

“Abbiamo fatto il possibile in questi anni, in Italia con scarse risorse. Ora però se non ci difendiamo non solo siamo destinati ad esser profilati, ma sul piano economico e tecnologico diverremo semplice terreno di conquista. Un bottino. Solo questo”.


Fonte: garanteprivacy.it



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Pa: il Garante Privacy chiede più tutele per chi segnala gli illeciti

Adottare ulteriori misure per proteggere l’identità di chi segnala riservatamente condotte illecite e quella dei presunti autori, delineare più precisamente i fatti che possono essere segnalati con il “whistleblowing” nella Pa, definire meglio il ruolo dei soggetti coinvolti.

Queste sono alcune delle condizioni e osservazioni indicate dal Garante per la privacy nel parere sulla bozza di “Linee guida in materia di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza in ragione di un rapporto di lavoro, ai sensi dell’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001, (c.d. whistleblowing)”, predisposta dall’Anac.

Le Linee guida – rivolte ai datori di lavoro in ambito pubblico, ma contenenti anche indicazioni per l’inoltro di segnalazioni da parte di dipendenti di imprese fornitrici di beni o servizi per la Pa – specificano le misure tecniche di base che le pubbliche amministrazioni, titolari del trattamento dei dati, dovranno adottare ed eventualmente ampliare, tenendo conto degli specifici rischi del trattamento e nel rispetto dei principi di privacy-by-design e privacy-by-default.

Il testo delle linee guida era stato inizialmente posto dall’Autorità anticorruzione in consultazione pubblica e poi integrato sulla base di una positiva collaborazione con il Garante per la privacy, così da rafforzare la tutela della speciale riservatezza dell’identità del segnalante e delle informazioni che facilitano l’individuazione di fenomeni corruttivi nella Pa.Tale collaborazione aveva portato anche a delineare meglio, ad esempio, il ruolo dei fornitori di applicativi e servizi informatici utilizzati per l’acquisizione e la gestione delle segnalazioni, nonché a proporre accorgimenti specifici per evitare la tracciabilità del segnalante.

Il parere favorevole del Garante privacy è però condizionato – anche alla luce degli esiti di attività ispettive avviate nel corso del 2019 proprio nei confronti dei principali soggetti (società informatiche, pubbliche amministrazioni) che trattano dati nell’ambito del whistleblowing – all’introduzione di specifiche modifiche che possano evitare di compromettere la corretta gestione delle segnalazioni.

Al fine di incrementare l’utilizzo e la fiducia in questo strumento, il Garante ha chiesto, ad esempio, che nelle Linee guida vengano circoscritte e definite meglio le condotte segnalabili con il “whistleblowing”, così da evitare che gli uffici che gestiscono le segnalazioni rischino di trattare illecitamente i dati delle persone citate, magari perché riferibili a casi non previsti dalla normativa anticorruzione. Dovranno poi essere specificati meglio – seppure con alcune limitazioni a tutela dell’identità del segnalante – i diritti garantiti dalla normativa privacy anche all’autore del presunto illecito.

Dovrà inoltre essere limitata al “responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza” la possibilità di associare la segnalazione all’identità del segnalante. Nel parere è indicato, tra l’altro, che occorre specificare meglio il ruolo svolto nel trattamento dei dati dai soggetti (sia interni all’amministrazione, sia esterni come l’Autorità giudiziaria e la Corte dei Conti) che possono conoscere le informazioni contenute nelle segnalazioni riservate.

Il Garante ha infine chiesto all’Anac di rafforzare nelle Linee guida le misure tecniche e organizzative necessarie per tutelare l’identità del segnalante, utilizzando, ad esempio, protocolli sicuri per la trasmissione dei dati, abilitando accessi selettivi ai dati contenuti nelle segnalazioni, ed evitando che la piattaforma invii al segnalante notifiche sullo stato della pratica, in quanto tali messaggi potrebbero consentire di svelarne l’identità.

https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9215912


Fonte: garanteprivacy.it



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Lavoro: è illecito mantenere attivo l’account di posta dell’ex dipendente

Commette un illecito la società che mantiene attivo l’account di posta aziendale di un dipendente dopo l’interruzione del rapporto di lavoro e accede alle mail contenute nella sua casella di posta elettronica. La protezione della vita privata si estende anche all’ambito lavorativo.

Questi i principi ribaditi dal Garante per la privacy nel definire il reclamo di un dipendente che lamentava la violazione della disciplina sulla protezione dei dati da parte della società presso la quale aveva lavorato.

L’ex dipendente contestava, in particolare, alla società la mancata disattivazione della email aziendale e l’accesso ai messaggi ricevuti sul suo account. L’interessato era venuto a conoscenza di questi fatti per caso, nel corso di un giudizio davanti al giudice del lavoro promosso nei suoi confronti dalla sua ex azienda, avendo quest’ultima depositato agli atti una email giunta sulla sua casella di posta un anno dopo la cessazione dal servizio.

Dagli accertamenti svolti dall’Autorità è emerso che l’account di posta era rimasto attivo per oltre un anno e mezzo dopo la conclusone del rapporto di lavoro prima della sua eliminazione, avvenuta solo dopo la diffida presentata dal lavoratore. In questo periodo la società aveva avuto accesso alle comunicazioni che vi erano pervenute, alcune anche estranee all’attività lavorativa del dipendente.

Il Garante ha ritenuto illecite le modalità adottate dalla società perché non conformi ai principi sulla protezione dei dati, che impongono al datore di lavoro la tutela della riservatezza anche dell’ex lavoratore. Subito dopo la cessazione del rapporto di lavoro, un’azienda deve infatti rimuovere gli account di posta elettronica riconducibili a un dipendente, adottare sistemi automatici con indirizzi alternativi a chi contatta la casella di posta e introdurre accorgimenti tecnici per impedire la visualizzazione dei messaggi in arrivo.

L’adozione di tali misure tecnologiche – ha spiegato il Garante – consente di contemperare l’interesse del datore di lavoro di accedere alle informazioni necessarie alla gestione della propria attività con la legittima aspettativa di riservatezza sulla corrispondenza da parte di dipendenti/collaboratori oltre che di terzi. Lo scambio di email con altri dipendenti o con persone esterne all’azienda consente infatti di conoscere informazioni personali relative al lavoratore, anche solamente dalla visualizzazione dei dati esterni delle comunicazioni (data, ora oggetto, nominativi di mittenti e destinatari).

Oltre a dichiarare l’illecito trattamento, il Garante ha quindi ammonito la società a conformare i trattamenti effettuati sugli account di posta elettronica aziendale dopo la cessazione del rapporto di lavoro alle disposizioni e ai principi sulla protezione dei dati ed ha disposto l’iscrizione del provvedimento nel registro interno delle violazioni istituito presso l’Autorità. Tale iscrizione costituisce un precedente per la valutazione di eventuali future violazioni.


Fonte: garanteprivacy.it



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Privacy: controllo più efficace sui grandi sistemi informativi Ue

Il controllo sul trattamento dei dati svolto nell’ambito dei grandi sistemi informativi dell’Ue ed effettuato da organismi, uffici e agenzie europei sarà gradualmente trasferito a una nuova struttura. La nuova Commissione di Controllo Coordinato, questa la sua denominazione, rafforzerà la cooperazione tra le diverse Autorità di protezione dati e garantirà verifiche più efficaci.

La Commissione è stata istituita nell’ambito del Comitato europeo per la protezione dei dati ((EDPB)) e riunisce le Autorità garanti privacy dell’Ue e il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS), nonché le Autorità di controllo degli Stati extra-Ue che partecipano al sistema Schengen.

La nuova struttura si occuperà di vigilare sui sistemi informativi e sugli organismi, gli uffici e le agenzie operanti nei settori delle frontiere, dell’asilo e della migrazione (SIS, EES, ETIAS e VIS), della cooperazione di polizia e giudiziaria (SIS, EPPO, Eurojust, ECRIS-TCN) e del mercato interno (IMI).

Tra i compiti della Commissione rientreranno, tra l’altro, il sostegno alle Autorità garanti della protezione dei dati personali nello svolgimento di audit e ispezioni; gli approfondimenti sull’interpretazione o l’applicazione delle norme; lo studio dei problemi legati all’esercizio dei diritti degli interessati; l’elaborazione di proposte armonizzate per la soluzione dei problemi; le attività di sensibilizzazione rispetto ai diritti in materia di protezione dei dati.

La Commissione si riunirà almeno due volte l’anno in una composizione variabile a seconda del sistema informativo, dell’organo o dell’agenzia soggetti a vigilanza.

Nel corso della sua prima riunione, la Commissione ha eletto Giuseppe Busia dell’Autorità di controllo italiana quale coordinatore e Iris Gnedler dell’Autorità federale tedesca in qualità di vice-coordinatore, per un mandato di due anni, e ha adottato il proprio regolamento interno.

Nota per la stampa

Di seguito ulteriori informazioni sui sistemi informativi, gli organi, gli uffici e le agenzie che rientrano nel campo di attività della commissione:

Frontiere, asilo e migrazione:

SIS — Sistema d’informazione Schengen (cooperazione in materia di controlli alle frontiere);

EES – Sistema di ingressi/uscite: Registrazione dei dati di ingresso e di uscita e dei dati relativi al respingimento dei cittadini di paesi terzi che attraversano le frontiere esterne degli Stati Schengen;

ETIAS – Sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi: consente di tracciare i visitatori provenienti da Paesi che non necessitano di un visto per entrare nell’area Schengen;

VIS — Sistema d’informazione visti: Il VIS collega i consolati nei paesi terzi e tutti i valichi di frontiera esterna degli Stati Schengen.

Cooperazione di polizia e giudiziaria:

SIS — Sistema d’informazione Schengen (cooperazione di polizia e giudiziaria);

EPPO — Procura europea;

Eurojust: Cooperazione giudiziaria in materia penale tra le agenzie degli Stati membri;

ECRIS-TCN — Sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari relativo a cittadini di paesi terzi: Sistema che consente alle autorità degli Stati membri di individuare quali altri Stati membri detengono informazioni relative a condanne nei confronti dei cittadini di paesi terzi o degli apolidi oggetto di controlli.

Mercato interno:

IMI — Sistema d’informazione del mercato interno: Scambio di informazioni tra autorità pubbliche coinvolte nell’attuazione concreta del diritto dell’Ue.


Fonte: garanteprivacy.it



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Valutazione del rischio da agenti biologici: come affrontarli al meglio?

E’ stata pubblicata sul sito di Eu-Osha una nuova relazione che passa in rassegna la letteratura scientifica su specifiche malattie professionali, quali malattie infettive e allergie, causate da agenti biologici. Include, inoltre, i risultati di un’indagine di esperti e una valutazione dei sistemi impiegati dagli Stati membri dell’UE per monitorare tali malattie ed esposizioni. La relazione fornisce raccomandazioni per migliorare le pratiche di monitoraggio e le strategie e politiche di prevenzione.

Il lavoro fa parte di un progetto su larga scala volto a lottare contro le malattie professionali nei luoghi di lavoro nell’UE e garantire una migliore prevenzione.

Agenti biologici e malattie professionali: risultati della rassegna della letteratura, indagine di esperti e analisi dei sistemi di monitoraggio

La presente relazione fa parte di un progetto di ampia portata volto a far fronte ai rischi derivanti dagli agenti biologici nei luoghi di lavoro. L’obiettivo del progetto è di aumentare la consapevolezza dell’esposizione a tali pericoli nei luoghi di lavoro, fornire maggiori informazioni in merito ai problemi di salute correlati e sostenere le iniziative di prevenzione.

La relazione presenta i risultati di una rassegna della letteratura scientifica, un’indagine di esperti e l’analisi dei sistemi selezionati impiegati dagli Stati membri dell’Unione europea per il monitoraggio delle malattie e dell’esposizione. Valuta le conoscenze esistenti in materia, anche in merito ai nuovi rischi emergenti, identifica le lacune nei dati e formula raccomandazioni per migliorare il monitoraggio e la prevenzione di questi rischi diffusi ma poco conosciuti.

https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/tipologie-di-rischio-C-5/rischi-da-agenti-biologici-C-52/valutazione-del-rischio-da-agenti-biologici-come-affrontarli-al-meglio-AR-19629/


Fonte: puntosicuro.it



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Università: concorsi, no ad accesso civico ai dati di elaborati e curricula

Il Garante privacy ha confermato la decisione dell’Università degli Studi di Firenze di negare ad una persona l’accesso civico generalizzato agli elaborati scritti, ai verbali di correzione e ai curricula dei partecipanti ad un concorso pubblico. La messa a disposizione di tale documentazione avrebbe potuto arrecare un pregiudizio concreto alla tutela dei dati personali dei partecipanti stessi.

L’Autorità, in conformità alla normativa vigente alle Linee guida dell’Anac in materia di accesso civico, ha ribadito quanto già precedentemente espresso con numerosi provvedimenti.

Tenuto conto che tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di accesso civico sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli, occorre garantire la tutela dei dati personali in essi contenuti nei casi in cui l’accesso possa arrecare un pregiudizio concreto agli interessati.

Nel formulare il suo parere all’Università, il Garante ha ribadito che il curriculum vitae, così come l’elaborato scritto, contiene numerose informazioni delicate che non sempre si desidera portare a conoscenza di chiunque e che meritano dunque un’opportuna riservatezza.

Si tratta infatti di informazioni personali, non unicamente legate al percorso di studi, come l’adesione ad associazioni, e che possono anche rivelare opinioni di tipo politico o convinzioni filosofiche e religiose.

L’Autorità ha chiarito che risulta impossibile accordare anche solo un accesso parziale in quanto la presenza nei curricula di dati e informazioni dettagliate degli interessati rende particolarmente difficile, se non impossibile, l’anonimizzazione del documento, mentre il fatto che l’elaborato scritto sia redatto di proprio pugno può rendere possibile la re-identificazione a posteriori del candidato.

Non consentendo l’accesso civico ai curricula e agli elaborati scritti si deve negare l’accesso civico anche ai loro verbali di correzione.

Il Garante ha evidenziato come, nel caso specifico, non siano stati coinvolti i soggetti controinteressati che, se individuati dall’amministrazione cui è indirizzata la richiesta di accesso, devono essere informati per consentire loro, eventualmente, di presentare una motivata opposizione entro dieci giorni dalla ricezione della comunicazione.

L’Autorità ha precisato infine che resta in ogni caso salva per il richiedente la possibilità di accedere alla predetta documentazione avvalendosi della legge 241 del 1990, laddove dimostri l’esistenza di “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”.


Fonte: garanteprivacy.it



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Bonus cultura 2019: ok del Garante privacy

Sì del Garante per la privacy al regolamento che disciplina il cosiddetto “Bonus cultura” per i ragazzi che compiono 18 anni nel 2019. Nel complesso, lo schema di decreto, predisposto dal Mibact di concerto con il Mef, conferma i contenuti e le modalità già stabiliti per l’erogazione del beneficio negli anni passati.

In particolare, è previsto che la “Carta elettronica”, del valore di 500 euro, venga realizzata in forma di app e sia utilizzabile da tutti i diciottenni residenti nel territorio nazionale, compresi quelli in possesso, ove previsto, di un permesso di soggiorno valido. I ragazzi dovranno registrarsi all’indirizzo http://www.18app.italia.it con le proprie credenziali Spid. Attraverso la Carta il diciottenne potrà generare, sulla piattaforma “18app”, voucher di spesa, individuali e nominativi, per l’acquisto di libri, corsi di lingua, biglietti per musei, cinema, teatri. I voucher saranno accettati dalle strutture e dagli esercizi commerciali registrati nella medesima piattaforma. Dopo l’emissione delle fatture elettroniche Consap spa provvederà, previo riscontro, alla loro liquidazione.

Nel dare il via libera al regolamento, l’Autorità ha espresso alcune osservazioni per rendere le disposizioni pienamente conformi alla normativa europea e nazionale sulla protezione dei dati.

La novità, introdotta dallo schema di regolamento, prevede che, ad ogni transazione, sia acquisito e memorizzato l’indirizzo email indicato dal diciottenne al momento della creazione dell’identità digitale tramite Spid.  Poiché la specifica finalità di Spid è quella di consentire la verifica dell’identità dell’utente, l’Autorità suggerisce al Mibact di valutare se non sia preferibile permettere al ragazzo, considerata la diversa finalità, di indicare un altro indirizzo e-mail per ricevere le comunicazioni relative alla carta elettronica.

A parere del Garante, sarebbe opportuno, inoltre, adeguare lo schema al nuovo quadro giuridico europeo,
prevedendo che il Ministero provveda, ai sensi della normativa sulla privacy, a definire gli obblighi e le responsabilità reciproche tra l’Amministrazione e i soggetti coinvolti (Sogei e Consap).

Per quanto riguarda, infine, l’articolo del regolamento relativo al trattamento dei dati che demanda al Mibact la disciplina delle modalità e dei tempi della gestione e conservazione dei dati personali, il Garante resta in attesa di ricevere gli schemi dei provvedimenti attuativi sui quali esprimere il proprio parere di competenza.


Fonte: garanteprivacy.it



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GDPR: linee guida per l’applicazione di sanzioni

Le sanzioni, potenzialmente assai salate, previste dal regolamento generale europeo della protezione dei dati personali, devono essere calcolate dopo aver valutato l’evento da sanzionare, sulla base di ben 11 parametri diversi; appare chiaro che una valutazione così personalizzata può portare a situazioni assai diverse, a seconda dei criteri che vengono utilizzati dalle varie autorità garanti europee.

Ecco il motivo per cui in alcuni paesi si stanno cominciando a tracciare delle linee guida, che possono aiutare le autorità Garanti a stabilire il peso da dare agli 11 parametri, giungendo infine alla determinazione della sanzione applicabile. Ricordo, come concetto generale, che il regolamento prevede che una sanzione debba essere effettiva, proporzionata e dissuasiva. Gli 11 parametri di valutazione sono elencati all’articolo 83 del regolamento europeo.

È del tutto normale il fatto che, in vari paesi europei, gli 11 parametri possono essere valutati in modo assai diverso e questo fatto va in contrasto con il principio di coerenza, che vuole che le modalità di applicazione del regolamento, e quindi delle sanzioni, siano omogenee in tutta Europa.

L’autorità Garante federale, che coordina l’attività delle autorità garanti dei singoli Stati (Laender) della Germania, si è mossa in questa direzione, mettendo a punto un modello di valutazione dell’entità delle sanzioni, che dovrebbe essere utilizzato dalle singole autorità Garanti dei singoli Stati.

La metodologia è piuttosto complessa, tanto è vero che in un recente caso il calcolo della sanzione, con le dovute spiegazioni, ha portato a sviluppare un documento lungo ben 24 pagine.

Il punto di partenza per il calcolo della sanzione è piuttosto sorprendente, perché parte dalla valutazione del bilancio annuale dell’ente coinvolto, riportato su base quotidiana.

Questa somma viene moltiplicata per dei fattori numerici, che sono appunto calcolati in base al comma 2 dell’articolo 83 del regolamento, come ad esempio la gravità della violazione, la responsabilità oggettiva dell’organizzazione, l’entità del danno causato agli interessati coinvolti, eccetera.

È evidente che una tale approccio può destare un elevato stupore, soprattutto in paesi, come il nostro, in cui il concetto di sanzione correlata al fatturato annuo era completamente sconosciuto.

Per fare un caso concreto, se una azienda, oppure un gruppo di aziende, coinvolte nella violazione, generano vendite per 90 miliardi di euro nell’anno precedente, il rateo giornaliero è 250 milioni di euro, vale a dire 90 miliardi di lire divisi per 360 giorni.

Il passo successivo è una valutazione, effettuata dall’autorità coinvolta, sulla gravità della specifica violazione.

A questo punto si deve prendere in considerazione il comma 4 ed il comma 6 dell’articolo 83 del regolamento, introducendo ovviamente un certo livello di discrezionalità da parte dell’autorità Garanti coinvolte.

Il modello messo a punto in Germania prevede cinque livelli di gravità della violazione, ognuno associato un coefficiente di moltiplicazione. Ecco la tabella:

  • violazione minore: moltiplicazione da uno fino a quattro volte
  • Violazione media: moltiplicazione da quattro a otto volte,
  • violazione grave: moltiplicazione da otto a 12 volte,
  • violazione gravissima: moltiplicatore da 12 a 14,4 volte.

Sulla base della valutazione della gravità, si ha a disposizione un fattore moltiplicatore del rateo giornaliero, che può portare a calcolare un valore mediano, che risulta la base per un approfondimento delle modalità di calcolo della sanzione.

Facciamo un esempio:

nel caso la azienda prima menzionata abbia un turnover annuo di 90.000.000.000, i1 rateo giornaliero è 250 milioni di euro; ove essa sia coinvolta in una violazione minore, l’autorità può moltiplicare il rateo giornaliero di 250 milioni di euro per 1 e fino a 4 volte. Ciò porta ad un importo variabile tra 250 milioni ed 1 miliardo di euro, con valore mediano di 625 milioni di euro.

Passiamo adesso a valutare la specifica violazione in esame, analizzando i seguenti parametri:

  • durata nel tempo della violazione,
  • natura, estensione e finalità di questo trattamento illecito,
  • numero di interessati coinvolti nel trattamento violato,
  • valutazione del danno subito dagli interessati coinvolti.

L’autorità a questo punto assegnano un punteggio da 0 a 4 ad ognuno di questi criteri e calcola il totale di questi valori. Il punteggio da 0 a 1 viene per solito applicato a fattori che mitigano il rischio, come ad esempio un ridotto numero di interessati coinvolti, modesti danni agli interessati stessi, breve durata della violazione e così via. Il punteggio 2 può essere applicato se non ci sono fattori mitiganti oppure aggravanti; il punteggio da 3 o 4 viene applicato quando vi sono fattori aggravanti, ad esempio come nel caso in cui la violazione sia stata prolungata nel tempo. La somma di questi punteggi produce quindi un numero compreso fra zero e 16.

Questo valore viene inserito in una complessa tabulazione, ancora non diffusa pubblicamente, per vedere se devono essere usati ulteriori moltiplicatori, sia per aumentare sia per diminuire il valore mediano già determinato in precedenza.

Continuiamo con un esempio pratico, seguente a quello precedentemente illustrato.

Se ad esempio le autorità valuta che i quattro criteri sopra menzionati portino ad un punteggio di 2 per ognuno dei quattro criteri, siamo al punteggio totale di otto, senza applicare ulteriori moltiplicatori; pertanto non è necessario aumentare a diminuire il valore mediano già calcolato.

Il valore mediano risulta ancora uguale a 625 milioni di euro.

Indi l’autorità Garante coinvolta passa ad analizzare qualsiasi altro criterio rilevante illustrato al comma 2 dell’articolo 83. Ad esempio, valutando il fattore casuale, doloso o frutto di negligenza, la rapidità con cui la violazione è stata messa sotto controllo, l’esistenza di precedenti violazioni, il livello di cooperazione con l’autorità garante e, se del caso, la presenza di certificazioni applicabili al trattamento.

Infine, l’autorità Garante potrà fare una valutazione globale della situazione e stabilire se vi sono elementi per un aggravamento della sanzione sin qui calcolata.

Alcuni esperimenti pratici, utilizzando questa linea guida, mostrano che le sanzioni che dovrebbero essere applicate dovrebbero essere molto più elevate di quelle fin adesso applicate dall’autorità Garanti statali tedesche. Il metodo di calcolo prevalentemente lineare, che parte dal fatturato annuo, può portare a somme assolutamente straordinarie.

A questo punto ci si chiede se questo schema abbia buone probabilità di essere recepito anche a livello europeo e, in caso di contestazione da parte del titolare coinvolto, bisogna vedere se la magistratura giudicante può ritenere che questo modello sia credibile o non possa essere assoggettato a contestazioni di varia natura, da parte della difesa del titolare.

È comunque apprezzabile il fatto che si sia cercato di mettere a punto una linea guida, che potrà certamente essere migliorata, ma che può rappresentare una guida preziosa per molte autorità nazionali, che ad oggi si muovono con un notevole livello di incertezza, in fase di determinazione di sanzioni applicabili.


Fonte: puntosicuro.it



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Monza, prof del liceo artistico in classe col caschetto per protesta

A scuola con il casco da cantiere. Il professor Domenico Porchi, insegnante di discipline artistiche e laboratorio artistico, si dice «indignato per il basso livello di sicurezza generale in cui versa il Liceo artistico Nanni Valentini, di Monza in Villa Reale e della succursale di via Magenta, sedi in cui presta servizio». Perciò manifesta pacificamente indossando in classe il caschetto di protezione da cantiere, con la scritta «Siamo tutti responsabili».

«Non passa settimana – racconta il professore – senza che si verifichi un piccolo crollo o un distacco di intonaco o un cedimento in qualche una parte della scuola». Sabato 5 ottobre all’interno del cortile sono caduti pezzi di una persiana che hanno sfiorato una ragazzina, come ricorda il professore. Quindi i bidelli sono intervenuti a rimuovere le restanti tavolette della persiana prima che cadessero. Ad aprile 2019, in aula 19 si è staccata una finestra a vasistas (quelle con apertura a ribalta verso l’interno), anche in quel caso sfiorando una ragazza seduta al banco.

«L’aula 18 è stata dichiarata inagibile per problemi di sicurezza – fa osservare il professore – ma di fatto studenti e docenti la utilizzano. Parliamo di sicurezza e legalità e poi viene violato quotidianamente un divieto». Il dirigente ha anticipato che verrà messo un ponteggio, fatto un controtetto per la sistemazione del tetto. Anche nella vicina aula 19 si vedono muffe, alghe, alterazioni degli intonaci. Ovunque le copertine degli intonaci sono scollate e il muro bagnato da annose perdite rivela grosse crepe. All’ingresso di via Boccaccio, per incanalare gli studenti all’ingresso, ci sono le transenne sul marciapiedi, per rimanere discosti dall’edificio ex Borsa, malsicuro: si crea un percorso stretto e a ostacoli che nella concitazione di una eventuale fuga sarebbe pericoloso.

L’iter burocratico per la ristrutturazione della scuola, a partire dall’ex Borsa, è stato sbloccato. A gennaio di quest’anno il Comune ha pubblicato il bando da 900mila euro per la progettazione della ristrutturazione. In poco meno di 3 anni, secondo le stime del vicesindaco con delega alle Opere pubbliche Simone Villa, verranno appaltati ed eseguiti lavori stimati in 5,5 milioni di euro per rimettere a nuovo l’ex Borsa. A dicembre 2017, Monza ha ottenuto il riconoscimento di 9,1 milioni dal «Patto per la Lombardia», contributi destinati a quattro progetti in città tra cui il più significativo, da 7,9 milioni di euro, è per la riqualificazione dell’ex Borsa, l’unica parte della Villa Reale rimasta di proprietà diretta del municipio monzese. Per il cortile sono in previsione 1.7 milioni di euro, ma dal 2022. In divenire anche il percorso per il rifacimento della copertura del corpo centrale (1.9 milioni). Qualcosa si sta muovendo nell’iter burocratico. «Nel frattempo spero di non diventare una vittima del dovere», dice il professore. Anche nella succursale di via Magenta crollano intonaci dalla pensilina e ci sono transenne a ostacoli per entrare a scuola. Il dirigente Guido Soroldoni non rilascia dichiarazioni


Fonte: ilgiorno.it



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Come prevenire gli infortuni che avvengono negli spazi confinati?

Come sottolineato in numerosi articoli e anche in varie puntate della rubrica “ ambienti confinati”, dedicata al racconto degli infortuni professionali, gli ambienti confinati o sospetti di inquinamento sono tra gli ambienti lavorativi a maggior rischio per i lavoratori. Ambienti lavorativi che benché caratterizzati dalla presenza di una normativa specifica – il Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 177 sulla qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in questi ambienti – sono ancora mancanti di una definizione univoca che ne renda semplice l’identificazione.

In questa situazione confusa, e di fronte ai tanti incidenti mortali che ancora avvengono in questi ambienti, è importante presentare tutte le riflessioni e le analisi in grado di comprendere le eventuali criticità e i principali fattori di rischio da presidiare.

Ed è per questo motivo che presentiamo oggi una scheda informativa, pubblicata dal sistema di sorveglianza degli infortuni mortali e graviINFOR.MO., che analizzando le modalità di accadimento degli infortuni riporta alcune possibili misure preventive per ridurre il rischio di infortunio.

I dati relativi agli infortuni

Nella scheda n. 11, dal titolo “Gli ambienti confinati”, sono analizzati 69 eventi infortunistici, che hanno comportato 90 decessi, collegati agli ambienti confinati o sospetti di inquinamento (indicati per brevità come “ambienti confinati”) presenti nell’archivio del Sistema nazionale di sorveglianza degli infortuni mortali e gravi. E si sottolinea che nella scelta degli ambienti di cui occuparsi “non sono stati considerati gli scavi”.

Nella scheda si ricorda poi la mancanza, in letteratura, di una definizione univoca di ambiente confinato o confined space, e per la selezione dei casi si è fatto riferimento alle definizioni presenti in diversi standard, regolamenti, linee guida e indicazioni operative. Rimandiamo, in questo caso, alla lettura dei tanti articoli dedicati dal giornale proprio alle difficoltà di identificazione degli spazi presenti nei luoghi di lavoro.

Nell’analisi dei dati si indica che la distribuzione per attività economica degli infortuni mortali che si sono verificati negli ambienti confinati “mostra una elevata frequenza nei settori delle costruzioni (20,5%) e dell’agricoltura-silvicoltura (19,5%). Seguono le attività della metalmeccanica (fabbricazione e lavorazione dei prodotti in metallo e fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici) con il 12,6%, dello smaltimento dei rifiuti/acque di scarico (9,2%) e con il 5,7% del settore alimentare (in particolare della produzione vinicola). Non trascurabile è anche la quota relativa ai settori della movimentazione/magazzinaggio merci, del trasporto e del commercio, della manutenzione e riparazione di autoveicoli, che in totale concentrano oltre il 12% degli infortuni e dove di frequente l’ambiente confinato è rappresentato dal mezzo con cui si trasportano prodotti pericolosi”.

Un’altra analisi riguarda la natura della lesione: emerge che l’asfissia è predominante con il 64,4% (53,3% asfissia chimica e 11,1% asfissia fisica o meccanica), seguita dall’annegamento con il 17,7%. E un’altra caratteristica rilevata è “la presenza di casi collettivi (contemporaneo coinvolgimento di più persone nella dinamica infortunistica): questi rappresentano circa 1/4 (16 su 69) degli accadimenti esaminati. Con riferimento ai decessi avvenuti, il 41% (37 su 90) si è registrato in casi collettivi”.

Infine riprendiamo le indicazioni sul luogo confinato dove si verifica l’infortunio mortale: “si nota la prevalenza di 3 tipologie: cisterne/serbatoi/autoclavi (28,8%); vasche (22,2%) e pozzi/pozzetti (15,5%). Considerando i soli infortuni collettivi, nelle prime tre tipologie di ambiente si concentra oltre l’80% dei decessi”.

Riprendiamo dal documento una tabella sulla distribuzione degli infortunati per tipologia di ambiente confinato:

I rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori

Il documento, che fa spesso riferimento anche a quanto contenuto nel “ Manuale illustrato per lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ai sensi dell’art. 3 comma 3 del d.p.r. 177/2011”, segnala che gli ambienti confinati possono presentare “numerosi rischi per la salute e la sicurezza quali:

  • asfissia per carenza di ossigeno;
  • intossicazione per esposizione ad agenti chimici pericolosi;
  • esposizione ad agenti biologici;
  • caduta dall’alto dell’infortunato;
  • contatto con organi lavoratori in movimento;
  • scivolamento dovuti alla difficoltà di accesso/uscita, alla carenza/assenza di illuminazione naturale, alla presenza di tubazioni/cavi/materiali o di fondo vischioso/scivoloso;
  • seppellimento per caduta di polverulenti dall’alto;
  • ustione/congelamento per esposizione a sostanze corrosive, a temperature elevate o molto basse;
  • annegamento in presenza di melma/fanghi o variazioni improvvise di livello di altri fluidi;
  • folgorazione per presenza di connessioni elettriche;
  • ecc.

E “considerando la totalità degli infortuni mortali in ambienti confinati, i fattori di rischio più frequentemente rilevati sono gli errori nelle modalità operative, la mancata fornitura o il non utilizzo dei DPI necessari seguiti poi, come terzo fattore, dalle carenze strutturali e organizzative degli ambienti lavorativi”.

Le misure di prevenzione per gli spazi confinati

Partendo dalle criticità rilevate, la scheda indica poi le principali azioni di prevenzione e protezione.

Ad esempio “prima di consentire l’accesso di lavoratori ad un ambiente confinato è necessario verificare se l’attività lavorativa da svolgere possa essere effettuata comunque senza accedervi, evitando così l’esposizione al rischio, come ad esempio operando dall’esterno attraverso l’utilizzo di dispositivi teleguidati, telecamere, robot, droni e tenendo comunque sempre conto dello stato dell’arte e dello sviluppo tecnologico”.

Nel caso ciò non fosse possibile, occorre allora pianificare i lavori “al fine di individuare tutte le misure di prevenzione e protezione da mettere in atto per garantire la realizzazione, la verifica ed il mantenimento di condizioni di assenza di pericolo per la vita umana”.

Altre indicazioni:

  • “è necessario che i lavori vengano eseguiti secondo specifiche procedure di sicurezza, avvalendosi di personale in possesso di competenze, formazione e addestramento specifici;
  • dovranno essere effettuati preventivamente sopralluoghi conoscitivi e stabilire se è necessario eseguire, e con quali modalità, misure strumentali in relazione al contenuto di ossigeno (O2), assenza di contaminanti e di esplosività e delle condizioni microclimatiche. Se necessario, l’ambiente va bonificato tramite ventilazione (sono consigliati 70 ricambi/h per volumi fino a 50 m3) con attrezzatura adeguata al rischio (eventuale rispondenza ATEX). La misura del tenore di O2 deve essere effettuata, con strumenti adeguati dotati di allarme non tacitabile, sia prima dell’accesso che durante il lavoro, per garantire che ci sia una concentrazione di ossigeno adatta alla respirazione (21%)”.

È poi opportuno pianificare “dividendo per fasi successive l’intervento da realizzare; stilare e trasferire adeguatamente le procedure di lavoro, le modalità di verifica dell’idoneità e del funzionamento della strumentazione di monitoraggio e delle attrezzature di lavoro, le procedure di isolamento e ciecatura, in conformità all’autorizzazione per l’ingresso in ambienti confinati”.

Si sottolinea che nel caso in cui non si riesca ad escludere il pericolo di incendio ed esplosione, “oltre alla rispondenza alla norma ATEX di tutta la strumentazione, è necessario utilizzare attrezzature antiscintilla, indumenti e dispositivi antistatici, vietare l’uso di fiamme libere o fonti di calore e garantire l’equipotenzialità”. E in caso di “dubbio sulla pericolosità dell’ambiente e se l’O2 è inferiore al 18% si deve vietare l’accesso e nei casi in cui sia inevitabile l’ingresso in ambienti confinati in cui la percentuale di ossigeno risulti inferiore al 20%, i lavoratori devono essere dotati di DPI respiratori isolanti quali autorespiratori con autonomia sufficiente a svolgere le lavorazioni”.

Inoltre secondo le evidenze della valutazione dei rischi potranno ritenersi necessari anche dispositivi “quali quelli per la protezione dalle cadute dall’alto (es. dispositivi di ancoraggio al quale viene collegato un sistema di arresto della caduta, dispositivi di recupero, argano, paraspigoli per fune di recupero, selle di invito, ecc.)”.

La scheda ricorda poi che:

  • il medico competente ha il compito di “valutare l’idoneità alla mansione dei lavoratori che accedono in ambiente confinato, tenendo conto anche degli aspetti connessi a quest’attività (obesità, eventuali patologie cardiopolmonari, claustrofobia, necessità di usare DPI di III categoria, ecc.).
  • ai lavoratori deve essere garantita una informazione/ formazione specifica sui rischi connessi all’attività svolta e sulle misure di prevenzione e protezione per il loro controllo (incluso l’utilizzo della strumentazione per le misure della salubrità dell’atmosfera), e l’addestramento sull’uso dei DPI di III categoria (cinture di sicurezza, autorespiratori, ecc.). In aggiunta il personale coinvolto deve essere a conoscenza delle istruzioni operative da attuarsi in caso di emergenza e delle misure di primo soccorso. Dette istruzioni devono essere predisposte necessariamente prima dell’intervento e devono contenere un piano delle fasi di salvataggio e di recupero di lavoratori non più autosufficienti, incluso il coordinamento con il sistema di emergenza del Servizio sanitario nazionale e dei Vigili del fuoco (VVF)”.

Inoltre – continua la scheda – “vi è la necessità di un idoneo sistema di comunicazione tra interno ed esterno, di tipo vocale, o a vista, e se ciò non è realizzabile l’uso di microfoni da bavero, di dispositivi di allarme luminosi o sonori (fissi/ portatili), di collegamenti via cavo con telefono portatile con possibilità di collegarsi con la squadra dei soccorsi (adeguatamente formata e addestrata) e/o con i VVF”. E le aree d’intervento e di soccorso “devono essere opportunamente delimitate e segnalate con apposita segnaletica. In caso di sospensione delle attività alla ripresa dei lavori è necessario verificare che le condizioni di salubrità non siano modificate”.

Si deve poi garantire “la presenza esterna di almeno una persona con funzione di sorveglianza/allertamento, che non deve mai entrare nel luogo confinato in quanto deve sorvegliare personalmente e con continuità le attività in corso e gestire le situazioni di emergenza”.

Senza dimenticare che in caso di affidamento dei lavori ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi, “devono essere preventivamente verificate, da parte del datore di lavoro committente, l’idoneità tecnico-professionale delle imprese esecutrici secondo le indicazioni della vigente normativa”.

Infine occorre che “il datore di lavoro committente metta a disposizione delle ditte in appalto la documentazione relativa alla natura dei rischi presenti nel luogo sospetto di inquinamento o confinato e agli eventuali rischi interferenziali dovuti alla presenza contemporanea di attività lavorative svolte da altre imprese; lo stesso ha l’obbligo di nominare un suo rappresentante che deve vigilare sulla sicurezza delle attività svolte”.

Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale della scheda che riporta anche altre ulteriori rilevazioni su rischi e infortuni negli ambienti sospetti di inquinamento o confinati.

Documento originale:

Infor.mo., Sistema di sorveglianza degli infortuni mortali e gravi, “ Gli ambienti confinati”,


Fonte: puntosicuro.it



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Quali sono i pericoli per la salute degli addetti alla saldatura?

I campi elettromagnetici nella saldatura

In relazione all’esposizione a campi elettromagnetici, il documento segnala che nella saldatura elettrica “si formano campi elettrici e magnetici (EMF)” e che in particolare i campi magnetici “possono essere significativi a causa delle alte intensità di corrente”. E correnti elevate vengono utilizzate soprattutto nei procedimenti di saldatura ad arco elettrico MIG (saldatura di metalli con elettrodo a filo continuo in atmosfera inerte), MAG (saldatura di metalli con elettrodo a filo continuo in atmosfera attiva) e TIG (saldatura ad arco con elettrodo di tungsteno in atmosfera inerte) e nella saldatura a punti.

Riguardo alle conseguenze sulla salute si indica che i campi magnetici “generano correnti nel corpo stesso perché influenzano le molecole cariche elettricamente. I fenomeni irritativi delle cellule muscolari e nervose o anche i cosiddetti fosfeni retinici sono effetti indesiderati diretti, scientificamente accertati, dei campi magnetici elevati. Questi sono fenomeni luminosi percepiti soggettivamente che sono prodotti dall’irritazione elettrica delle cellule retiniche”.

E si sottolinea la possibilità che venga esercitata “un’influenza su pacemaker, defibrillatori impiantabili, neurostimolatori e altri dispositivi attivi. Le interferenze possono insorgere soprattutto durante la saldatura ad arco elettrico, la saldatura per resistenza (ad es. saldatura a punti o saldatura ad alta frequenza di materiali dielettrici) [Amport]”.

In Svizzera, per impedire effetti disturbanti diretti, l’Istituto Suva “ha definito valori limite sul posto di lavoro per i campi magnetici”, tuttavia “un disturbo della funzione di dispositivi medici attivi è possibile anche nel rispetto dei valori limite sul posto di lavoro. Dato che le impostazioni di funzionamento (soprattutto la soglia di discriminazione elettrica) dei dispositivi medici attivi vengono adattate alle necessità dei singoli pazienti, il concetto di valore limite è poco significativo per la protezione del portatore del dispositivo; nei casi dubbi è necessaria una valutazione del posto di lavoro per effettuare un’analisi del rischio”.

Il documento riporta vari riferimenti normativi elvetici, ma segnala anche alcune indicazioni correlate alla norma tecnica internazionale EN 50505, una norma “specifica per la valutazione dell’esposizione a EMF di persone impiegate in lavori di saldatura”.

Si riportano alcune possibili “misure pratiche per la riduzione dell’esposizione ai campi magnetici durante la saldatura:

  • indossare guanti e calzature elettricamente isolanti (guanti asciutti in pelle, gomma o materiale ignifugo);
  • scegliere correnti di saldatura possibilmente basse”;
  • “aumentare la distanza tra operatore e cavo di saldatura/fonte di corrente per la saldatura;
  • attorcigliare tra loro i cavi di alimentazione e di ritorno alla saldatrice in modo che restino ben aderenti, collegare il cavo di ritorno (massa) nel punto più vicino possibile alla zona di saldatura;
  • attuare misure di schermatura;
  • evitare il più possibile di avvolgere il cavo di saldatura attorno al corpo o di portarlo sulla spalla;
  • non effettuare brevi saldature ripetute o saldature a punti in rapida successione; attendere almeno 10 secondi dopo ogni fase di lavoro;
  • in caso di difficoltà di accensione (ad es. superficie sporca) non battere ripetutamente l’elettrodo sul pezzo in lavorazione; attendere almeno 10 secondi prima di effettuare un altro tentativo;
  • definire e contrassegnare le aree pericolose e limitare l’accesso ai portatori di dispositivi attivi;
  • fornire informazioni accurate ai portatori di dispositivi in caso di posti di lavoro mobili;
  • in caso di malessere (vertigini, sensazione di debolezza, ecc.) i portatori di dispositivi devono interrompere immediatamente l’attività, deporre il saldatore, allontanarsi dal generatore di saldatura ed eventualmente consultare un medico”.

In merito alla normativa italiana e dell’Unione Europea, su campi elettromagnetici e saldatura, rimandiamo alla lettura dell’articolo “ Campi elettromagnetici: valutare i rischi per le attività di saldatura”.

Saldatura, apparato locomotore e udito

Riguardo agli aspetti ergonomici e all’apparato locomotore si ricorda che gran parte del lavoro di un saldatore è in posizione statica e “a seconda dell’equipaggiamento, il saldatore deve sorreggere contemporaneamente il cannello e la visiera di protezione”. Inoltre a volte “devono essere sollevate parti da lavorare pesanti e i problemi ergonomici dipendono anche dalla dimensione delle parti da lavorare”.

Si segnala che per i piccoli pezzi prodotti in serie “possono essere utilizzati tavoli di lavoro; a questo proposito, per la lavorazione di pezzi più grandi, raramente sono disponibili posti di lavoro adattati secondo un concetto ergonomico”.

Non bisogna poi dimenticare negli spazi ristretti e nei casi di lavori di saldatura da effettuare al di sopra del capo “si producono allo stesso modo situazioni sfavorevoli con posture forzate”. Il documento riporta poi indicazioni sui rischi per l’apparato locomotore a seconda dei procedimenti di saldatura utilizzati.

Anche riguardo al rischio rumore le conseguenze sull’udito possono dipendere dalla procedura di saldatura, dal pezzo in lavorazione o dai parametri elettrici.

In particolare l’esposizione al rumore può essere notevole – continua il documento – nel taglio al plasma, nell’uso di macchine ossitaglio, nel “riscaldo alla fiamma” o “quando esistono contemporaneamente altre fonti di rumore in posti di lavoro adiacenti”.

Le attività di saldatura e i problemi cutanei

Riguardo ai problemi cutanei, si segnala che varie sostanze presenti sul luogo di lavoro dei saldatori “possono causare dermatiti allergiche o tossicoirritative da contatto”. E in questo contesto è bene considerare “sia i singoli metalli, sia i componenti di vernici e lacche di rivestimento del materiale da saldare”.

Alcune informazioni:

  • riguardo al cromo, “i composti esavalenti solubili in acqua del bicromato possono sensibilizzare la cute e avere anche un effetto tossico-irritativo. Questi composti del cromo si trovano in elettrodi e materiali di apporto, come pure in vernici e lacche di rivestimento. In passato i guanti di protezione venivano conciati con bicromati esavalenti e potevano causare allergie”;
  • “il nichel metallico e una parte dei suoi composti, come pure il cobalto e i suoi composti, sono a loro volta sensibilizzatori della cute e svolgono un ruolo importante quale causa di dermatiti allergiche. Sono presenti in particolare nei fumi che si generano durante la saldatura degli acciai alto legati e possono depositarsi sulla cute”;
  • “i shop primer (pretrattamenti temporanei), le vernici protettive e le lacche di rivestimento scaldati dalla fiamma di saldatura possono rilasciare sostanze irritanti o sensibilizzanti della cute”.

Infine si indica che la luce ultravioletta presente nella saldatura ad arco elettrico e a fiamma “può causare una dermatite da UV (‘ustione solare’) delle zone di cute non protetta come collo o avambracci”. E l’ esposizione cronica agli UV “può provocare lesioni preneoplastiche e neoplastiche della cute”. Uno studio danese svolto nell’ambito della saldatura ad arco in atmosfera protettiva si è soffermato in particolare sulle cheratosi attiniche e sui carcinomi basocellulari (BCC).

Non bisogna poi dimenticare che “scintille, scorie, parti metalliche o anche esplosioni o incendi possono causare ustioni, in particolare a mani e viso”.

Rimandiamo alla lettura integrale del factsheet elvetico che, oltre a fornire indicazioni sulle ricerche citate, si sofferma anche sulle conseguenze delle attività di saldatura con riferimento a:

  • vie aeree
  • apparato riproduttivo
  • occhi
  • febbre da inalazione di fumi metallici
  • sistema nervoso
  • reni
  • vibrazioni.

Fonte: puntosicuro.it



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GDPR: il Garante privacy al lavoro su uno strumento di autovalutazione per le PMI

Al via una nuova fase del progetto Smedata, ideato per supportare le piccole e medie imprese nell’adeguamento ai nuovi adempimenti previsti dal Regolamento europeo e offrire chiarimenti ai professionisti che operano nella consulenza giuridica in materia di protezione dei dati personali. Il progetto, finanziato dalla Commissione europea, è nato da una partnership tra il Garante per la protezione dei dati personali italiano e l’Autorità per la protezione dati della Bulgaria

Dopo il ciclo di seminari avviati a settembre (il programma completo degli eventi previsti è disponibile su http://giurisprudenza.uniroma3.it/progetto-smedata-eventi-di-formazione), è iniziato il processo finalizzato allo sviluppo di uno strumento di auto-valutazione (self-assessment tool) che aiuti le PMI nell’adeguamento agli adempimenti previsti dalla normativa in materia di protezione dati.

Lo scorso 4 ottobre si è svolto a Roma un workshop, nel corso del quale il Garante ha illustrato ai rappresentanti delle maggiori associazioni delle piccole e medie imprese italiane (tra cui Confcommercio, AEPI, Confartigianato, Confapi) e dell’Università di Perugia un documento contenente una bozza di criteri per la costruzione dello strumento di autovalutazione Alla presentazione è seguito un confronto tra i partecipanti, che hanno avuto occasione di offrire pareri e riscontri sul documento illustrato.

L’incontro è il primo di un ciclo di 4 workshop che si svolgeranno a Roma e a Sofia. Il secondo appuntamento è previsto per il 9 ottobre 2019 presso la sede del Garante italiano.

In Italia il progetto Smedata è stato sviluppato dal Garante in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre.Oltre all’organizzazione dei workshop e dei seminari di formazione già citati, prevede anche specifiche attività di diffusione e comunicazione in tema di GDPR, l’organizzazione di conferenze internazionali e lo sviluppo di una app gratuita ricca di contenuti informativi in materia di protezione dati.

Per tutte le informazioni sul progetto è possibile consultare il sito del Garante per la protezione dei dati personali, alla pagina /regolamentoue/formazione/smedata.


Fonte: garanteprivacy.it



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Come gestire i rischi derivanti da agenti cancerogeni sul lavoro

Secondo le stime il cancro costituisce la principale causa di morte associata all’attività lavorativa nell’UE. Gran parte dei cancri è attribuibile all’esposizione ad agenti cancerogeni nell’ambiente di lavoro. In quanto firmataria della  tabella di marcia sugli agenti cancerogeni, l’EU-OSHA è impegnata a sensibilizzare a questi rischi.

Una nuova scheda informativa a sostegno della  campagna Salute e sicurezza negli ambienti di lavoro in presenza di sostanze pericolose  fornisce consigli pratici per evitare i rischi derivanti da agenti cancerogeni nell’ambiente di lavoro e collegamenti a risorse utili.

Scheda informativa: agenti cancerogeni al lavoro

Questa scheda informativa, sviluppata congiuntamente da tutti i partner della Roadmap sugli agenti cancerogeni, fornisce una concisa consulenza pratica per evitare i rischi derivanti dagli agenti cancerogeni sul luogo di lavoro. Progettato come documento di riferimento rapido per l’uso quotidiano, inizia definendo agenti cancerogeni professionali e delineando i rischi che rappresentano.

Copre quindi i requisiti legali specifici come la valutazione del rischio, la gerarchia delle misure di prevenzione applicate agli agenti cancerogeni e i limiti di esposizione professionale. Fornisce inoltre informazioni sulle misure di manutenzione e incidenti e su come riconoscere i lavoratori particolarmente a rischio.

Esistono collegamenti a strumenti utili, indicazioni e informazioni sulla tabella di marcia sugli agenti cancerogeni: tutto ciò di cui hai bisogno per gestire i rischi derivanti dagli agenti cancerogeni sul lavoro.

Punti chiave

  • Un agente cancerogeno è una sostanza che è in grado di causare, aggravare o promuovere il cancro nell’uomo o negli animali. Alcuni agenti cancerogeni possono essere inalati, altri possono entrare attraverso la pelle o le mucose. Definizioni più dettagliate sono incluse nel Direttiva europea e legislazione nazionale.
  • Non tutte le esposizioni ad agenti cancerogeni portano inevitabilmente al cancro: alcuni agiscono a seguito di alto livello, esposizione prolungata, mentre altri agiscono a livelli inferiori e a seguito di periodi di esposizione più brevi.
  • Ci sono un certo numero di agenti cancerogeni a cui lavoratori possono essere esposti. Tra le sostanze cancerogene più comunemente note sul lavoro troviamo l’amianto, il radon, alcuni pesticidi, arsenico e fumo di tabacco
  • Molti degli agenti cancerogeni a cui i lavoratori sono più frequentemente esposti sono generati dai processi di lavoro. Esempi includono gas di scarico diesel, fumi di saldatura, polvere di silice cristallina e polvere di legno duro. Sostanze cancerogene possono anche essere presente nelle materie prime (incluse impurità), prodotti intermedi, prodotti o sottoprodotti.
  • Gli effetti dell’esposizione alle sostanze cancerogene possono verificarsi molto tempo dopo l’esposizione
  • Ai sensi della legislazione dell’UE, misure particolarmente rigorose – oltre a quelle richieste per altre pericolose sostanze – devono essere prese dai datori di lavoro per prevenire i danni: eliminare l’esposizione o dove non lo è possibile la rigorosa sostituzione, mantenendo l’agente cancerogeno in un sistema chiuso, registrando esposizioni e più rigorosi requisiti di informazione e documentazione.
  • Eventuali disposizioni dettagliate per la gestione della sicurezza e della salute sul lavoro (SSL) delle sostanze cancerogene, sono stabilite nelle normative nazionali. Si raccomanda quindi vivamente di richiedere il chiarimento dei requisiti nazionali

Eu-Osha – Infosheet: Carcinogens at Work (eng)


Fonte: puntosicuro.it



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«Non dovevi fare un altro figlio, ora al lavoro ti faremo morire»: Milano, le minacce in azienda a una dipendente

«Ti conviene accettare l’offerta. Se rientri al lavoro ti faranno morire». Il consulente aveva il tono amichevole, di chi parla nel tuo interesse. Ma Chiara non riusciva a vedere un amico in quell’emissario del suo datore di lavoro che, di fatto, stava accompagnando con minacce nemmeno tanto velate la sua proposta di buonuscita. Anche perché lei era sicura di non aver fatto nulla per meritare di essere allontanata: l’unica «colpa» era quella di essere diventata mamma per la seconda volta.

La scena si svolge in una piccola azienda dove Chiara lavora da una quindicina d’anni, praticamente da quando è adulta e ora — nella sede regionale della Cgil — racconta ciò che sta vivendo da quando cioè ha respinto quell’offerta ed è rientrata al lavoro. Con il primo figlio nessun problema, tutto era andato secondo le leggi. Ma la seconda gravidanza, circa un anno fa, arriva in un clima totalmente diverso.

C’è stato un cambio generazionale al vertice dell’azienda familiare e il nuovo «capo» appare subito contrariato quando viene a sapere che Chiara è incinta. Le contesta un «ritardo nella comunicazione» e quando lei fa notare che in realtà l’annuncio è avvenuto nei termini previsti lui si spinge oltre: «Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino». E quando la ragazza spiega che nei primi tre mesi possono succedere tante cose lui va oltre l’immaginabile: «Perché, se l’avessi perso non me lo avresti detto?».

Da quel momento inizia una serie di contestazioni sul lavoro («Non era mai successo prima») e quando Chiara va in maternità viene a sapere dell’assunzione a tempo indeterminato di una persona chiamata per sostituirla. Dopo il primo approccio del consulente dell’azienda che le propone dimissioni incentivate accompagnate da quella frase («Ti faranno morire»), al rientro non viene ricevuta dai suoi dirigenti ma da un altro consulente che le comunica la decisione di «riposizionarla». Svolgerà altri compiti mai affrontati prima.

Lei non obietta nulla e a quel punto si sente dire, senza più giri di parole, che l’azienda non la vuole più e che se non avesse accettato l’incentivo subito sarebbe stata comunque licenziata al compimento di un anno del figlio. Anzi, meglio non presentarsi fino a quel giorno. Chiara non ci sta. Va al lavoro, ma da quel momento iniziano le vessazioni. Da responsabile di reparto si ritrova a fare fotocopie, rispondere al citofono («ma non al telefono»), triturare documenti e archiviare fascicoli cartacei. Dal suo computer non ha accesso alla posta elettronica, né ad altri indirizzi aziendali, non viene coinvolta nelle riunioni e, soprattutto, viene ignorata da tutti. Persino quando viene cambiato il cancello elettrico all’ingresso dell’azienda a lei non viene consegnato il telecomando. Gli stessi colleghi iniziano a farle osservazioni su presunti errori. Insomma, tutto e tutti congiurano per convincerla ad andarsene. Ma lei non vuole rinunciare al suo lavoro. E a quel punto si rivolge alla Cgil. «È tutto molto frustrante — ammette — ma io vado avanti perché so di avere ragione».

Non è un caso isolato. Nel 2018 l’ufficio vertenze della Cgil ha aperto più di 27mila pratiche (e 14 mila nei primi 6 mesi del 2019) e recuperato in Lombardia oltre 54 milioni di euro. «Crediti che sarebbero rimasti nelle casse delle aziende o dell’Inps — spiega Daniele Gazzoli, segretario regionale Cgil — se i lavoratori non si fossero rivolti al sindacato». Attualmente sono 5.695 le vertenze aperte dalla Cgil per recuperare «stipendi mai o non del tutto pagati dai datori di lavoro», 2.757 sono le violazioni contrattuali, di cui 1.623 licenziamenti illegittimi. E poi ci sono le dimissioni estorte. «Tutte persone lasciate a casa dalle aziende per presunti problemi economici mai esistiti».


Fonte: milano.corriere.it



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Ambiente Lavoro 2019 l’appuntamento con la sicurezza sul lavoro

A Bologna dal 15 al 17 ottobre il salone dedicato alla promozione di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Ambiente Lavoro, il Salone della Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, giunge quest’anno alla 19esima edizione. C’è ancora bisogno di parlare di sicurezza sui posti di lavoro? Seguendo l’allarmante ritmo che la cronaca ci riporta, sembrerebbe proprio di sì. L’edizione scorsa ha messo in cantiere 600 ore di lezione, chiamato a Bologna 626 relatori e organizzato 229 corsi di aggiornamento e formazione. Quali sono le nuove strategie da mettere in campo per consolidare una vera consapevolezza del rischio, nel datore di lavoro così come nel lavoratore stesso? Quanto conta l’innovazione tecnologica? Qual è il ruolo giocato dai nuovi e più sofisticati ausili per la protezione negli ambienti di lavoro e come si muove il nostro mercato in questo strategico comparto?

Il focus sul benessere sul luogo di lavoro

Ma Ambiente Lavoro non è solo questo. Il suo quasi ventennale impegno è dedicato anche alla cultura del “benessere” sul luogo di lavoro. A partire dalla ricerca dei migliori risultati, in termini di prodotto ad esempio, che la nostra industria può offrire per prevenire malattie professionali invalidanti o infortuni. Per tutelare la salute del lavoratore è fondamentale prevedere l’uso di ausili capaci di rendere il lavoro più sicuro e al tempo stesso più performanti le prestazioni. Ma è necessario tenere in conto anche i costi che le malattie professionali e gli incidenti fanno ricadere sul nostro Sistema Sanitario Nazionale.

Infortuni e incidenti in crescita

Le denunce di infortunio registrate da INAIL nei primi tre mesi del 2019, sono state 157.715, in aumento di circa 2.900 casi (+1,9%) rispetto alle 154.820 del primo trimestre del 2018. Per ciò che invece riguarda le malattie professionali, protocollate dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni, nei primi tre mesi del 2019 siamo difronte ad un calo del 1,4% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. Tuttavia le malattie professionali a carico del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (8.286 casi), del sistema nervoso (1.520) e dell’orecchio (986) restano le più frequenti.

I nuovi temi di Ambiente lavoro 2019

L’edizione 2019 di Ambiente lavoro sarà particolarmente attenta al tema del rischio fisico e chimico. Del soccorso industriale e ai pericoli a cui sono esposti i lavoratori della distribuzione organizzata. Mentre al comparto degli ausili a tutela della salute e della sicurezza sarà dedicata l’iniziativa speciale “Campo prove”: una galleria in cui saranno ricostruite le situazioni di rischio e le soluzioni innovative che possono essere adottate per evitarle. Grande attenzione sarà dedicata agli esoscheletri il cui impiego non solo evita malattie invalidanti per i lavoratori occupati in settori usuranti, come il trasporto di materiale o l’utilizzo di attrezzature pesanti, ma migliorano la sicurezza e la salute degli operatori.


Fonte: businessweekly.it



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Primo soccorso: contusioni e distorsioni nei luoghi di lavoro

Sappiamo che le lesioni dovute a traumi non costituiscono solo una delle principali cause di morte, con particolare riferimento agli incidenti stradali, ma anche una delle più diffuse conseguenze degli infortuni professionali (ad esempio in relazione al rischio di caduta). Nei luoghi di lavoro, in caso di trauma, possiamo avere, ad esempio, delle lesioni dell’apparato locomotore che possono diventare “un pericolo per la vita se provocano emorragie importanti sia interne che esterne”.

Le principali lesioni “sono rappresentate da:

  • contusioni;
  • distorsioni;
  • lussazioni;
  • fratture”.

A ricordarcelo, e a fornire alcune informazioni per “migliorare la qualità del soccorso”, è la pubblicazione “ Il primo soccorso nei luoghi di lavoro” elaborata dal Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Inail e a cura di Bruno Papaleo, Giovanna Cangiano, Sara Calicchia e Mariangela De Rosa (Inail). Una pubblicazione che vuole essere uno strumento didattico a supporto sia dei lavoratori addetti al primo soccorso per una immediata consultazione, sia per i formatori, ma che non sostituisce un corso di formazione che preveda delle esercitazioni pratiche, così come definite dall’art.45 del d.lgs. 81/2008 e dal Decreto del Ministro della salute 15 luglio 2003, n. 388.

Le lesioni dell’apparato locomotore

Alle lesioni a carico dell’apparato locomotore il documento dedica diverse pagine e segnala che “nonostante la diversa gravità delle suddette lesioni e il modo in cui esse si determinano, il tipo di soccorso da prestare è molto simile e consiste principalmente nell’immobilizzazione della parte colpita. L’immobilizzazione permette di ridurre il dolore, consente un più sicuro spostamento del paziente e diminuisce la possibilità che si verifichino ulteriori danni a carico della zona lesa”.

Si sottolinea poi che è importante “non lasciarsi fuorviare da lesioni magari impressionanti a vedersi, ma non in grado di mettere a repentaglio la vita, anche se il tipo di lesione e soprattutto la comprensione di come esso è avvenuto (cinematica) possono far sospettare la presenza di lesioni più gravi”. E se durante la valutazione primaria “si riscontra un problema tale da mettere in pericolo la vita, questo va immediatamente trattato rimandando ad una fase successiva il trattamento di eventuali fratture”.

Contusioni, distorsioni e lussazioni

Riportiamo alcune indicazioni fornite dal documento su alcuni dei possibili problemi dell’apparato locomotore, partendo dalle classiche contusioni.

Il documento ricorda che la contusione è “dovuta ad un urto contro una superficie dura che provoca la compressione o lo schiacciamento degli strati soprastanti il piano osseo (muscoli, derma, vasi, ecc.). Se il trauma è di una certa entità si può avere fuoriuscita di sangue dai vasi e conseguente formazione di ematomi”.

Si ricorda che i sintomi “sono rappresentati da dolore, gonfiore e limitazione dei movimenti” e il dolore è più intenso “se il trauma avviene in corrispondenza delle articolazioni”. Inoltre la parte colpita “con il passare dei minuti varia da un colorito rosso ad un colorito più bluastro e nel giro di poche ore assume una colorazione tendente al giallo che permane per alcuni giorni”.

Si indica poi che il primo intervento, in questi casi, “consiste nell’applicazione di ghiaccio sulla zona colpita”. Infatti il ghiaccio “ha un duplice effetto: da una parte determina vasocostrizione, che diminuisce la fuoriuscita di sangue e gli effetti della conseguente infiammazione, dall’altra ha una funzione anestetizzante. Successivamente si può applicare un bendaggio che immobilizzi la parte contusa”. Si indica di “evitare di massaggiare la parte colpita”.

Veniamo, invece alle distorsioni e lussazioni:

  • la distorsione è “una lesione a carico di una articolazione senza perdita di contatto dei capi articolari;
  • la lussazione è una lesione più grave, causata da traumi di una certa entità, consistente nella perdita dei normali rapporti articolari (es. articolazione della spalla, del gomito, ecc.) in seguito alla quale i capi ossei tendono a fuoriuscire dalla capsula articolare che li conteneva”.

Si ricorda che sia nel caso della distorsione che della lussazione “il primo segno è il dolore acuto e localizzato e la limitazione o assenza del movimento volontario, ben presto accompagnati da gonfiore, talvolta stravaso ematico o alterazioni della sensibilità. Nel caso della lussazione si osserva una deformità del profilo articolare e una posizione anomala dell’arto”.

Rimandiamo alla lettura integrale del documento, ricco anche di immagini esplicative, riguardo agli interventi possibili (nel caso della distorsione è indicata “l’applicazione del ghiaccio e una fasciatura accompagnata dal riposo”) e anche alle azioni da evitare.

Quando la lesione è una frattura

Chiaramente quando si parla delle lesioni dovute a traumi il primo pensiero va alla frattura che, in termini generali, si può definire come “l’interruzione della continuità di un osso”. E che si verifica “quando la forza del trauma supera la resistenza del segmento osseo”.

Il documento ricorda poi che se generalmente una frattura può essere provocata dall’urto contro un oggetto o da un trauma violento, a volte “può verificarsi senza traumi apparenti (frattura patologica): questa eventualità si verifica generalmente in soggetti anziani o con grave osteoporosi”.

Il documento ricorda che in genere si parla di:

  • fratture chiuse, “dove non ci sono monconi ossei sporgenti e l’osso non comunica con l’esterno;
  • fratture esposte, in cui l’osso comunica con l’esterno e, poiché il rischio di infezione è elevato, richiedono un trattamento antibiotico oltre quello medico-chirurgico. In questo caso non vi è congruenza tra i due monconi ossei;
  • composte, se i monconi ossei restano allineati;
  • scomposte, se i monconi ossei non sono allineati”.

Chiaramente poiché queste fratture “non possono essere riconosciute in mancanza di un esame radiografico, la gestione sul campo non è modificata”.

In particolare il soccorritore preospedaliero deve distinguere tra fratture chiuse e fratture esposte. In questo secondo caso è possibile che oltre alla frattura “vi siano emorragie e lesioni a carico dei nervi circostanti (formicolii, perdita o alterazione della sensibilità ecc.)”.

Anche in questo caso il documento riporta varie indicazioni relative sia alla sintomatologia sia al trattamento e alle azioni da evitare. Ad esempio si segnala che nel caso di fratture degli arti inferiori “è importante non rimuovere l’infortunato a meno che non ci siano pericoli ambientali che possano metterne in pericolo la vita”.

Concludiamo segnalando che il documento che, come abbiamo già indicato, vi invitiamo a visionare integralmente, riporta ulteriori informazioni e indicazioni di primo soccorso per altre tipologie di lesioni traumatiche come traumi cranici, traumi della colonna vertebrale, traumi toracici e traumi addominali.

Documento da cui è tratto l’articolo:

Inail, Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale, “ Il primo soccorso nei luoghi di lavoro


Fonte: puntosicuro.it



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INAIL: Gli incidenti con mezzo di trasporto

Ancora oggi gli incidenti stradali risultano essere una delle principali cause di morte tra la popolazione e rappresentano un importante problema di sanità pubblica per gli elevati costi umani, sociali ed economici.

Gli incidenti stradali, secondo dati Inail, sono tra le principali cause di morte anche sul lavoro, dimostrando la particolare pericolosità della strada come luogo di lavoro.

 

La tutela dei lavoratori, primario obiettivo nella mission dell’Istituto, ha assunto sempre più le caratteristiche di un sistema integrato di tutela, che va dagli interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro, alle prestazioni sanitarie ed economiche, alle cure, alla riabilitazione e al reinserimento nella vita sociale e lavorativa nei confronti di coloro che hanno già subìto danni fisici a seguito di infortunio o malattia professionale.

 

Un ruolo rilevante viene attribuito alla comprensione delle dinamiche causali degli infortuni sia sul luogo di lavoro che ‘fuori dall’azienda’, vale a dire ‘in occasione di lavoro’ o ‘in itinere’. I dati raccolti dall’Istat, ente incaricato della rilevazione statistica dell’evento incidentale, non contengono informazioni esaustive per la componente occupazionale del fenomeno, rilevata invece dall’Inail attraverso le denunce di infortunio. L’indagine condotta dall’Istat, infatti, è orientata principalmente alla collezione di informazioni su dinamica e localizzazione dei sinistri, veicoli coinvolti, caratteristiche ed esito degli infortunati. Pertanto, l’integrazione di tali informazioni permette di avere una più attenta e complessiva analisi del fenomeno.

 

La ricerca scientifica può svolgere una attività proficua per l’identificazione dei fattori di rischio occupazionali, la descrizione dei meccanismi di azione e la definizione di strumenti organizzativi e formativi per la prevenzione dei rischi.

 

Nell’ambito del Piano della attività di ricerca discrezionale dell’Inail per il triennio 2016 – 2018 è stato condotto un progetto di ricerca di analisi del fenomeno incidentale di origine occupazionale, con la costituzione di un gruppo di lavoro Istat – Inail finalizzato all’integrazione e alla connessione degli archivi dei due Enti, in particolare con i dati relativi agli incidenti con mezzo di trasporto, per studiarne le caratteristiche, i determinanti e orientarne le politiche di prevenzione.

 

La monografia contiene una descrizione del progetto di ricerca denominato “Studi di fattibilità connessi all’accessibilità (Big Data) disponibili in relazione allo sviluppo di information and communications technology (ICT) finalizzati a migliorare la caratterizzazione dell’esposizione a rischi ambientali-occupazionali ed all’analisi del fenomeno infortunistico con particolare riguardo alle variabili climatiche – Big Data for environmental epidemiology of population and workers (BEEPER)” che, partendo da una descrizione, caratterizzazione e quantificazione anche storica del fenomeno, ne illustra le modalità con cui è stato costituito l’archivio integrato con riferimento all’anno 2015 (Capitolo 1). Viene quindi presentata un’analisi statistica dell’archivio integrato (Capitolo 2), passando successivamente ad una analisi in relazione alle infrastrutture stradali (Capitolo 3). Seguono quindi due studi specifici che, mediante elaborazioni con tecniche avanzate di statistica, eseguono una classificazione del fenomeno sulla base delle tipologie di incidenti (Capitolo 4) e una individuazione dei determinanti (Capitolo 5). La monografia si conclude con due studi specifici che analizzano rispettivamente l’incidenza del traffico telefonico mobile sul rischio di incidente sul lavoro con mezzo di trasporto (Capitolo 6), e il rischio di incidente del genere femminile (Capitolo 7).

INAIL – Gli incidenti con mezzo di trasporto – Un’analisi integrata dei determinanti e dei fattori di rischio occupazionali (.pdf – 4,75 mb)


Fonte: puntosicuro.it



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T4DATA: la versione italiana del manuale per gli RPD pubblici disponibile gratuitamente sul sito del Garante

E’ da oggi disponibile sul sito web del Garante per la protezione dei dati personali la versione italiana del Manuale per gli RPD (Responsabili della protezione dati) del settore pubblico, che si affianca alla versione inglese già pubblicata in precedenza.

Il vademecum delinea e illustra con esempi pratici il ruolo e gli specifici compiti del RPD operante in un soggetto pubblico. Affronta e approfondisce inoltre temi generali, come l’evoluzione normativa in tema di protezione dei dati e privacy  in ambito Ue e non solo, l’applicazione del principio di accountability, i diritti degli interessati; il trasferimento dei dati all’estero, i meccanismi di compliance previsti dal Regolamento.

Il testo, scaricabile gratuitamente su www.garanteprivacy.it/regolamentoue/formazione/t4data, è stato elaborato nell’ambito del progetto T4Data, ed è frutto di una collaborazione transnazionale che ha coinvolto esperti, giuristi e funzionari delle Autorità di controllo di diversi Paesi, tra cui il Garante italiano.


Fonte: garanteprivacy.it



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Diritto all’oblio anche per chi si riabilita

La permanenza in rete di notizie di cronaca giudiziaria non aggiornate può rappresentare un ostacolo al reinserimento sociale di una persona. Il diritto all’oblio va riconosciuto anche a chi è stato riabilitato dopo una condanna. Il principio è stato affermato dal Garante privacy, che ha ordinato a Google la rimozione di due Url che rimandavano ad informazioni giudiziarie non più rappresentative della attuale situazione di un imprenditore. L’interessato, dopo aver tentato di far deindicizzare le pagine direttamente a Google, si era rivolto all’Autorità lamentando il pregiudizio derivante alla propria reputazione personale e professionale dalla permanenza in rete di informazioni obsolete e non aggiornate. Per questo motivo aveva chiesto al Garante di ordinare a Google la rimozione dai risultati di ricerca di due Url, reperibili digitando il proprio nominativo, che contenevano informazioni su una vicenda giudiziaria che lo aveva visto coinvolto nel 2007 e sulla sentenza di condanna pronunciata nei suoi confronti nel 2010. Nelle pagine web però non vi era alcuna traccia della successiva riabilitazione che l’uomo aveva chiesto e ottenuto nel 2013.

Nel giudicare fondato il reclamo ed ordinare la deindicizzazione, l’Autorità ha ritenuto che l’ulteriore trattamento dei dati realizzato attraverso la persistente reperibilità in rete degli Url contestati – nonostante la riabilitazione e il tempo trascorso dal verificarsi dei fatti – determinasse un impatto sproporzionato sui diritti dell’interessato, che non risulta bilanciato da un attuale interesse del pubblico a conoscere la vicenda.

La persistenza in rete di tali informazioni giudiziarie non aggiornate, infatti, non è in linea con i principi alla base dell’istituto della riabilitazione, il quale, pur non estinguendo il reato, comporta il venir meno delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna come misura premiale finalizzata al reinserimento sociale della persona.


Fonte: garanteprivacy.it



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Riforma del ticket, si pagherà per fasce di reddito e avrà un tetto massimo annuale

Un ticket basato su fasce di reddito familiare e con un tetto massimo di spesa all’anno. Il ministro Roberto Speranza e i tecnici del ministero della Salute stanno lavorando a una revisione del sistema di contribuzione all’attività sanitaria da parte dei cittadini.

Oggi il ticket è previsto per tutti. Gli esenti sono coloro che guadagano meno di 36mila euro l’anno – e hanno più di 65 anni e meno di 6 – e le persone con una patologia cronica o comunque grave (come il tumore).

Il costo per la visita specialistica è di 36 euro ma ci sono tariffe diverse a seconda delle prestazioni.

Da anni si parla di rivedere il ticket (oltre che di togliere il superticket, altra cosa detta da Speranza) ma non si è mai arrivati a una conclusione. Nella bozza del Patto della salute tra governo e regioni del maggio scorso c’è un paragrafo dedicato proprio a una riforma del ticket, bozza che sarebbe stato presa adesso come punto di riferimento dal ministero.

“Governo e Regioni – è scritto nel documento – convengono sulla necessità di garantire una maggiore equità nell’accesso dei cittadini all’assistenza sanitaria attraverso una revisione della disciplina della partecipazione alla spesa sanitaria da parte dei cittadini che preveda la graduazione dell’importo dovuto in funzione del costo delle prestazioni e del reddito familiare equivalente (vale a dire del reddito prodotto dal nucleo familiare fiscale rapportato alla numerosità del nucleo familiare). Anche stabilendo un importo come limite massimo annuale di spesa, al raggiungimento del quale cesserà l’obbligo dell’assistito di partecipare alla spesa sanitaria”.

Sempre nel documento di maggio si specificava che la nuova disciplina dovrà garantire un introito per il sistema sanitario equivalente a quello attualmente percepito grazie al ticket, cioè circa 1,6 miliardi di euro dei quali le Regioni non possono fare a meno. Il fine, si spiega, è quello di “garantire una maggiore equità nell’accesso dei cittadini all’assistenza sanitaria”.

La bozza del ddl del ministero, secondo l’Ansa, dà questa spiegazione al provvedimento che si vorrebbe adottare. “Prevedendo l’importo fisso per tutti i cittadini, si creano evidenti disparità di accesso al servizio sanitario nazionale in relazione alle capacità di reddito dei singoli cittadini. L’uguaglianza si realizza nel momento in cui tutti i cittadini hanno le medesime possibilità di accedere alle prestazioni erogate dal sistema sanitario nazionale. È di tutta evidenza che questo non può prescindere dalle relative condizioni economiche e reddituali”.

Il ministro Speranza ha spiegato di aver intenzione di “collegare alla legge finanziaria un disegno di legge per il riordino della materia ticket, la modalità di compartecipazione alla spesa sanitaria. Lo faremo con un criterio di progressività: oggi non conta se sei miliardario o in difficoltà economica”.

Il nuovo sistema si basa sul “principio che chi ha di più deve pagare di più, chi ha di meno deve pagare di meno”. Inoltre Speranza ha parlato di superticket, come già aveva fatto ieri. “Si tratta di un balzello di 10 euro che non consente a troppi cittadini di accedere al Ssn. Abbiamo scritto per la prima volta che è sbagliato e che va superato e mi impegnerò perché avvenga nel più breve tempo possibile”.


Fonte: repubblica.it



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Come gestire i rischi derivanti da agenti cancerogeni sul lavoro

Secondo le stime il cancro costituisce la principale causa di morte associata all’attività lavorativa nell’UE. Gran parte dei cancri è attribuibile all’esposizione ad agenti cancerogeni nell’ambiente di lavoro. In quanto firmataria della tabella di marcia sugli agenti cancerogeni, l’EU-OSHA è impegnata a sensibilizzare a questi rischi.

Scheda informativa: agenti cancerogeni al lavoro

Questa scheda informativa, sviluppata congiuntamente da tutti i partner della Roadmap sugli agenti cancerogeni, fornisce una concisa consulenza pratica per evitare i rischi derivanti dagli agenti cancerogeni sul luogo di lavoro. Progettato come documento di riferimento rapido per l’uso quotidiano, inizia definendo agenti cancerogeni professionali e delineando i rischi che rappresentano.

Copre quindi i requisiti legali specifici come la valutazione del rischio, la gerarchia delle misure di prevenzione applicate agli agenti cancerogeni e i limiti di esposizione professionale. Fornisce inoltre informazioni sulle misure di manutenzione e incidenti e su come riconoscere i lavoratori particolarmente a rischio.

Esistono collegamenti a strumenti utili, indicazioni e informazioni sulla tabella di marcia sugli agenti cancerogeni: tutto ciò di cui hai bisogno per gestire i rischi derivanti dagli agenti cancerogeni sul lavoro.

Punti chiave

  • Un agente cancerogeno è una sostanza che è in grado di causare, aggravare o promuovere il cancro nell’uomo o negli animali. Alcuni agenti cancerogeni possono essere inalati, altri possono entrare attraverso la pelle o le mucose. Definizioni più dettagliate sono incluse nel Direttiva europea e legislazione nazionale.
  • Non tutte le esposizioni ad agenti cancerogeni portano inevitabilmente al cancro: alcuni agiscono a seguito di alto livello, esposizione prolungata, mentre altri agiscono a livelli inferiori e a seguito di periodi di esposizione più brevi.
  • Ci sono un certo numero di agenti cancerogeni a cui lavoratori possono essere esposti. Tra le sostanze cancerogene più comunemente note sul lavoro troviamo l’amianto, il radon, alcuni pesticidi, arsenico e fumo di tabacco
  • Molti degli agenti cancerogeni a cui i lavoratori sono più frequentemente esposti sono generati dai processi di lavoro. Esempi includono gas di scarico diesel, fumi di saldatura, polvere di silice cristallina e polvere di legno duro. Sostanze cancerogene possono anche essere presente nelle materie prime (incluse impurità), prodotti intermedi, prodotti o sottoprodotti.
  • Gli effetti dell’esposizione alle sostanze cancerogene possono verificarsi molto tempo dopo l’esposizione
  • Ai sensi della legislazione dell’UE, misure particolarmente rigorose – oltre a quelle richieste per altre pericolose sostanze – devono essere prese dai datori di lavoro per prevenire i danni: eliminare l’esposizione o dove non lo è possibile la rigorosa sostituzione, mantenendo l’agente cancerogeno in un sistema chiuso, registrando esposizioni e più rigorosi requisiti di informazione e documentazione.
  • Eventuali disposizioni dettagliate per la gestione della sicurezza e della salute sul lavoro (SSL) delle sostanze cancerogene, sono stabilite nelle normative nazionali. Si raccomanda quindi vivamente di richiedere il chiarimento dei requisiti nazionali

Eu-Osha – Infosheet: Carcinogens at Work (eng)


Fonte: puntosicuro.it



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Sanità, no del Garante all’uso illecito dei dati degli accertamenti medici

Le società che forniscono apparecchiature per l’alta diagnostica non possono utilizzare per i propri scopi i dati dei pazienti sottoposti agli accertamenti medici. Le aziende sanitarie da parte loro possono comunicare i dati sanitari a terzi solo in presenza di un adeguato presupposto normativo. E’ quanto spiega l’Ufficio del Garante privacy in una nota a conclusione di un’istruttoria nell’ambito della quale sono emersi illeciti trattamenti di dati effettuati da un’azienda sanitaria e dalla società alla quale lo stesso ente, in due occasioni, aveva messo a disposizione copie di immagini della Tac, contenenti informazioni sulla salute di alcuni pazienti. La società una volta ricevute le immagini, attraverso un software, aveva anche effettuato un’operazione di estrazione, anonimizzazione e pseudonimizzazione di dati. Copia delle immagini rielaborate era stata poi allegata alla documentazione necessaria per partecipare a una gara d’appalto e in seguito depositata nell’ambito di un contenzioso giudiziario. Poiché i fatti risalgono al periodo antecedente la piena applicazione del Regolamento europeo (Gdpr), i trattamenti sono stati valutati alla luce del Codice privacy allora vigente.

Intervenuto a seguito di una segnalazione, il Garante ha ritenuto illecito il trattamento effettuato dalla azienda sanitaria che ha messo a disposizione della società le immagini della Tac, determinando così una “comunicazione” di informazioni sulla salute di alcuni pazienti identificati in assenza di un’adeguata base normativa. Parimenti illecito è stato ritenuto dall’Autorità il trattamento svolto dalla società. La designazione della stessa come “responsabile del trattamento” da parte dell’azienda sanitaria non giustifica l’acquisizione delle immagini della Tac. Le operazioni eseguite perseguono, infatti, finalità proprie della società (partecipazione alla gara e difesa in giudizio) non riconducibili a quelle per le quali era stata designata responsabile. Tra queste rientrano, ad esempio, le attività di manutenzione per garantire l’efficienza dell’apparecchiatura e la qualità delle immagini della Tac.

Il Garante quindi, rilevati gli illeciti trattamenti svolti dall’azienda sanitaria e dalla società, ha avviato i relativi procedimenti sanzionatori.

https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9144941


Fonte: garanteprivacy.it



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Incendi: impianti di protezione attiva, normativa e regola dell’arte

Sappiamo che per la protezione antincendio (complesso di misure finalizzate alla riduzione della gravità dei danni provocati dall’evento incendio) si possono avere misure di protezione attiva (attrezzature ed impianti di estinzione degli incendi, sistemi di rivelazione e allarme incendio, evacuatori di fumo e di calore, segnaletica e illuminazione di sicurezza, …) e misure di protezione passiva (reazione al fuoco dei materiali, resistenza al fuoco, compartimentazione, distanze di sicurezza, vie di esodo, …) che, differentemente da quelle “attive” non richiedono l’azione di un uomo o l’azionamento di un impianto.

A ricordarcelo e a fornire alcune indicazioni sull’incidenza degli impianti di protezione attiva nel procedimento di prevenzione incendi è una recente pubblicazione dell’Inail, dal titolo “ La protezione attiva antincendio. Focus sulle misure S.6, S.7 e S.8 del Codice di prevenzione incendi. Controllo dell’incendio. Rivelazione ed allarme. Controllo di fumi e calore”, che si offre come strumento di supporto nella progettazione e gestione della sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro.

Il bilanciamento tra misure di protezione passive e attive

Nel quinto capitolo del documento si ricorda che le strategie di sicurezza antincendi, “che si debbono attuare in un’attività al fine di mitigare il rischio incendio sino a livelli ritenuti accettabili”, si concretizzano “bilanciando opportunamente misure di protezione passiva e misure di protezione attiva”.

E se la normativa tecnica di sicurezza antincendi ha “storicamente prediletto le misure di protezione passiva rispetto a quelle di protezione attiva”, il cosiddetto ‘Decreto Impianti’ – DM 20 dicembre 2012 “Regola tecnica di prevenzione incendi per gli impianti di protezione attiva contro l’incendio installati nelle attività soggette ai controlli di prevenzione incendi” – rappresenta una “regola tecnica orizzontale nella quale sono trattate, specificatamente, le misure di protezione attiva”. In particolare sono individuate “le prestazioni e le caratteristiche che debbono avere questi impianti quando sono impiegati per garantire la sicurezza antincendio delle attività soggette alle visite ed ai controlli” dei Vigili del Fuoco (VV.F.).

Gli impianti considerati nel decreto “rappresentano, sostanzialmente, accorgimenti intesi a ridurre le conseguenze degli incendi a mezzo di rivelazione, segnalazione allarme, controllo o estinzione evacuazione di fumo e calore”.

Si ribadisce, a questo proposito, che le “metodologie legate alle misure di prevenzione si rivolgono a tutti i fattori che influenzano le cause di incendio, mentre le misure di protezione mirano a contenere, entro limiti accettabili, i danni alla persone ed ai beni coinvolti in un incendio che tende a svilupparsi pienamente nell’ambiente considerato”.

Riportiamo dal documento un’immagine relativa all’incidenza dei sistemi di protezione attiva e di protezione passiva sulla sicurezza antincendio delle opere da costruzione.

La figura evidenzia, “mediante linee marcate, per quali requisiti di sicurezza hanno più efficacia le misure di protezione attiva rispetto alle misure di protezione passiva, rammentando, mediante linee meno marcate, raffigurate con dei punti, che, anche se in modo meno sensibile, le misure di protezione, sia attiva che passiva, incidono sulla sicurezza delle opere da costruzione in caso di incendio”.

Il Decreto Impianti e gli impianti di protezione attiva

Il documento, si sofferma sulle varie interpretazioni e definizioni di misura di protezione attiva e segnala che il Decreto Impianti “disciplina tutte le fasi necessarie alla corretta individuazione degli impianti di protezione attiva, la successiva installazione sino a stabilire procedure di manutenzione con l’intento di mantenere l’efficacia nel tempo della protezione offerta dagli stessi”.

Tale decreto esplicita, pertanto, “i requisiti necessari alla corretta progettazione, costruzione ed esercizio e manutenzione degli impianti di protezione attiva contro l’incendio installati nelle attività soggette ai controlli di prevenzione incendi”.

Ad esempio il decreto sancisce in quali condizioni “è necessario installare impianti di protezione attiva contro l’incendio, ravvisando l’installazione di tali sistemi nelle tre circostanze di seguito elencate:

  • disposizioni legislative specifiche di prevenzione incendi (regole tecniche);
  • valutazione del rischio relativo all’incendio;
  • indicazione specifica del C.N.VV.F. nell’ambito dei procedimenti di prevenzione incendi (d.p.r. 1 agosto 2011 n. 151)”.

La novità nella definizione della regola dell’arte

La previsione del Decreto Impianti del 20 dicembre 2012, in linea con quanto affermato dalla legislazione nazionale in relazione agli impianti tecnologici a servizio delle attività, “introduce, però, un elemento di novità nella definizione della regola dell’arte. Nell’allegato tecnico, punto 1.2, si stabilisce che la regola dell’arte rappresenta lo ‘stadio dello sviluppo raggiunto in un determinato momento storico delle capacità tecniche relative a prodotti, processi o servizi, basato su comprovati risultati scientifici, tecnologici o sperimentali’.

Dunque una delle maggiori novità del Decreto Impianti consiste nella “presunzione che la regola dell’arte venga riconosciuta oltre che alle norme emanate da Enti di normazione nazionale ed europea, anche alla normativa tecnica divulgata da organismi internazionali”.

E questa precisazione, “consente, nelle attività soggette, di poter progettare, installare e manutenere un impianto di protezione attiva seguendo norme diffuse dalle NFPA, piuttosto che della FPA australiana, o da altro organismo internazionale accreditato. L’unico vincolo sancito dal Decreto Impianti all’art. 3 è quello relativo alla commercializzazione dei prodotti in Unione Europea, imponendo che i prodotti dei sistemi di protezione attiva debbono rispondere ed essere conformi alle disposizioni comunitarie applicabili, oppure possono essere utilizzati prodotti legalmente fabbricati o commercializzati in uno degli Stati membri dell’Unione europea, in Turchia o in uno degli Stati firmatari dell’Associazione Europea di libero scambio (EFTA) e degli stati che fanno parte dell’accordo sullo spazio economico europeo (SEE)”.

Rimandando alla lettura del documento, che riporta alcuni esempi riguardo a quanto contenuto in alcune regole tecniche, si indica che il Decreto Impianti, all’art. 6, “va a stralciare tutte le disposizioni di tipo prescrittivo sulle prestazioni e caratteristiche degli impianti di protezione attiva, rimandando per la loro progettazione alla regola dell’arte. Nell’allegato tecnico si specifica, inoltre, come individuare le prestazioni degli impianti idrici in attività soggette ed in possesso di una regola tecnica e quelle invece che non sono dotate di una regola tecnica di prevenzione incendi”. E la progettazione degli impianti idrici “viene totalmente demandata alla norma UNI 10779, e, non avendo indicato la data della norma tecnica, il progettista dovrà far riferimento alla edizione vigente all’atto della predisposizione del progetto”.

La pubblicazione segnala poi che per le attività che hanno una regola tecnica, “al fine di superare tutti gli aspetti prescrittivi sia di dimensionamento che di soluzione progettuale ormai superati dallo stato di avanzamento della regola dell’arte, l’allegato tecnico offre una tabella ove è possibile individuare le prestazioni caratteristiche di una rete idranti in funzione della complessità dell’attività da proteggere”.

Nel documento, che vi invitiamo a leggere integralmente, è riportata una tabella comparativa che, per ciascuna attività ed in funzione della complessità/pericolosità della stessa, “stabilisce il livello di protezione da assegnare alla rete idranti, le caratteristiche della alimentazione (secondo la norma UNI EN 12845) e, infine, quando è necessario estendere anche la protezione esterna dell’attività”. Per tali impianti il Decreto impianti “prescrive che per la progettazione, l’installazione, l’esercizio e la manutenzione si può ricorrere a norme europee o internazionali, raccomandando che nel caso si scelga una norma internazionale, essa debba essere adottata integralmente”.

Si segnala, infine, che nel caso di attività non regolamentate da specifiche regole di prevenzione incendi, “la necessità di prevedere una rete idranti e le relative prestazioni, vengono stabilite dal progettista sulla base della valutazione del rischio di incendio o integrate in fase di valutazione della conformità del progetto antincendio dal Comando VV.F. competente per territorio”.

Documento da cui è tratto l’articolo:

Inail, Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici, “ La protezione attiva antincendio. Focus sulle misure S.6, S.7 e S.8 del Codice di prevenzione incendi. Controllo dell’incendio. Rivelazione ed allarme. Controllo di fumi e calore


Fonte: puntosicuro.it



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Francia, enorme incendio in impianto chimico a Rouen: è classificato Seveso, ad alto rischio

Un enorme incendio è divampato questa notte, intorno alle tre, in un impianto chimico della società Lubrizol che produce dal 1954 additivi per lubrificanti, a Rouen, in Normandia a 135 chilometri da Parigi.

L’impianto è classificato “Seveso”, sulla base della direttiva europea che impone agli Stati membri di identificare i propri siti a rischio. Non si ha ancora notizia delle cause che hanno provocato le fiamme che, insieme al fumo, sono visibili a chilometri di distanza.

Oltre 130 vigili del fuoco sono sul posto, un cordone di sicurezza sta isolando la zona. Un perimetro di 500 metri intorno al sito è stato evacuato. Sui social network, testimoni affermano di aver sentito diverse esplosioni. I vigili del fuoco hanno dovuto chiedere rinforzi dai dipartimenti che si affacciano sulla Senna marittima e l’incendio è ancora in corso.

Gli abitanti di dodici comuni, tra cui Rouen, sono stati invitati a rimanere a casa. Le scuole della zona abitata da circa oltre 500 mila persone rimarranno chiuse ha aggiunto il prefetto della Normandia, Pierre-Andrè Durand.

Le “analisi iniziali non hanno rivelato alcuna tossicità acuta”, ha fatto sapere la prefettura di Seine-Maritime, ma pur sottolineando che le prime analisi condotte non hanno riscontrato “tossicità nelle principali molecole” del fumo sprigionato dall’incendio, ha esortato la popolazione “a limitare le uscite allo stretto necessario”. Rassicurazioni anche dal ministro dell’Interno francese, Christophe Castaner: “Non ci sono elementi che permettono di pensare che vi siano rischi legati al fumo. Non bisogna farsi prendere dal panico per questa situazione, ma muoversi con grande prudenza”.

L’incidente ricorda il “caso mercaptano”, accaduto nello stesso impianto. Nel gennaio del 2013, un forte e sgradevole odore emanato dall’azienda causò una “crisi sanitaria” nazionale. Un gas, il mercaptano, uscì da una delle cisterne dello stabilimento di Lubrizol, e i cattivi odori arrivarono a centinaia di chilometri di distanza, fino alla regione di Parigi. A causa dei forti venti, la nube di gas aveva addirittura attraversato la Manica e raggiunto il sud dell’Inghilterra. Le operazioni di neutralizzazione durarono diverse notti. L’inchiesta appurò che questa perdita di mercaptano era legata a un errore umano.


Fonte: repubblica.it



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Privacy: al via l’indagine conoscitiva internazionale sulla gestione dei data breach

Parte oggi il “Privacy Sweep 2019”, un’indagine a carattere internazionale dedicata quest’anno alla gestione dei data breach da parte di soggetti pubblici e privati. Le Autorità di protezione dati che svolgeranno l’indagine prenderanno in esame i processi e le procedure adottati per la gestione delle violazioni dei dati personali dai titolari dei trattamenti che operano sui rispettivi territori nazionali. L’iniziativa è coordinata dalla Global Privacy Enforcement Network (GPEN), la rete internazionale nata per rafforzare la cooperazione tra le Autorità della privacy di diversi Paesi, di cui il Garante italiano fa parte. Allo Sweep 2019 partecipano, oltre a quella italiana, altre 17 Autorità garanti della privacy di vari Paesi del mondo.

Il Garante per la protezione dei dati personali concentrerà la sua attività sul settore dell’e-commerce attraverso l’analisi di un campione significativo di aziende italiane.

I risultati dell’indagine internazionale saranno resi pubblici il prossimo novembre.

Lo “Sweep” (“indagine a tappeto”) sulla gestione dei data breach fa seguito ad analoghe indagini effettuate negli scorsi anni che hanno preso in esame il principio di responsabilizzazione (accountability), le informative privacy su siti web e le app per la telefonia mobile, i servizi online destinati a minori, l’Internet delle cose.

Che cos’è il Global Privacy Enforcement Network (GPEN)

Il GPEN (Rete globale per l’applicazione delle norme in materia di privacy) è stato costituito nel 2010 facendo seguito ad una raccomandazione dell´OCSE. L’obiettivo è quello di promuovere la cooperazione internazionale fra le Autorità di controllo in materia di privacy alla luce della globalizzazione dei mercati e del crescente flusso di informazioni personali.


Fonte: garanteprivacy.it



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Google non mostrerà più le anteprime degli articoli in Francia

Google ha annunciato che in Francia non mostrerà più le anteprime degli articoli dai siti di notizie nelle pagine dei risultati del suo motore di ricerca, limitandosi a pubblicare titolo e se presente la miniatura dell’immagine che accompagna l’articolo. La Francia è tra i primi paesi ad avere tradotto in legge le indicazioni sulle nuove norme sul copyright, approvate dall’Unione Europea lo scorso 26 marzo. Le nuove regole stabiliscono che le anteprime degli articoli possano essere mostrate sulle pagine dei risultati solo sotto licenza, pagando quindi gli editori. Google ha annunciato che non pagherà gli editori e che lascerà piuttosto a ciascuno di loro la possibilità di scegliere se mostrare o meno le anteprime, modificando il codice dei loro siti.

L’approvazione della legge sul copyright da parte dell’Unione Europea era stata accompagnata da numerose critiche, proprio sull’articolo 11 che consente agli editori di stabilire se mostrare o meno i loro contenuti sui motori di ricerca. Google aveva avvertito che la nuova legge avrebbe potuto comportare la chiusura del suo servizio Google News, nel quale sono sempre mostrate anteprime degli articoli, di solito con la citazione di alcune righe. Google ha già chiuso il servizio in Spagna e ora intende ridurne l’evidenza in Francia, lasciando comunque ai singoli editori la scelta di mantenere o meno una presenza e di mostrare le anteprime, che rendono più visibili i loro contenuti e contribuiscono secondo Google a portare maggior traffico verso i loro siti di notizie. A seconda di come sarà applicata la riforma del copyright europeo, le modalità di pubblicazione delle anteprime potranno variare da paese a paese.


Fonte: ilpost.it



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Google vince la causa con la Francia: nessun obbligo di rimozione fuori dall’Ue

Ieri sono successe due cose importanti: l’Europa ha dato ragione a Google, e nel momento di massima tensione fra le autorità comunitarie (e americane) e i colossi del digitale è una notizia non da poco. E abbiamo avuto una nuova conferma del fatto che Internet non è più unitaria, ma ha dei confini. Valicandoli ci si trova in contesti diversi con regole diverse. Entrambe le conclusioni fanno capo alla stessa storica sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, secondo la quale Google e gli altri motori di ricerca non sono obbligati a nascondere i contenuti protetti dal cosiddetto diritto all’oblio anche fuori dal Vecchio Continente.

Comprensibile soddisfazione da Mountain View, che non dovrà portare altrove l’obbligo comunitario: «Abbiamo lavorato per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di accesso all’informazione e la privacy. È positivo vedere che la Corte ha condiviso le nostre argomentazioni», ha dichiarato il senior privacy counsel di Google, Peter Fleischer. Per Thomas Hughes dell’organizzazione per la libertà di espressione e informazione Article 19 si tratta di una «vittoria per la libertà di espressione globale».

https://www.corriere.it/tecnologia/19_settembre_24/diritto-all-oblio-google-vince-causa-la-francia-nessun-obbligo-rimozione-livello-globale-b145f020-dea1-11e9-a10b-ca7db0bcf850.shtml


Fonte: corriere.it



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Il processo della valutazione dei rischi nelle cantine vinicole

Un documento sulla gestione dei rischi nelle cantine vinicole riporta precise indicazioni sul processo di valutazione dei rischi con particolare riferimento ai rischi relativi agli ambienti a sospetto di inquinamento o confinati.

Uno degli obblighi del datore di lavoro non delegabili, come indicato all’articolo 17 del D.Lgs. 81/2008, è la ‘valutazione di tutti i rischi con la conseguente elaborazione del documento previsto dall’articolo 28’.

Nella valutazione il datore di lavoro deve dunque tener conto “di tutte le circostanze in cui i lavoratori possono trovarsi ad operare”. Ad esempio l’analisi dei rischi “deve riguardare le caratteristiche dei luoghi e delle attrezzature, la durata delle varie fasi operative e delle possibili variazioni dei livelli di rischio nel corso dell’attività svolta in condizioni di lavoro sia routinarie che al di fuori dell’ordinarietà”.

A soffermarsi con queste parole sul tema della valutazione dei rischi, con particolare riferimento alle cantine vinicole e agli ambienti sospetti di inquinamento o confinati presenti, è il documento “ Lavoro in spazi confinati nelle cantine vinicole. Indicazioni operative per la gestione dei rischi”, prodotto dall’ ATS Pavia e a cura di Gioia De Paschale, Antonio Bordati, Cristina Gremita (ATS Pavia) e Adriano Bacchetta (European Interdisciplinary Applied Research Center for Safety – Parma).

Il processo di valutazione dei rischi

Con riferimento ai luoghi di lavoro nelle cantine vitivinicole si indica che “dovranno essere valutate, ad esempio, le caratteristiche relative a pavimentazione ed aerazione, nonché i volumi degli ambienti; per i rischi derivanti dall’uso di attrezzature ed impianti dovrà essere accertata l’assenza di pericolo di contatto con organi in movimento o che possono essere accidentalmente rimessi in moto”.

Dovrà poi essere considerato il rischio chimico, “da intendersi quale rischio infortunistico, oltre che tecnopatico, correlato sia all’impiego di prodotti durante le pratiche di cantine, sia allo sviluppo di gas e vapori pericolosi nel varie fasi di trasformazione delle uve”.

Altre fonti di rischio sono costituite, inoltre, “da silice, anidride solforosa, prodotti sanificanti e detergenti. Il datore di lavoro dovrà prendere in considerazione, in particolare, le loro proprietà pericolose, il livello, il modo e la durata dell’esposizione, le circostanze in cui viene svolto il lavoro in presenza di tali agenti”. E si dovrà tenere conto anche “della formazione dei lavoratori e delle differenze di genere, età e provenienza”.

Chiaramente attraverso la valutazione dei rischi dovranno poi “essere attuate le misure finalizzate all’eliminazione/contenimento dei rischi individuati e dovrà essere prodotto il documento di cui all’art. 17 del D.lgs. 81/08”.

Senza dimenticare che ogni variazione di rischio “dovrà comportare l’aggiornamento della valutazione”. E per le attrezzature ed impianti che lo prevedono, “dovranno essere presenti documenti attestanti il permanere dei requisiti di sicurezza (verbali di verifiche periodiche oltre che le certificazioni di conformità”.

La documentazione da tenere in azienda

Il documento si sofferma anche sulla documentazione da tenere in azienda a disposizione degli organi di controllo:

  • nomine: RSPP, medico competente, addetti emergenza
  • Certificati di idoneità alla mansione
  • Documento di valutazione dei rischi
  • Attestati di formazione/aggiornamento
  • Procedure di emergenza
  • Schede tecniche dei DPI
  • Schede di sicurezza dei prodotti chimici
  • Certificati di conformità e verbali di omologazone/verifica di impianti e attrezzature
  • Manuali di istruzione e uso attrezzature CE

La valutazione per gli ambienti a sospetto di inquinamento o confinati

Riguardo poi alla valutazione relativa ai rischi correlati agli ambienti a sospetto di inquinamento o confinati, il documento indica che in primo luogo “occorre verificare se esistono valide soluzioni individuate sulla base del principio generale di riduzione del rischio alla fonte ed in relazione al progresso tecnologico, quali misure alternative rispetto all’introduzione di un lavoratore all’interno di un ambiente confinato o sospetto di inquinamento”.

E in caso di necessità di accesso, “tale evenienza deve essere motivata con esplicitazione all’interno del Documento di valutazione dei rischi”.

Nell’ipotesi poi che non siano realizzabili misure alternative e risulti quindi impossibile evitare le attività dei lavoratori all’interno di questi ambienti confinati o a rischio di inquinamento, “dovrà essere effettuata un’analisi approfondita di tutti luoghi, attività, potenziali pericoli e relativi fattori di rischio; in particolare:

  • individuazione dei luoghi sospetti di inquinamento o confinati
  • tipologia delle operazioni e loro durata;
  • tipologia delle attrezzature usate per la specifica attività;
  • quota e caratteristiche dell’ambiente confinato;
  • necessità di ventilazione forzata;
  • accessibilità e caratteristiche dei passaggi utilizzati per accedere ai luoghi confinati;
  • conformazioni e dimensioni dei passi d’uomo e comunque di tutti i possibili accessi;
  • requisiti strutturali che rendono particolarmente difficoltoso il soccorso ed il recupero di un soggetto infortunatosi all’interno;
  • identificazione dei punti di controllo/isolamento impianti;
  • condizioni microclimatiche, con particolare riferimento ai valori di temperatura ed umidità;
  • condizioni determinanti affaticamento fisico e conseguente necessità di pause;
  • eventuale difficoltà nelle comunicazioni tra operatori e con il sistema di soccorso esterno”.

Si sottolinea poi che nel processo di valutazione è necessario dedicare particolare attenzione “all’eventuale presenza di gas quali anidride carbonica, azoto, argon e relativo rischio di asfissia”.

Riportiamo dal documento uno schema relativo allo sviluppo di anidride carbonica e all’utilizzo di gas tecnici in cantina:

L’esposizione ad agenti chimici pericolosi durante il lavoro negli ambienti confinati delle cantine, “può determinare un rischio non basso per la sicurezza”, in questo caso “dovranno essere adottate tutte le misure preventive e protettive previste dal titolo IX capo 1 del D.lgs 81/08 – Protezione da agenti chimici”.

Infatti l’articolo 224 (Misure e principi generali per la prevenzione dei rischi) prevede al comma 2 che se i risultati della valutazione dei rischi ‘dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni’ degli articoli 225 (Misure specifiche di protezione e di prevenzione), 226 (Disposizioni in caso di incidenti o di emergenze), 229 (Sorveglianza sanitaria), 230 (Cartelle sanitarie e di rischio).

Concludiamo rimandando ad una lettura integrale del documento dell’ATS Pavia che riporta specifiche indicazioni sui rischi da esposizione a gas e vapori, con particolare riferimento a:

  • rischio di asfissia
  • Anidride Carbonica
  • Azoto
  • Argon
  • Anidride solforosa
  • Alcool etilico.

https://www.puntosicuro.it/_resources/2015_2016_Lavori_spazi_confinati_cantine_vinicole_ATS_Pavia_6.pdf


Fonte:puntosicuro.it



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Sulle responsabilità di un coordinatore per la folgorazione di un operaio

Un operaio rimane folgorato per contatto con il cavo mono-fase di servizio ad illuminazione privata di una chiesa. La responsabilità del coordinatore. Il commento alla sentenza della Cassazione n. 27187 del 19 giugno 2019.

1. Fatto

La Corte di appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato le attenuanti generiche prevalenti e ha ridotto la pena a mesi 9 di reclusione, confermando la condanna di A.DB. per il reato di cui agli artt. 40, 113, 589, primo e secondo comma, cod.pen., perché, in cooperazione colposa con altri, nella veste di coordinatore per la progettazione ed esecuzione dei lavori, per colpa consistita nel non aver verificato con le opportune azioni di coordinamento e controllo l’applicazione da parte delle imprese esecutrici delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e coordinamento relative alla presenza di linee elettriche in cantiere e al rischio di elettrocuzione e per non aver verificato l’idoneità del piano di sicurezza operativo, non impediva la morte di L.DF., dipendente della Edil Group di C.F., che restava folgorato per contatto – elettrocuzione con il cavo mono-fase di servizio ad illuminazione privata della chiesa, dove si stavano svolgendo i lavori – 26 settembre 2014.

2. Diritto

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte “per pacifica giurisprudenza in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per l’esecuzione dei lavori ha ad oggetto esclusivamente il rischio c.d. generico, relativo alle fonti di pericolo riconducibili all’ambiente di lavoro, al modo in cui sono organizzate le attività, alle procedure lavorative ed alla convergenza in esso di più imprese; ne consegue che il coordinatore non risponde degli eventi riconducibili al c.d. rischio specifico, proprio dell’attività dell’impresa appaltatrice o del singolo lavoratore autonomo” (da ultimo v. Cass. n. 3288 del 27/09/2016, dep. 2017, Bellotti e altro, Rv. 269046)”.

E ancora: “[…] la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per la sicurezza dei lavori ha ad oggetto esclusivamente il rischio per l’ipotesi in cui i lavori contemplino l’opera, anche non in concomitanza, di più imprese o lavoratori autonomi le cui attività siano suscettibili di sovrapposizione od interferenza, e non il sovrintendere, momento per momento, alla corretta applicazione delle prescrizioni e delle metodiche risultanti dal piano operativo di sicurezza” (Cass. n. 34869 del 12/04/2017, Leone, Rv. 270756)” fatto salvo il dovere di “sospendere, in caso di pericolo grave ed imminente, le singole lavorazioni” ( Cass. n. 36510 del 1/09/2014).

In tal senso la giurisprudenza costante di legittimità sottolinea che «in tema di infortuni sul lavoro, il coordinatore per l’esecuzione dei lavori, oltre ai compiti che gli sono affidati dall’art. 5 del D.Lgs. n. 494 del 1996, ha una autonoma funzione di alta vigilanza circa la generale configurazione delle lavorazioni che comportino rischio interferenziale, ma non è tenuto anche ad un puntuale controllo, momento per momento, delle singole attività lavorative, che è invece demandato ad altre figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto), salvo l’obbligo, previsto dall’art. 92, lett. f), delD.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, di adeguare il piano di sicurezza in relazione alla evoluzione dei lavori e di sospendere, in caso di pericolo grave e imminente direttamente riscontrato, le singole lavorazioni fino alla verifica degli avvenuti adeguamenti da parte delle imprese interessate» (Sez. 4, n. 27165 del 24/05/2016, Battisti, Rv. 267735).

In particolare «in materia di infortuni sul lavoro, il coordinatore per l’esecuzione dei lavori ex art. 92 D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, oltre ad assicurare il collegamento fra impresa appaltatrice e committente al fine di realizzare la migliore organizzazione, ha il compito di vigilare sulla corretta osservanza delle prescrizioni del piano di sicurezza da parte delle stesse e sulla scrupolosa applicazione delle procedure a garanzia dell’incolumità dei lavoratori nonché di adeguare il piano di sicurezza in relazione alla evoluzione dei lavori, con conseguente obbligo di sospendere, in caso di pericolo grave e imminente, le singole lavorazioni. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto corretta la condanna pronunciata nei confronti dei coordinatori per la sicurezza che nel corso dell’avvicendamento tra due imprese, mentre erano in corso lavori in quota, avevano omesso per alcuni giorni di vigilare sulla corretta osservanza delle prescrizioni dei piani di sicurezza, causando lesioni personali ad un lavoratore)» (Sez. 4, n.47834 del 26/04/2016, Prette e altri, Rv. 268255).

La configurazione complessiva del cantiere è compito dal lato sicurezza del coordinatore, mentre il datore di lavoro deve organizzare la quotidiana vigilanza sui propri lavoratori: «in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza, che grava sul coordinatore per la sicurezza dei lavori, ha ad oggetto quegli eventi riconducibili alla configurazione complessiva, di base, della lavorazione e non anche gli eventi contingenti, scaturiti estemporaneamente dallo sviluppo dei lavori medesimi e, come tali, affidati al controllo del datore di lavoro e del suo preposto (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la responsabilità del coordinatore per la sicurezza in relazione al crollo di un’impalcatura)» (Sez. 4, n.46991 del 12/11/2015, Porterà e altri, Rv. 265661).

La sentenza che si commenta si muove lungo questo solco giurisprudenziale di legittimità, e ribadisce con forza che: “in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per la sicurezza dei lavori ha ad oggetto il rischio per l’ipotesi in cui i lavori contemplino l’opera, anche non in concomitanza, di più imprese o lavoratori autonomi le cui attività siano suscettibili di sovrapposizione od interferenza (Sez. 4, n.34869 del 12/04/2017 ud. – dep. 17/07/2017) e che la condotta contestata e accertata è riconducibile alla funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore, riferita anche sul rischio che deriva dall’interferenza delle imprese con un determinato luogo di lavoro”.

Nel caso di specie il giudice d’appello, in ciò successivamente confortato dalla Cassazione, ha ritenuto che sia ascrivibile al coordinatore l’infortunio “in cooperazione colposa con altri”. Infatti nella veste di coordinatore per la progettazione ed esecuzione dei lavori – come già indicato nelle parte iniziale di questo commento – “per colpa consistita nel non aver verificato con le opportune azioni di coordinamento e controllo l’applicazione da parte delle imprese esecutrici delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e coordinamento relative alla presenza di linee elettriche in cantiere e al rischio di elettrocuzione e per non aver verificato l’idoneità del piano di sicurezza operativo, non impediva la morte di L.DF., dipendente della Edil Group di C.F., che restava folgorato per contatto – elettrocuzione con il cavo mono-fase di servizio ad illuminazione privata della chiesa, dove si stavano svolgendo i lavori”.

Il giudice di appello ha sottolineato che “il ponteggio non era protetto dalla rete nel lato interno dove passava tangenziale la linea elettrica fino all’attacco sulla parete dell’edificio e verso la quale, ragionevolmente, il L.DF., che ragionevolmente stava trasportando un cavo arrotolato elettrico, poi trovato sul terreno in corrispondenza, si era sporto per motivi che costituiscono oggetto di ipotesi” e che “è certo che il L.DF. non ha cercato di aggirare la rete di protezione dato che in quel tratto di ponteggio non era stata allestita”.

Infine un altro punto di notevole interesse della sentenza – che si allega al commento – è che il giudice che ha condannato il coordinatore si è, peraltro del tutto legittimamente, discostato dalle valutazioni espresse dai tecnici ASL dello Spisal e dal consulente del Pubblico Ministero, utilizzando principi di comune esperienza: “in tema di istruzione dibattimentale, quando per la ricostruzione della eziologia dell’evento sia necessario svolgere indagini od acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, il giudice non può prescindere dall’apporto della perizia per avvalersi direttamente di proprie, personali, specifiche competenze scientifiche e tecniche, perché l’impiego della scienza privata costituisce una violazione del principio del contraddittorio nell’iter” di acquisizione della prova e del diritto delle parti di vedere applicato un metodo scientifico e di interloquire sulla validità dello stesso (Sez. 4, n. 54795 del 13/07/2017 ud. – dep. 06/12/2017, Rv. 271668 – 01).Tuttavia, nel caso di specie, la Corte [d’appello] si è discostata dalle ipotesi formulate dei tecnici della Spisal e del consulente della pubblica accusa non sulla base di cognizioni tecniche specialistiche, ma semplicemente sulla base dell’esame dei luoghi e degli elementi di fatto a loro disposizione, pervenendo a conclusioni diverse del tutto legittime alla luce del principio del libero convincimento, fondate sull’analisi di tutti gli elementi probatori raccolti”.

https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/rubriche-C-98/sentenze-commentate-C-103/sulle-responsabilita-di-un-coordinatore-per-la-folgorazione-di-un-operaio-AR-19321/


Fonte: puntosicuro.it



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Ci sono differenze di genere nel riconoscimento di infortuni e malattie?

Se la prima legge italiana sul lavoro delle donne (Regio Decreto 242/1902) fu promulgata nei primi anni del secolo scorso attraverso l’impegno di un movimento femminile “che spese molte delle sue energie per migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche riempite di bambine e di donne sottopagate”, sono diversi gli esempi, in Italia come tra le nostre immigrate negli Stati Uniti d’America, delle gravi carenze che hanno contrassegnato il Novecento in materia di sicurezza sul L’esposizione femminile a stress, violenze e stalking.

Per ricordarne alcuni possiamo fare riferimento ad un intervento raccolto nel volume “ Sicurezza accessibile. La sicurezza sul lavoro in una prospettiva di genere” curato da Giorgio Sclip ( Università degli Studi di Trieste) ed edito da EUT Edizioni Università di Trieste. Un volume che contiene i contributi del seminario di studi “ La sicurezza sul lavoro in una prospettiva di genere. Uomini e donne sono uguali?”, che si è tenuto l’8 marzo 2018 a Trieste.

Nell’intervento “Ineguaglianze nel riconoscimento delle malattie professionali e negli infortuni in itinere delle donne”, a cura di Silvana Salerno (ricercatrice dell’Enea), si mostra come la storia dell’insicurezza delle lavoratrici non si fermi tuttavia al Novecento, ma arrivi anche ai giorni nostri attraverso una costante ineguaglianza nel riconoscimento degli infortuni e delle malattie professionali tra lavoratori e lavoratrici.

Le differenze nel riconoscimento delle malattie professionali

Infatti la relatrice segnala come, a partire dagli anni novanta, diversi studi in Canada e in Svezia mostrano “come il tasso di riconoscimento delle malattie professionali nel genere femminile sia costantemente più basso di quello maschile” e come si assista ad una “sistematica discriminazione nel riconoscimento delle malattie professionali femminili”:

  • lo studio svedese indica che sono respinte il 77.2% delle denunce femminili verso il 56.4% di quelle maschili;
  • lo studio canadese mostra che sono riconosciute il 32% delle denunce femminili verso il 44% di quelle maschili.

Nel nuovo millennio un altro studio, curato da Isabelle Probst, “conferma il dato per la Svizzera (40% femmine vs 64% dei maschi per quanto riguarda le malattie professionali riconosciute)”. E altri dati riportati riguardano studi in Francia (48.9% femmine vs 51.1% dei maschi) e in Belgio.

Si segnala poi che in Italia è stato avviato un analogo studio che “mette a confronto il tasso di riconoscimento di tutte le malattie professionali per genere negli anni 2010-2013” e il confronto “viene effettuato per le malattie tabellate (Tabella 1), che rappresentano le malattie professionali per le quali in presenza dell’esposizione e della malattia il nesso di causa-effetto è acquisito e per quelle non tabellate, in cui il nesso causale va dimostrato dalla lavoratrice (Tabella 2)”. Lo studio considera le differenze anche per paese di nascita.

Rimandiamo alla lettura integrale dell’intervento che riporta ulteriori indicazioni e tabelle su un gruppo di malattie professionali da “sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore”.

I dati dello studio evidenziano anche per l’Italia una “significativa diminuzione del riconoscimento delle malattie professionali nell’Industria-servizi per il genere femminile sia tra le nate in Italia sia tra le nate all’estero”.

Inoltre le differenze di genere “si evidenziano anche nel numero delle ‘malattie non tabellate’ che sono denunciate più frequentemente dalle donne”.

Si segnala poi che una differenza significativa, anche in questo caso penalizzante per il genere femminile, “permane anche nel ‘sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore’, che rappresenta la prima voce tabellare delle denunce femminili”.

In definitiva la tabella delle malattie professionali “non è neutrale rispetto al genere”, ma appare “costruita sui mestieri maschili”.

Ed è stata proprio “l’esclusione delle più frequenti malattie professionali femminili, come quelle del sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore, che ha determinato l’inserimento nel 2008 di questa voce tra le malattie tabellate”. Tuttavia non tabellate risultano ancora molte malattie da lavoro femminili quali “quelle delle infermiere, insegnanti, badanti (sindrome del bruciarsi, burn-out), violenze psicologiche (mobbing), molestie sessuali (sexual harrasment)”.

Rimandiamo, anche in questo caso alla lettura dell’intervento che riporta ulteriori indicazioni sulle malattie da disturbi psichici con diagnosi prevalenti di Disturbo dell’Adattamento (DDA) e di disturbo post-traumatico da stress (DPST), non tabellate, e su altri casi di malattie professionali meno riconosciute nelle donne, come, ad esempio, il mesotelioma pleurico dovuto all’esposizione ad amianto.

Le differenze nel riconoscimento degli infortuni

La relatrice riporta diversi casi di infortunio in itinere, con o senza coinvolgimento di un mezzo di trasporto, e segnala che gli infortuni in itinere “rappresentano la prima causa di morte per le donne italiane e immigrate”.

Si indica che le differenze di genere negli infortuni in itinere, rilevate anche in altri Paesi europei, “potrebbero essere dovute alla mancanza di flessibilità degli orari di lavoro con un aumento di rischio di infortuni in itinere con mezzo di trasporto legati nella prima ora di lavoro. La sonnolenza potrebbe essere un’altra causa visto che la fascia oraria maggiormente interessata è quella mattutina. I mesi di ottobre-dicembre sono i mesi che potrebbero essere più critici per ragioni meteorologiche e/o forse anche organizzative per la conciliazione casa-lavoro”.

In ogni caso in un’analisi puntuale dei singoli casi di donne morte per infortunio è stato confermato “come le donne muoiano maggiormente nel nord-est d’Italia, area di maggiore occupazione femminile, siano sposate con bambini, abbiano mediamente 40 anni di età, le immigrate più giovani, muoiano alla guida di autovetture medio-piccole, andando al lavoro nei servizi (cura, ristorazione, commercio) nell’arco temporale 4-9 del mattino, soprattutto il mercoledì nella stagione invernale a circa 15 chilometri dal domicilio”. E per quanto riguarda le inabilità da infortuni in itinere “il genere femminile si trova ad avere maggiori eventi in totale con una percentuale superiore per il genere femminile legata maggiormente alle inabilità da infortuni in itinere senza mezzo di trasporto”.

Inoltre – continua la relatrice – le donne “presentano un maggior numero di eventi che non hanno prodotto menomazione permanente ma esclusivamente una disabilità temporanea”, e questo elemento “necessita di essere approfondito”. Infatti potrebbe rappresentare una “discriminazione indiretta nel riconoscimento dell’invalidità permanente e in particolare di quella più grave (26-100%). Anche in questo caso, come per le malattie professionali, si tratterebbe dunque di riorientare per genere il riconoscimento delle menomazioni”.

In definitiva la relatrice rileva come infortuni e malattie professionali siano “differenti per genere e per Paese di nascita” e la lista delle malattie professionali “deve essere orientata a queste differenze che rappresentano condizioni lavorative diverse non ‘neutrali’ rispetto al genere e alla provenienza geografica”.

In particolare le ineguaglianze nel riconoscimento delle malattie professionali devono essere studiate e sanate “anche in termini assicurativi oltre che preventivi” e analoga attenzione “va posta alla valutazione delle disabilità, in particolare quelle da infortuni in itinere, e al loro riconoscimento che, in analogia con le malattie professionali, sembra essere meno tutelato nel genere femminile”.

Documento completo:

https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/23471/1/01-Sclip_9-22.pdf


Fonte: puntosicuro.it



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Milano, paura in un cantiere a City Life

Pomeriggio di paura, quello di mercoledì, nel cantiere del Curvo, in piazza Tre Torri a Milano: una mini gru è caduta dal 29 piano della Torre Libeskind fino a terra.

Per fortuna l’incidente, avvenuto poco dopo le 14, non ha provocato nessun ferito all’interno del cantiere dell’unica torre che deve essere ancora completata del complesso di City Life. La gru ha devastato diverso materiale edile depositato a terra, alla base dell’edificio, e solo per un caso non ha preso nessuno.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco del comando provinciale di Milano con diversi mezzi per rimuovere la mini gru e per fare i rilievi sull’accaduto. Sono intervenute anche tre ambulanze e un’automedica in via precauzionale. Presente anche la polizia.

La Torre Libeskind di PWC

L’inquilino della terza torre di Citylife — “il Curvo”, grattacielo disegnato da Daniel Libeskind — sarà PricewaterhouseCoopers, network internazionale, operativo in 158 Paesi con circa 223mila dipendenti che fornisce servizi di consulenza. Il fatto è stato reso noto dalla stessa società con una nota.

Il grattacielo

La costruzione disegnata da Libeskind è alta 28 piani per un totale di 175 metri di altezza e 30mila metri quadrati. La torre è caratterizzata da una struttura interna di calcestruzzo armato e coronata da 20 pilastri perimetrali anch’essi in calcestruzzo ma rivestiti in acciaio.

L’elemento chiave è la forma ricurva e si ispira alle cupole rinascimentali. All’interno del “Curvo” correranno otto ascensori che collegheranno uffici e sale conferenze. Quando sarà finita potrà ospitare 3mila dipendenti, che si sommeranno ai 6mila lavoratori di Allianz e Generali (questi si siederanno alle scrivanie da luglio 2018).


Fonte: milanotoday.it



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Sicurezza degli impianti a gas

A volte il vigile del fuoco si trova dinanzi, nell’ambito dell’attività istituzionale espletata, palesi difformità d’impianti alimentati a gas rispetto alle norme vigenti; quand’anche l’intervento non sia espletato in relazione all’impianto stesso, come ad esempio nel caso di un intervento per soccorso persona o altro, rimane obbligo del vigile del fuoco rilevare la difformità se la stessa è visibile e riscontrabile.

Come noto gli impianti domestici alimentati a gas di rete devono essere installati in conformità alle norme UNI vigenti, come prescritto dalla L. 1083 del 06.12.1971.

Tale norma, peraltro, è stata oggetto di una recente modifica con la pubblicazione sulla G.U. n. 72 del 26.03.2019 del D. Lgs. n. 23 del 21.02.2019, riportante “Attuazione della delega di cui all’articolo 7, commi 1 e 3, della legge 25 ottobre 2017, n. 163, per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2016/426 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sugli apparecchi che bruciano carburanti gassosi e che abroga la direttiva 2009/142/CE”.  Il nuovo decreto, all’art. 2, reca sostanziali modifiche alla L. n. 1083 del 06.12.1971, sulla sicurezza dell’uso del gas.

Il testo della L. 1083/1971 richiamava e richiama, all’art. 3, l’obbligo di installare impianti alimentati a gas in conformità alla regola d’arte: “I materiali, le installazioni e gli impianti alimentati con gas combustibile per uso domestico e l’odorizzazione del gas, … realizzati secondo le norme specifiche per la sicurezza pubblicate dall’Ente nazionale di unificazione (UNI) in tabelle con la denominazione UNI-CIG, si considerano effettuati secondo le regole della buona tecnica per la sicurezza. Le predette norme sono approvate con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’interno. Ai medesimi fini di cui al primo comma si considerano effettuati secondo le regole della buona tecnica anche i materiali, le installazioni e gli impianti realizzati in conformità alle specifiche tecniche di una organizzazione di normazione europea o di un organismo di normazione di uno degli altri Stati membri dell’Unione europea o degli Stati che sono parti contraenti degli accordi sullo spazio economico europeo.”

L’aspetto prevalente della modifica intervenuta con il D. Lgs. n. 23/2019 riguarda la variazione dell’art. 5 della L. 1083/1971, inerente le sanzioni per il mancato rispetto delle prescrizioni della norma che prima puniva i trasgressori con “l’ammenda da lire 200.000 a lire 4.000.000 o con l’arresto fino a due anni”; in base al nuovo disposto di legge, installare un impianto a gas di tipo domestico o similare non in stretta conformità alla regola dell’arte non è più un reato penale ma costituisce violazione amministrativa punita con la sanzione pecuniaria da 10.000 a 45.000 euro.

Le violazioni della L. 1083/1971, come recentemente modificata, dovranno portarsi all’attenzione delle Camere di Commercio competenti.

Le circostanze riscontrabili con maggiore frequenza, inerenti difformità delle installazioni a gas sono relative agli elementi (indicativamente) di seguito evidenziati:

  • funzionalità compromessa dei sistemi di scarico dei prodotti della combustione, insufficiente tiraggio degli apparecchi a gas e delle canne fumarie in generale;
  • non corretta ventilazione dei locali che ospitano gli apparecchi a gas;
  • livello di manutenzione delle apparecchiature spesso insufficiente;
  • caratteristiche peculiari degli ambienti dove sono installati gli impianti, con locali spesso inidonei; si pensi ad esempio alla presenza di sistemi a gas a camera aperta in locali non adatti per dimensioni e/o destinazione d’uso, quali bagni, camere da letto, monolocali;
  • superficie di aerazione spesso non corretta o non sufficiente, dei locali dove sono istallati apparecchi a camera aperta;
  • ubicazione di impianti a gas in locali abitativi unici contemporaneamente adibiti a soggiorno, camera da letto e luogo di cottura dei cibi;
  • mancata tenuta delle tubazioni.

Già nel 2009, e successivamente nel 2015, la Procura di Milano emanava direttive “in tema di tutela della pubblica incolumità: accertamento dei reati connessi all’utilizzo del gas combustibile per uso domestico e similare”, sottolineando che “L’elevato numero dei casi di intossicazione da monossido di carbonio e degli incidenti domestici derivanti dall’uso di gas combustibile, distribuito attraverso reti o bombole …. impone la necessità di … assicurare una risposta efficace a fenomeni spesso aventi tragiche conseguenze e frequentemente evitabili mediante l’adozione di elementari regole di prudenza”.

Premesso che nei luoghi di lavoro un impianto fuori norma potrebbe essere contestato dall’autorità competente ai sensi del D. Lgs. 81/2008, anche ai sensi dell’art. 24, in base al quale “Gli installatori e montatori di impianti, attrezzature di lavoro o altri mezzi tecnici, per la parte di loro competenza, devono attenersi alle norme di salute e sicurezza sul lavoro, nonché alle istruzioni fornite dai rispettivi fabbricanti”,nel caso in cui il vigile del fuoco riscontri, durante un intervento di soccorso tecnico urgente, un impianto domestico del tipo a gas non conforme alle disposizioni vigenti dovrà provvedere, limitatamente alla circostanza in cui non si siano verificate intossicazioni, scoppi o incendi, a ingiungere all’azienda distributrice del gas la interruzione della fornitura.

La chiusura del contatore è attività sufficiente a garantire la sicurezza e l’incolumità degli occupanti l’appartamento, nel caso in esame di mera difformità normativa dell’impianto ed in assenza di eventi dannosi di qualsiasi tipo.

Gli adempimenti suddetti potranno essere predisposti d’intesa con il personale della ATS (Azienda tutela salute) eventualmente presenti in posto.

Nei casi meno gravi di riscontrata non conformità dell’impianto alle norme UNI 7129 o alle altre eventualmente applicabili, occorrerà senz’altro disporre la messa in sicurezza dello stesso impianto; il vigile del fuoco dovrà almeno provvedere dal punto di vista formale alla diffida all’uso dell’impianto nei confronti dell’utilizzatore.

In caso di grave intossicazione, decesso, incendio o scoppio, il personale VVF presente in posto è tenuto a effettuare, d’intesa con l’Autorità Giudiziaria e eventualmente con gli altri operatori di PG presenti in posto, il sequestro penale dell’impianto, del misuratore del gas, compresi eventuali camini e canne fumarie.

In tali casi potrebbero ipotizzarsi, in funzione dei casi specifici, i reati d’incendio, lesioni colpose, omicidio colposo, ma anche truffa, falso ideologico, frode in commercio, getto pericoloso di cose, ecc.

Sarà necessario produrre una dettagliata relazione della situazione riscontrata, possibilmente completa di documentazione fotografica, riportante le disposizioni della norma che si ritengono violate, le generalità e i recapiti delle persone interessate, come ad esempio l’inquilino eventuale utilizzatore dell’impianto, il proprietario dell’alloggio e ove necessario l’amministratore del condominio; dovranno essere specificati i provvedimenti attuati per la messa in sicurezza; ove riscontrabile, occorrerà evidenziare le generalità dell’installatore dell’impianto, allegando visura camerale della società installatrice, nonché i riferimenti di eventuali manutentori che abbiano operato sullo stesso impianto successivamente all’installazione; se evincibile, occorrerà segnalare l’epoca di installazione dell’impianto, nonché allegare la documentazione reperibile in merito all’impianto a gas, quale dichiarazione di conformità o di rispondenza disponibile.

Gli ufficiali di polizia giudiziaria presenti in posto, nelle quarantotto ore successive, trasmettono il verbale al Pubblico Ministero. Questi (se non viene disposta la restituzione delle cose sequestrate) richiede al giudice la convalida. In casi eccezionali di urgenza diventa possibile eseguire ad iniziativa degli Ufficiali di P.G. il sequestro preventivo, che però in questo caso ha carattere provvisorio ed il permanere della sua efficacia resta subordinato alla pronuncia del provvedimento di convalida ed al decreto di sequestro, da richiedere al giudice entro quarantotto ore dall’avvenuto sequestro.

 

https://www.puntosicuro.it/incendio-emergenza-primo-soccorso-C-79/prevenzione-incendi-C-85/sicurezza-degli-impianti-a-gas-AR-19388/


Fonte: puntosicuro.it



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Sicurezza nel settore pirotecnico: campi elettromagnetici e segnaletica

Nella preparazione di fuochi di artificio e giochi pirici un rischio rilevante per i lavoratori è quello relativo alle conseguenze di eventuali incendi ed esplosioni. E tra i possibili fattori di innesco di cui tener conto nella valutazione dei rischi c’è alla presenza di campi elettromagnetici che “potrebbero divenire fonte di innesco di materiale esplodente in analogia a quanto indicato dalla UNI EN 1127-1 per le atmosfere esplosive”.

A ricordarlo e a fornire alcune indicazioni sia sulla valutazione dei rischi nel settore pirotecnico, con riferimento anche ai campi elettromagnetici, che sulla segnaletica necessaria per una corretta gestione della sicurezza, è il documento Inail “ Indicazioni operative per le aziende del settore pirotecnico. Fabbriche, depositi di fabbriche e di vendita, realizzato dalla Consulenza tecnica accertamento rischi e prevenzione (Contarp).

Il rischio dei campi elettromagnetici

Il documento Inail ricorda che riguardo ai campi elettromagnetici la legislazione italiana ha “recepito con il d.lgs. 159/2016 la Direttiva 2013/35/UE (sostitutiva della precedente Direttiva 2004/40/CE) sull’esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dai campi elettromagnetici da 0 a 300 GHz”. E il decreto modifica ed integra il Titolo VIII, Capo IV del d.lgs. 81/2008.

Malgrado questa presentazione, il documento non entra nel dettaglio degli “aspetti normativi, fisici, preventivi, protezionistici, diagnostici e medici dovuti all’esposizione lavorativa ai campi elettromagnetici”, ma si sofferma, invece, sulla possibilità che i campi, in determinate circostanze, potrebbero divenire fonte di innesco di pericolose esplosioni.

Si segnala, a questo proposito, che il “campo elettromagnetico” o “radiazione elettromagnetica” è una forma di energia “che può permeare lo spazio e propagarsi in esso. Le onde elettromagnetiche costituiscono una delle modalità più comuni di propagazione del campo elettromagnetico”. E in tutti gli ambiti lavorativi “possono essere presenti direttamente o indirettamente varie sorgenti di emissione di radiazioni non ionizzanti (NIR) e in particolare quelle ricadenti nelle categorie delle onde elettromagnetiche a radiofrequenza (RF: frequenza compresa tra 300 kHz e 300 MHz) e microonde (MW: frequenza compresa tra 300MHz e 300 GHz)”.

La presenza di radiazioni elettromagnetiche “può indurre la generazione di corrente in strutture in grado di intercettare e canalizzare la radiazione. È provato, infatti, che alcune strutture metalliche (ad es. tubazioni, ecc.) possono comportarsi da antenne non-intenzionali e ricevere energia dall’ambiente elettromagnetico”.

E tali strutture – continua il documento – “sarebbero assimilabili a circuiti che, in caso di interruzione, possono generare archi voltaici in grado di innescare il materiale esplodente presente nelle vicinanze”. In circostanze sfavorevoli, “in punti di discontinuità metallica possono avvenire rilasci di scariche elettriche mediante il meccanismo noto come ‘break-spark’. Tali scariche possono sviluppare una potenza sufficiente a causare l’ignizione in genere di un’atmosfera infiammabile e, per analogia, anche di materiale esplodente”.

Fatte queste premesse una valutazione del rischio dovuto ad innesco da onde elettromagnetiche dovrà essere condotta “individuando le seguenti condizioni, che dovranno essere soddisfatte congiuntamente:

  • radiazione elettromagnetica di sufficiente intensità;
  • presenza di strutture configurabili come antenne non-intenzionali in zone con presenza di materiale esplodente;
  • esistenza di meccanismi che possono convertire l’energia intercettata dall’antenna in scintilla elettrica con energia sufficiente a innescare il materiale esplodente”.

Movimentazione, rumore e vibrazioni

In merito alla valutazione dei rischi il documento ospita in appendice anche alcune indicazioni su alcuni rischi classici come la movimentazione manuale dei carichi, il rischio rumore e il rischio vibrazioni.

Nella movimentazione manuale dei carichi rientrano varie attività manuali “passibili di provocare, nel tempo, l’insorgenza di patologie a carico sia del rachide che degli arti superiori”. A questo proposito il documento riporta alcune indicazioni normative e si ricorda che, per quanto riguarda la valutazione dei rischi da sovraccarico biomeccanico, il D.Lgs 81/2008 “fornisce indicazioni precise: l’art. 168, comma 3 sancisce che, laddove applicabili, le norme tecniche costituiscono il criterio di riferimento primario; negli altri casi si potrà fare riferimento alle buone prassi o alle linee guida. In tale ottica, l’allegato XXXIII cita espressamente le norme della serie ISO 11228 (parti 1, 2, 3). Inoltre, l’allegato XXXIII, relativamente alle diverse tipologie di movimentazione manuale dei carichi, prende in considerazione una serie di fattori organizzativi, lavorativi e individuali dei quali occorre tenere conto: in particolare, le caratteristiche del carico, lo sforzo richiesto, le posture assunte, le caratteristiche dell’ambiente di lavoro, l’entità e la distribuzione delle pause, la frequenza delle operazioni, la geometria della movimentazione, l’età, il genere e lo stato di salute”.

Il documento si sofferma poi sul rischio rumore ricordando che l’obbligo della valutazione del rischio “scatta sempre, a prescindere dai livelli di rumore presenti in fabbrica”.

In particolare “i lavoratori pirotecnici sono esposti al rischio rumore sia per l’utilizzo di macchine e attrezzature nella fase di produzione sia nella fase di allestimento delle batterie di mortai al momento del lancio dei fuochi”.

Riprendiamo dal documento una tabella con i valori dei limiti di azione e di esposizione al raggiungimento e superamento dei quali scattano determinati obblighi sia per il datore di lavoro sia per il lavoratore:

Si ricorda poi che anche per il rischio vibrazioni, così come per il rischio rumore, “il legislatore ha fissato delle soglie di rischio, in termini di accelerazione subita dal lavoratore nell’arco temporale delle 8 ore giornaliere, al superamento delle quali scattano precisi obblighi per il datore di lavoro sia in termini di riduzione del rischio sia per l’informazione e formazione dei lavoratori e per la sorveglianza sanitaria.

L’importanza della segnaletica

Riguardo al settore pirotecnico il documento fornisce poi utili informazioni sulla segnaletica di salute e sicurezza sul lavoro.

Dopo aver presentato le leggi e la normativa tecnica in materia di segnaletica, il documento segnala che in ottemperanza all’art.19 del d.p.r. 302/1956, “nei locali in cui si producono, si manipolano e si conservano fuochi pirotecnici (sostanze esplodenti) ed esplosivi (come pure nei vari reparti dei cantieri di scaricamento proiettili) devono essere affissi cartelli indicanti:

  1. le disposizioni da adottarsi in caso di allarme o di incidente;
  2. le modalità da seguirsi nelle operazioni affidate ai lavoratori e che implichino responsabilità, quali la sorveglianza di reazioni, l’esecuzione di lavori che comportano pericolo;
  3. il numero massimo dei lavoratori ammesso nel reparto;
  4. il quantitativo massimo di esplosivo ammesso nel reparto;
  5. le eventuali altre disposizioni che interessino la sicurezza dei lavoratori presenti”.

E comunque ai fini di una corretta gestione della sicurezza, “è necessario collocare un’adeguata segnaletica di sicurezza in posizione ben visibile in cui, tra gli altri, non dovranno mancare i seguenti cartelli:

  • cartelli triangolari riportanti la dicitura ‘materiale esplodente/esplosivo’ da collocarsi nei locali di fabbricazione (laboratori), deposito e/o vendita (di cui uno sulle relative porte d’ingresso).
  • cartelli circolari con la dicitura ‘vietato fumare o usare fiamme libere’ da collocarsi nei locali di fabbricazione (laboratori), deposito e/o vendita (di cui uno sulle relative porte d’ingresso).
  • cartelli rettangolari riportante la dicitura ‘vietato l’accesso ai non addetti ai lavori’ sulle porte di accesso locali di fabbricazione (laboratori) e deposito.
  • cartelli rettangolari indicanti le numerose vie di fuga predisposte lungo il perimetro degli edifici di fabbrica e deposito.
  • cartelli rettangolari espressamente finalizzati alla sicurezza antincendio indicanti i vari presidii di cui devono essere muniti i locali di fabbrica e deposito.
  • cartelli circolari prescrittivi richiamanti l’obbligo di indossare i relativi dispositivi di protezione individuale”.

Infine si indica che all’esterno di ogni locale “si avrà cura inoltre di affiggere le tabelle contenenti le procedure di sicurezza da mettere in atto in caso di emergenza, corredate delle relative planimetrie”.

Segnaliamo, in conclusione, che il documento Inail, che vi invitiamo a leggere integralmente, riporta indicazioni per la valutazione di molti altri rischi nel settore pirotecnico (ambienti lavorativi, attrezzature di lavoro, impianti elettrici, rischi di incendio ed esplosione, sostanze pericolose, …).

Documento completo:

https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-indicazioni-operative-aziende-del-settore-pirotecnico.pdf


Fonte: puntosicuro.it



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Privacy, a Google multa da 170 milioni per YouTube. E ora si indaga anche in Irlanda

Google, il mancato rispetto per la privacy costa. Pochi soldi, se confrontati all’enorme fatturato del gigante di Mountain View, molto in termini di immagine. I tempi del motto aziendale Don’t be evil (“Non essere malvagio”) sembrano lontani come Proxima Centauri. Così Big G patteggia una multa di 170 milioni di dollari per chiudere la disputa con le autorità americane sulle accuse a YouTube per la violazione della privacy dei bambini, accordo annunciato oggi dalla la Federal Trade Commission. E YouTube si impegna a rivedere il suo servizio nell’ambito del patteggiamento, ma l’accordo è subito criticato. Molti ritengono la sanzione troppo piccole per un colosso come Google.

Ma Google sembra entrato nel mirino delle autorità di regolamentazione irlandesi per possibili violazioni delle norme sulla privacy. Secondo quanto riporta il Financial Times, il motore di ricerca userebbe in modo segreto pagine web nascoste per passare i dati dei propri utenti agli inserzionisti pubblicitari, in questo modo violando le proprie policy interne e aggirando la regolamentazione europea sulla privacy, che per il trattamento dei dati impone trasparenza e richiesta di consenso. Il quotidiano finanziario, che cita fonti vicine a Brave, piccolo motore di ricerca rivale di Google, parla di nuovi documenti che sarebbero in mano delle autorità irlandesi di regolamentazione sui dati e che dimostrerebbero che il colosso tecnologico americano “sfrutta i dati personali senza sufficiente controllo o preoccupazione per la tutela dei dati”. Mountain view è accusata di usare dati sensibili (per esempio quelli sulla salute e l’orientamento politico degli utenti) per rendere le pubblicità sempre più mirate sull’utente. In particolare, secondo il Financial Times, Johnny Ryan, responsabile delle policy di Brave, avrebbe scoperto pagine nascoste da google e avrebbe cercato di monitorare se e in che misura il gruppo californiano le usa per passare dati agli inserzionisti.

Un portavoce di Mountain View ha fatto sapere che la società “non offre annunci personalizzati né invia richieste per sollecitare offerte senza il consenso dell’utente” e che, in ogni caso, collaborerà con le autorità britanniche e irlandesi che stanno indagando sulle attività pubblicitarie.


Fonte: repubblica.it



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Riders: approvato il nuovo decreto di tutela del lavoro

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato ieri il decreto legge con le misure urgenti per la tutela del lavoro. Il testo era stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 6 agosto ed ora  sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La nuova legge contiene norme a tutela dei riders, i fattorini che fanno le consegne di cibi a domicilio, come le pizze, spostandosi in bici o con il motorino.

Finora, il food delivery era uno dei settori più innovativi dell’economia emergente, ma dove i lavoratori erano più deboli ed esposti a rischi di sfruttamento. I riders sono sempre stati considerati come lavoratori autonomi, pagati a cottimo, cioè per ogni consegna fatta. Il nuovo decreto li tutela meglio, considerandoli, invece, lavoratori parasubordinati ai sensi del Jobs act e così garantendo loro maggiori diritti sia per la retribuzione, sia per gli aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro. La disciplina si applica a tutti coloro che svolgono consegne su due ruote, così intendendo non solo le bici, ma anche i motocicli.

riders, infatti, ricevono gli ordini di consegna attraverso piattaforme digitali (il cliente ordina i prodotti tramite app) alle quali sono collegati i fattorini dotati di bicicletta o ciclomotore che vanno a prendere il prodotto e lo consegnano a domicilio. Garantiscono, quindi, all’azienda non solo la prestazione di consegna, ma anche parecchie ore del loro tempo, aspettando che arrivi una chiamata.

D’ora in poi, riders dovranno ricevere il compenso in base non solo al numero di consegne giornaliere effettuate, ma anche al numero di ore lavorate. Viene così introdotta la paga oraria, a condizione che il lavoratore accetti almeno una chiamata al giorno. Inoltre, il cottimo dovrà essere in misura non prevalente.

In pratica, la nuova retribuzione sarà un mix composto, per una parte minoritaria, dal cottimo e per la parte maggiore su base oraria; il decreto stabilisce solo questo criterio di base, le modalità concrete saranno stabilite nei contratti collettivi di lavoro.

Inoltre, i riders avranno diritto alla copertura assicurativa Inail contro gli infortuni sul lavoro e malattie professionali e le aziende dovranno garantirgli la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro.


Fonte: laleggepertutti.it



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Igiene in cucina, ecco le regole basi: lavarsi le mani, pulire, separare, congelare

Non è casuale che il sistema agroalimentare italiano venga ormai considerato il n.1 al mondo per la sua qualità e la sua biodiversità, requisiti che, oltre alla creatività, hanno come capisaldi l’unicità delle materie prime e delle tecnologie tradizionali e artigianali e la garanzia di una legislazione e di controlli (oltre un milione ogni anno) considerati i più severi e i più affidabili oggi esistenti. La sicurezza alimentare è del resto la prima garanzia della bontà di qualsiasi preparato alimentare. Una condizione che è una caratteristica riconosciuta al nostro paese anche in un periodo in cui si vanno diffondendo tossinfezioni sempre più aggressive che colpiscono molto di frequente e sempre più spesso diversi Paesi europei. Tant’è vero che durante il periodo dell’epidemia europea della cosiddetta “mucca pazza” negli anni ’80 e ’90, partita da carne infetta dall’Inghilterra e diffusasi in tutta Europa con numerosi morti, la carne italiana veniva indicata come la più sicura grazie proprio al nostro sistema di prevenzione e di controllo del nostro Paese.

Listeria, l’Italia si salva
Listeria, Salmonella, Escherichia Coli e Campylobacter sono all’origine dei più aggressivi fenomeni. Di questi batteri il più diffuso in Europa e il più pericoloso sembra essere oggi la Listeria monocytogenes. Anche l’attuale allerta, partita dalla Spagna sulla Listeria presente nelle carni suine e bovine, in Italia non ha riscontri allarmanti. Eppure si tratta di un problema presente da decenni in tutti i continenti e strettamente legato alla mancanza di igiene, di corrette tecniche di conservazione e cottura e, infine, alla mancanza di tracciabilità per alcune derrate di origine vegetale e animale che arrivano non si sa da dove in condizioni spesso precarie.

Il fuoco per il Campylobacter
Ugualmente in crescita le tossinfezioni alimentari provocate dalla Salmonella e dal Campylobacter soprattutto provenienti da trattamenti inadeguati delle carni del pollame. Ben pochi sanno che basta anche non lavarsi bene le mani dopo aver toccato un’ala di pollo per trasmettere alle stoviglie e ai cibi presenti in cucina, dosi massicce di salmonella.

In particolare per evitare i gravi rischi collegati ai due batteri va ripresa una antica regola igienica delle nostre nonne che, prima di cuocere un pollo lo passavano a lungo sul fuoco per bruciare i resti delle piume ma anche per disinfettarli in modo drastico. Senza mai lavarlo! E in effetti non si deve mai lavare il pollame poiché il volatile Campylobacter sempre presente sulla pelle (non dentro!) grazie all’acqua si propaga velocemente nell’ambiente. Quanto alla Salmonella e a qualsiasi altro batterio (che temono il calore) le antiche ricette privilegiavano lunghe cotture nel tegame o nel forno a temperature molto alte così da coniugare insieme igiene e sapori.

Attenzione ai microonde, la salmonella resiste benissimo
La più infestante epidemia di salmonellosi avvenne negli anni ’90 in Inghilterra per la pessima abitudine di cucinare in fretta pollo surgelati in forni a microonde -di prezzo molto basso- a non più di 60 gradi. Qualsiasi tipo di carne deve invece essere omogeneamente cotta a lungo ad almeno 75 gradi, perché il pericolo proviene dal fatto che le temperature raggiunte all’interno sono sempre molto più basse di quelle della superficie esterna. Una semplice sonda risolve del tutto il problema poiché comunica la vera temperatura.

Lavarsi, pulire, separare, congelare
Oltre a queste regole fondamentali di igiene specifica per batteri molto pericolosi come la Salmonella, la Listeria e il Campylobcter, quali sono le regole che in generale possono limitare o evitare la maggior parte delle intossicazioni alimentari? Una premessa prioritaria: lavello, ripiani e taglieri, devono venir lavati con acqua bollente dopo la lavorazione di carne e pesce. Le posate, gli strumenti e le stoviglie usati per carni e pesce non devono mai venir manipolati per gli altri alimenti. Lavare molto bene le mani quando si toccano carni e pesci.

I materiali più igienici? L’acciaio e, a grande distanza, vetro, porcellana, plastiche speciali. Non usate strofinacci di tessuto che rimangono impregnati di microbi, odori e muffe, meglio la carta da cucina.

Le 5 regole fondamentali:

1-I cibi cotti sono molto più deperibili di quelli crudi e anzi devono subito essere messi in frigo, dopo una minima permanenza a temperatura ambiente. E consumati al più presto.

2-Freschi, surgelati, cotti, crudi, secchi, umidi…Tutti gli alimenti devono essere sempre separati per tipologia e sempre protetti con coperchi, confezioni alimentari, recipienti di vetro, di porcellana, o di plastica alimentare. L’aria della cucina è un concentrato ad alto rischio batteriologico poiché riproduce esattamente le condizioni ideali per qualsiasi microrganismo: temperature calde e tanta umidità.

3-Con un piccolo investimento è possibile eliminare gran parte dei problemi di igiene e triplicare la freschezza e l’igiene degli alimenti con un utensile che crea il sottovuoto, estraendo dai contenitori l’ossigeno prima causa del degrado e della permanenza dei batteri. Con l’aggiunta di altri 15 euro si può acquistare una sonda-termometro, altrettanto utile per la cottura.

4-Frutta e verdura vanno tenuti separati in frigorifero per evitare scambi di muffe, microbi e odori.

5-Nel dubbio: congelare subito cibi altamente deperibili, soprattutto d’estate.

https://www.ilsole24ore.com/art/igiene-cucina-ecco-regole-basi-lavarsi-mani-pulire-separare-congelare-ACOrEyh


Fonte: ilsole24ore.com



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Al via la formazione per PMI, professionisti e soggetti che operano nella consulenza giuridica sulla protezione dei dati

Parte il prossimo 18 settembre da Firenze (ore 9-18, Università degli Studi, Dipartimento di Scienze Giuridiche) il tour degli eventi formativi gratuiti del progetto SMEDATA, organizzati per supportare le piccole e medie imprese e i professionisti impegnati negli adempimenti normativi in materia di protezione dei dati personali e offrire chiarimenti ai soggetti che operano nella consulenza giuridica sul Regolamento (UE) 2016/679. Dopo quella di Firenze, sono poi previste altre 5 tappe, a Salerno (26 settembre), Milano (3 ottobre), Cosenza (22 ottobre), Genova (29 ottobre) e Roma (6 novembre).

Per il programma dei seminari e tutte le informazioni sul progetto è possibile consultare il sito del Garante per la protezione dei dati personali, alla pagina https://www.garanteprivacy.it/regolamentoue/formazione/smedata. Per alcuni eventi vi è ancora disponibilità di posti: per iscriversi è possibile compilare il form di registrazione presente sul sito http://giurisprudenza.uniroma3.it/progetto-smedata-eventi-di-formazione.

Il progetto SMEDATA, co-finanziato da fondi della Commissione europea, nasce da una partnership tra il Garante per la protezione dei dati personali italiano e l’Autorità per la protezione dati della Bulgaria. In Italia è stato sviluppato dal Garante in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi RomaTre. Oltre all’organizzazione di seminari di formazione e convegni, SMEDATA prevede lo sviluppo di uno strumento di auto-valutazione che aiuti le PMI negli adempimenti previsti dalla normativa in materia di protezione dati e la realizzazione di una app gratuita, ricca di contenuti informativi, per rendere più semplice e immediato l’aggiornamento e l’informazione degli imprenditori e dei consulenti privacy che supportano le PMI.

Specificatamente ideato per il settore privato, il programma SMEDATA completa l’offerta di formazione già messa in campo da Garante con il progetto T4DATA dedicato ai Responsabili della Protezione Dati (RPD) dei soggetti pubblici.


Fonte: garanteprivacy.it



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Violazioni di dati personali (Data Breach)

COSA È UNA VIOLAZIONE DEI DATI PERSONALI (DATA BREACH)?

Una violazione di sicurezza che comporta – accidentalmente o in modo illecito – la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati. Una violazione dei dati personali può compromettere la riservatezza, l’integrità o la disponibilità di dati personali.

Alcuni possibili esempi:

– l’accesso o l’acquisizione dei dati da parte di terzi non autorizzati;
– il furto o la perdita di dispositivi informatici contenenti dati personali;
– la deliberata alterazione di dati personali;
– l’impossibilità di accedere ai dati per cause accidentali o per attacchi esterni, virus, malware, ecc.;
– la perdita o la distruzione di dati personali a causa di incidenti, eventi avversi, incendi o altre calamità;
– la divulgazione non autorizzata dei dati personali.

COSA FARE IN CASO DI VIOLAZIONE DEI DATI PERSONALI?

Il titolare del trattamento (soggetto pubblico, impresa, associazione, partito, professionista, ecc.) senza ingiustificato ritardo e, ove possibile, entro 72 ore dal momento in cui ne è venuto a conoscenza, deve notificare la violazione al Garante per la protezione dei dati personali a meno che sia improbabile che la violazione dei dati personali comporti un rischio per i diritti e le libertà delle persone fisiche.
Il responsabile del trattamento che viene a conoscenza di una eventuale violazione è tenuto a informare tempestivamente il titolare in modo che possa attivarsi.

Le notifiche al Garante effettuate oltre il termine delle 72 ore devono essere accompagnate dai motivi del ritardo. 

Inoltre, se la violazione comporta un rischio elevato per i diritti delle persone, il titolare deve comunicarla a tutti gli interessati, utilizzando i canali più idonei, a meno che abbia già preso misure tali da ridurne l’impatto.
Il titolare del trattamento, a prescindere dalla notifica al Garante, documenta tutte le violazioni dei dati personali, ad esempio predisponendo un apposito registro. Tale documentazione consente all’Autorità di effettuare eventuali verifiche sul rispetto della normativa.

CHE TIPO DI VIOLAZIONI  DI DATI PERSONALI VANNO NOTIFICATE?

Vanno notificate unicamente le violazioni di dati personali che possono avere effetti avversi significativi sugli individui, causando danni fisici, materiali  o immateriali.
Ciò può includere, ad esempio, la perdita del controllo sui propri dati personali, la limitazione di alcuni diritti, la discriminazione, il furto d’identità o il rischio di frode, la perdita di riservatezza dei dati personali protetti dal segreto professionale, una perdita finanziaria, un danno alla reputazione  e qualsiasi altro significativo svantaggio economico o sociale.

CHE INFORMAZIONI DEVE CONTENERE LA NOTIFICA AL GARANTE?
La notifica deve contenere le informazioni previste all’art. 33, par. 3 del Regolamento (UE) 2016/679 e indicate nell’allegato al Provvedimento del Garante del 30 luglio 2019 sulla notifica delle violazioni dei dati personali (doc. web n. 9126951).
Qualora si utilizzi per la notifica il modello allegato al provvedimento, è necessario scaricarlo sul proprio dispositivo e successivamente procedere alla sua compilazione.

COME INVIARE LA NOTIFICA AL GARANTE?

La notifica deve essere inviata al Garante tramite posta elettronica all’indirizzo [email protected] e deve essere sottoscritta digitalmente (con firma elettronica qualificata/firma digitale) ovvero con firma autografa. In quest’ultimo caso la notifica deve essere presentata unitamente alla copia del documento d’identità del firmatario.
L’oggetto del messaggio deve contenere obbligatoriamente la dicitura “NOTIFICA VIOLAZIONE DATI PERSONALI” e opzionalmente la denominazione del titolare del trattamento.

LE AZIONI DEL GARANTE

Il Garante può prescrivere misure correttive (v. art. 58, paragrafo 2, del Regolamento UE 2016/679) nel caso sia rilevata una violazione delle disposizioni del Regolamento stesso, anche per quanto riguarda l’adeguatezza delle misure di sicurezza tecniche e organizzative applicate ai dati oggetto di violazione. Sono previste sanzioni pecuniarie che possono arrivare fino a 10 milioni di Euro o, nel caso di imprese, fino al 2% del fatturato totale annuo mondiale.

LINEE GUIDA

Linee guida in materia di notifica delle violazioni di dati personali (data breach notification) – WP250, definite in base alle previsioni del Regolamento (UE) 2016/679


Fonte: garanteprivacy.it



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La sicurezza alimentare? Passa dalla blockchain. Ma solo 1 azienda su 10 utilizza le nuove tecnologie

Tre vittime accertate e oltre 200 persone colpite dalla listeriosi in Andalusia a causa di carne contaminata (“la mechada”, un prodotto tipico di questa regione della Spagna). E’ questo solo uno degli ultimi casi di violazione della sicurezza alimentare. Sotto accusa, nel caso specifico, alcuni strumenti (il carrello del forno e aghi da lardo) in uso all’azienda produttrice Magrudis, risultati positivi ai batteri Listeria monocytogenes. Se torniamo a luglio 2018, fu il caso di Findus ad agitare i sonni di qualche consumatore con la diffusione di un comunicato che allertava in via precauzionale di una “potenziale contaminazione da batterio Listeria di una partita di fagiolini utilizzati in minima parte all’interno di alcune confezioni”.

Quello delle infezioni legate al cibo è, dati alla mano, un (enorme) problema globale. Secondo una pubblicazione del 2018 dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, arriva al 10% la percentuale di persone che ogni anno si ammalano a causa di alimenti contaminati, con un numero di decessi che supera le 420mila unità (di cui 125mila bambini). Solo nel quarto trimestre dell’anno passato il segretariato dell’Oms responsabile della sicurezza alimentare (Infosan) è stato attivato per 19 incidenti di sicurezza alimentare che hanno interessato 65 Paesi membri (di cui 29 in Europa). Le cause? Sono diverse le fasi della catena agroalimentare in cui è più probabile che si verifichi una contaminazione, partendo dalla produzione e dalle prime attività di trasformazione per arrivare al trasporto e alla distribuzione dei prodotti al consumatore finale.

Quello delle frodi alimentari, invece, è l’altra faccia di un problema che minaccia non solo la salute delle persone ma anche le eccellenze enogastronomiche e in particolare i prodotti contrassegnati dalle denominazioni di origine (Dop, Igp e via dicendo): secondo i dati raccolti dall’Icqrf (Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi), sono migliaia e migliaia le tonnellate di prodotti “falsi” sequestrati ogni anno. La soluzione? Non sono pochi gli esperti in materia tecnologica e legale a vedere nella blockchain, la tecnologia dei registri inviolabili e distribuiti, la strada maestra per garantire in modo certificato trasparenza e tracciabilità di un determinato prodotto lungo l’intera sua filiera, rafforzando la fiducia tra produttori e consumatori (che possono accedere, al pari delle autorità competenti, alle informazioni crittografate nella rete tramite smartphone, leggendo l’etichetta intelligente applicata alla confezione) e riducendo ai minimi termini il rischio di contraffazioni.

Le tecnologie come soluzione 
Un’indagine condotta da Dnv GL Business Assurance e The Global Food Safety Initiative tra novembre e dicembre 2018 su oltre 1.600 specialisti di aziende Food & Beverage in Europa, Nord America, Centro-Sud America e Asia ha fatto luce su alcuni aspetti dell’approccio alla sicurezza alimentare degli operatori del settore, confermando in primis come l’importanza delle nuove tecnologie digitali in merito alla questione sia ben percepita. Per contro molte di queste imprese non hanno ancora compreso del tutto come applicare soluzioni avanzate per ridurre gli effetti del fenomeno. Soltanto un’azienda su dieci, recita infatti lo studio, utilizza già oggi le nuove tecnologie per garantire la sicurezza alimentare e da qui a tre anni si prevede che il rapporto salga a quasi 4 su 10. Sensori e beacon (piccoli dispositivi che abilitano connettività senza fili a breve distanza) sono nello specifico le tecnologie digitali oggi più diffuse (oggi arriviamo al 44%, fra tre anni si salirà al 56%) e subito dopo c’è la blockchain (attualmente al 15% e con una proiezione di arrivare al 40% fra tre anni). A intuire il valore della catena dei blocchi su cui si appoggiano le principali criptovalute sono soprattutto le aziende asiatiche, con oltre la metà delle quali che prevede di utilizzare questa tecnologia nel prossimo futuro. Più in generale, la limitata chiarezza sul tema si ripercuote sulle decisioni d’investimento: più di un quarto delle imprese intervistate dichiara infatti di non sapere quanto investirà in soluzioni digitali nei prossimi 12-18 mesi, mentre il 14% risponde che non effettuerà alcun investimento.

Serve fare sistema per sfruttare il potenziale del digitale
Sebbene il digitale e la stessa blockchain abbiano già trasformato molti settori, specialmente nel mondo retail – questa l’osservazione di Luca Crisciotti, Ceo di Dnv GL – Business Assurance -, l’indagine suggerisce che per molte aziende queste tecnologie devono ancora passare dall’essere oggetto di discussioni teoriche a possibilità di applicazione concreta. La speranza per un cambio di passo è comunque realistica e lo è soprattutto se le principali motivazioni che spingono oggi a implementare soluzioni per la sicurezza alimentare saranno ulteriormente condivise. Al momento sono viste come priorità (e al contempo una preoccupazione) la salvaguardia della salute dei consumatori (voce citata nell’88% dei casi) e la conformità alle normative in materia (69%). Seguono le esigenze/richieste dei clienti consumatori, indicate dal 61% del campione.


Fonte: www.ilsole24ore.com