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Instagram, pubblicati i dati di milioni di influencer. Chtrbox si difende

Non si fa attendere la risposta di Chtrbox, la società indiana accusata di aver reso pubblici e accessibili a tutti i dati personali di milioni di influencer. Il comunicato è stato affidato a Neowin, che riporta:

“I report sul leak di dati privati non sono corretti. Un database specifico per un numero limitato di influencer è stato esposto inavvertitamente per circa 72 ore. Questo database non includeva nessun dato personale sensibile e conteneva solamente informazioni disponibili di pubblico dominio, o auto-segnalate dagli influencer. Vorremmo inoltre affermare che nessun dato personale è stato ottenuto attraverso mezzi non etici da Chtrbox. Il nostro database viene utilizzato unicamente per ricerche interne, non abbiamo mai venduto dati personali o il nostro database, e non abbiamo mai acquistato dati hackerati provenienti da breach di piattaforme di social media.”

Ancora un altro caso di violazione dei dati, e ancora una volta nella galassia di servizi riconducibili a Facebook. Nonostante il rinnovato impegno sulla privacy (abbiamo approfondito l’argomento nel nostro #prospettive), oggi tocca ad Instagram, piattaforma social ormai considerata imprescindibile da celebrità e influencer per rimanere quotidianamente sulla cresta dell’onda e per trarre profitto da ogni post pubblicato.

Il ricercatore Anurag Sen ha scoperto un database ospitato da AWS sprovvisto di qualsiasi tipo di protezione – dunque pubblico e facilmente accessibile da chiunque – contenente i dati di 49 milioni di personaggi (più o meno) famosi, tra cui, appunto, influencer, celebrità e account aziendali. Per ciascuno di questi era possibile visualizzarne le informazioni personali (biografia, immagine del profilo), il numero di follower, la posizione geografica, nonché la mail utilizzata per l’iscrizione al social e il numero di telefono.

Dopo una ricerca condotta in collaborazione con TechCrunch, si è scoperto che il proprietario di questo prezioso database è Chtrbox, società indiana di social media marketing che paga gli influencer per pubblicare contenuti sponsorizzati sui loro account sulla base del numero di follower, dei “mi piace” e di altri parametri che attestano il livello di popolarità e visibilità del personaggio.

Dopo aver messo il database offline, Chtrbox ha preferito non rispondere alle domande, tutte ovviamente di questo tono: come mai ha a disposizione dati privati di milioni di persone?

Facebook sta ancora lavorando per risolvere il caso delle password di milioni di utenti salvate in chiaro per anni. Forse (anche) per questo motivo, non ha perso tempo nel commentare la vicenda:

“Stiamo studiando la situazione per capire se i dati descritti – incluse le mail e i numeri di telefono – provenissero da Instagram o da altre fonti. Stiamo anche interrogando Chtrbox per capire da dove provengano questi dati e come siano diventati disponibili pubblicamente.”


Fonte: hdblog.it



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La privacy entra nell’era-sanzioni. Una check list contro i passi falsi

A quasi un anno dal debutto del regolamento europeo – il cosiddetto Gdpr, diventato operativo il 25 maggio 2018 – il tema della privacy torna a imporsi nella vita degli studi professionali. Nei giorni scorsi è, infatti, scaduto il periodo di tolleranza concesso dal legislatore per consentire un approccio soft alle nuove regole sulla riservatezza e per molti può essere necessario effettuare un check up degli adempimenti per non farsi trovare impreparati.

Il «grace period»

A prevedere un periodo di grazia non è stato direttamente il Gdpr, ma il decreto legislativo 101/2018, che ha adeguato la vecchia normativa nazionale sulla privacy al nuovo sistema europeo. Il comma 13 dell’articolo 22 del Dlgs prevedeva che per otto mesi a partire dal 19 settembre scorso – data di entrata in vigore del decreto – il Garante della privacy tenesse conto, nell’applicazione delle sanzioni amministrative, della novità delle regole sulla tutela dei dati in chiave Ue. Un “occhio di riguardo” che doveva, naturalmente, essere compatibile con l’impianto del Gdpr.

Bilanciamento a cui l’Autorità guidata da Antonello Soro ha posto attenzione, preparandosi, allo stesso tempo, a partire con le verifiche una volta scaduta la moratoria. Come il Garante ha ribadito, ora prenderà il via un programma di ispezioni – messo a punto nei mesi scorsi – che si concentrerà soprattutto sui grandi gestori di dati personali (si veda Il Sole 24 Ore del Lunedì del 6 maggio).

La check list

«Chiariamo subito – afferma Francesco De Biasi, counsel di Cleary Gottlieb – che lo studio professionale dovrebbe essere in linea con il Gdpr dal 25 maggio scorso. Il periodo di grazia, infatti, non ha sospeso l’adeguamento alle nuove regole sulla privacy». Allo stesso tempo, però, la moratoria di otto mesi può aver indotto più di un professionista (o anche gli imprenditori e la stessa Pa) a prender tempo.

Quali, dunque, i controlli da fare per sapere se lo studio è ora allineato con i nuovi obblighi sulla tutela dei dati? Si tratta di dar corso a ciò che gli addetti ai lavori definiscono privacy impact assesment. «Partirei dal tema della cybersecurity – spiega Massimiliano Masnada, partner di Hogan Lovells -, ovvero una verifica delle misure di protezione delle informazioni: la tenuta dei database, dei firewall, degli accessi a internet, della posta elettronica. Solo per fare alcuni esempi. In buona sostanza, un check di tutti i sistemi che possono essere vulnerabili e, se aggrediti, comportare una perdita di dati; il cosiddetto data breach, che, se rilevante, va sempre notificato al Garante».

«Passerei – aggiunge De Biasi – al controllo dei tempi di conservazione dei dati. In questo ambito occorre un cambio culturale: spesso negli studi, ma non solo, si tende a conservare le informazioni personali per sempre. Non è così. Ci sono tempi di custodia fissati dal legislatore e vanno rispettati».

Un altro aspetto da verificare è la tenuta del registro dei trattamenti: «Tranne i casi di trattamento dei dati minimi e occasionali, è un obbligo – ricorda De Biasi – che riguarda tutti, professionisti compresi». È uno strumento che, se ben predisposto, consente di avere traccia della vita del dato dal momento in cui entra nello studio.

Ci sono poi gli adempimenti legati all’informativa, alla raccolta del consenso, alla nomina delle varie figure della privacy. «Ci si deve accertare – commenta Masnada – se gli incarichi, a partire da quello di titolare e responsabile del trattamento, sono stati ripartiti. E, come spesso capita, verificare se anche i consulenti esterni, per esempio quelli informatici, sono stati “inquadrati” e se è stato disciplinato l’accesso da parte loro ai dati dello studio».

Controlli che evitano le pesanti sanzioni amministrative previste dal Gdpr , che possono arrivare al 4% del fatturato (si veda la tabella). «Senza dimenticare – afferma Masnada – il danno reputazionale. I provvedimenti del Garante sono, infatti, pubblici».

Fino a 10 milioni di euro o al 2% del fatturato

Sanzione fino a 10 milioni di euro o, per le imprese e se l’importo è superiore, fino al 2% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente per le seguenti violazioni:

• Obblighi del titolare o del responsabile del trattamento su consenso dei minori, identificazione dell’interessato, registro delle attività di trattamento, misure di sicurezza, data breach, valutazione d’impatto, certificazione della tutela dei dati
• Obblighi dell’organismo di certificazione sulle procedure di certificazione della tutela dei dati
• Codici di condotta

Fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato

Sanzione fino a 20 milioni di euro o, per le imprese e se l’importo è superiore, fino al 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente per le seguenti violazioni:

• Regole sulla liceità del trattamento e il consenso
• Informativa, diritto di accesso, di rettifica, di cancellazione, di portabilità dei dati, di opposizione
• Procedure di trasferimento dei dati verso Paesi terzi o organizzazioni internazionali
• Norme relative al trattamento dei dati in materia di giornalismo e rapporti di lavoro
• Inosservanza di una prescrizione del Garante


Fonte: ilsole24ore.com



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Frutta e verdura arrivano nelle scuole, ma sono imballate nella plastica e tagliate a fette

Se da un lato portare frutta e verdura nelle scuole al posto di snack e cibo spazzatura, è una bellissima iniziativa del ministero delle Politiche Agricole, dall’altro non possiamo ignorare che mele, pere, carote e tanto altro, vengono distribuite in un packaging che lascia a desiderare perché fatto di plastica.

Mentre gli scienziati da tempo ci informano che se non riduciamo l’uso di plastica entro il 2050 in mare ci saranno più rifiuti che pesci, sui social mamme e papà, si scatenano dopo aver visto gli snack che vengono consegnati ai loro bambini che frequentano le scuole che hanno aderito al programma europeo “Frutta e verdura nelle Scuole”.

Il progetto, per il secondo anno consecutivo, è nobile e ha come obiettivo quello di “incoraggiare i bambini al consumo di frutta e verdura e sostenerli nella conquista di abitudini alimentari sane, diffondendo messaggi educativi sulla generazione di sprechi alimentari e sulla loro prevenzione”.

E fin qui, nulla da dire. Da tempo, noi promuoviamo frutta e verdura di stagione come alternativa a spuntini e merende dei nostri bambini, condannando snack con conservanti e coloranti, oltre che grassi di ogni tipo. Per questo l’iniziativa sta riscuotendo tantissimo successo e negli anni sono stati coinvolti 1 milione di alunni.

Se la scuola continua il lavoro fatto dalle famiglie a casa, non ci si può non aspettare un ottimo risultato. Ma se dal punto di vista della sicurezza alimentare, dell’insegnare ai bambini la stagionalità, nell’incentivare e promuovere la filiera italiana e la biodiversità, non abbiamo nulla da aggiungere, lo stesso non possiamo dire del piano della sostenibilità ambientale a livello di imballaggi.

La frutta e la verdura infatti sono distribuiti in sacchetti di plastica e molti nostri lettori ci hanno inviato delle foto che mostrano i prodotti a fette nella plastica. Ma se pensiamo per un attimo ai numeri che il progetto tocca, non possiamo non allarmarci su quanta plastica viene prodotta ogni anno.

Perché mettere la frutta nei sacchetti di plastica?

Tonnellate di plastica difficili da smaltire e che spesso poi, finiscono nell’ambiente distruggendo la biodiversità e uccidendo i nostri amici animali. Ma si può insegnare da una parte una corretta alimentazione e dall’altro non pensare al problema dell’inquinamento plastico?

Lo scorso anno, greenMe.it aveva lanciato la campagna social #svestilafrutta proprio contro l’abuso degli imballaggi in plastica, perché anche all’epoca c’eravamo chiesti: ha senso confezionare frutta e verdura che già per natura, grazie alla buccia, hanno una loro protezione?

Tornando alla campagna ministeriale, sul sito poi si parla di prodotti a filiera corta e km zero, ma questi prodotti non solo sono tagliati a fette, ma contengono antiossidanti per evitare che si rovinino prima del consumo. Ricordiamo che ogni anno vengono spesi 3,6 milioni di euro per portare frutta e verdura nelle nostre scuole, ma già dallo scorso anno le polemiche non sono mancate, adesso a ridosso di una nuova distribuzione, il dibattito è infuocato.

Allora ci chiediamo, questa bellissima iniziativa, piuttosto che prevedere frutta a fette imbustata e tagliata a pezzetti con rischio di contaminazione e muffa, non potrebbe essere distribuita senza packaging e soprattutto intera senza bisogno di antiossidanti?


Fonte: greenme.it



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Garante privacy avvia istruttoria, “pec insicure”

“Abbiamo avviato l’istruttoria, necessaria ad accertare le relative responsabilità e a prescrivere le misure opportune per limitare i danni suscettibili di derivarne agli interessati: in particolare avvocati e loro assistiti”. Il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, risponde così all’Agi in relazione al caso del”hackeraggio delle email di migliaia di avvocati romani ad opera di Anonymous.

“Sin da ora – sottolinea Soro – emerge l’assoluta inadeguatezza delle misure di sicurezza correlate alla gestione di un servizio, quale la pec, che dovrebbe garantire la massima riservatezza e su cui, peraltro, si basa l’intera architettura del processo telematico”.


Fonte: garanteprivacy.it



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Contro il totalitarismo digitale serve un Privacy Shield Ue-Cina. Parla il Garante Soro

In Cina si assiste a una convergenza di elementi – massiccia raccolta di dati, diffusione nel mondo di infrastrutture (anche 5G) a condizioni di vantaggio e investimenti in tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale – che rappresenta “una straordinaria criticità nello scenario internazionale”, al momento sottovalutata. Uno scenario che si combina a piattaforme che arrivano da Oriente che entrano sempre più nel mercato del consumo europeo e globale, rispetto alle quali “i cittadini sono davvero indifesi”, perché non esiste un accordo come come il Privacy Shield tra Ue e Stati Uniti, che obbliga le piattaforme occidentali a tener conto del diritto Ue.

A evidenziarlo è Antonello Soro presidente dell’autorità per la protezione dei dati personali. In una intervista esclusiva con Formiche.net, a pochi giorni dalla scadenza del mandato il Garante Privacy fa un riepilogo del suo settennato e di alcune delle vicende più importanti con le quali si è confrontato, dai casi Snowden e Cambridge Analytica, passando per l’avvento del Gdpr fino alle recenti polemiche sui provvedimenti a carico della piattaforma Rousseau. Con un filo conduttore: l’impetuoso cambiamento tecnologico in atto e i rischi che ne possono derivare.

Presidente Soro, mentre impazza lo scontro tecnologico tra Usa e Cina, nella sua ultima relazione annuale da Garante Privacy lei ha posto l’accento su nuovi pericoli provenienti da Pechino. Quali?

Piattaforme che arrivano da Oriente entrano sempre più nel mercato del consumo europeo e globale. Rispetto a queste piattaforme i cittadini sono davvero indifesi, perché non esiste un accordo come in passato fu il Safe Harbor e com’è soprattutto oggi il Privacy Shield tra Ue e Stati Uniti, che obbliga le piattaforme occidentali a tener conto del diritto Ue. Nel caso della Cina, invece, mancano simili accordi quadro e quindi analoghe cornici di garanzia. Naturalmente, l’introduzione di tutele adeguate in un sistema così peculiare come quello cinese è alquanto più complessa di quanto non lo sia nel caso statunitense. Questo è un tema su cui dobbiamo assolutamente riflettere.

La Cina viene citata spesso anche in relazione ai timori per la sicurezza derivanti al 5G di aziende come Huawei e Zte, di cui lei ha parlato non solo nella Relazione, ma anche in una audizione del Copasir.

Il caso cinese è preoccupante proprio per questo motivo: una convergenza strutturale fra la raccolta dei dati fatta dai provider e quella fatta dallo Stato per ragioni di sicurezza nazionale. Il controllo che ne viene fuori è un controllo pervasivo, che potrebbe riguardare anche i cittadini europei. In Cina si concentrano moltissimi dei fattori decisivi per il futuro dell’umanità. Pechino ha un patrimonio di dati raccolti e elaborati già enorme vista la sua popolazione. Ha investito molte risorse in questo settore, mettendo in piedi un imponente mercato dell’intelligenza artificialeHanno acquisito competenze avanzate nella costruzione di infrastrutture, e in particolare del 5G, che offrono in tutto il mondo a condizioni di vantaggio. La combinazione di questi fattori rappresenta una straordinaria criticità nello scenario internazionale. Ma non mi pare che essa abbia oggi un posto adeguato nell’agenda politica occidentale.

Sempre sul tema di una deriva della sorveglianza, lei ha recentemente richiesto regole più stringenti per l’utilizzo dei captatori informatici, i cosiddetti trojan. Perché?

Vorrei essere chiaro: non ho mai messo in discussione né le intercettazioni in sé né l’utilizzo dello strumento tecnologico per realizzarle, che ritengo giusto e doveroso soprattutto per alcune fattispecie di reato, in primis terrorismo e crimine organizzato. Ne ho semmai messo in discussione le modalità. Una criticità di cui tenere conto è l’esternalizzazione di segmenti importanti delle procedure di intercettazione, in particolare quando siano realizzate con tecnologie all’avanguardia. Ciò rende la filiera dell’attività investigativa alquanto più complessa e vulnerabile, soprattutto nel caso di utilizzo di tecnologie invasive quali software spia posti su piattaforme accessibili a tutti e non inoculati direttamente nel dispositivo dell’indagato.L’esperienza di Exodus lo insegna, ma non è l’unica. Per questo io credo che uno strumento, quale quello del trojan, capace di compiere una pluralità di operazioni investigative spesso anche ostacolando la ricostruzione delle attività compiute, necessiti di ulteriori garanzie. Lo abbiamo chiesto in fase di parere sulla riforma Orlando e lo chiediamo ancora: sono necessarie tutele più forti, a fronte di tecnologie così invasive e in continua evoluzione. la libertà e le esigenze di accertamento dei reati devono poter essere coniugate nel rispetto del canone di proporzionalità.

Stiamo assistendo a una serie di attacchi informatici. Uno ha riguardato anche il Garante e in particolare l’ex registro dei trattamenti. Pochi giorni prima erano stati colpiti gli avvocati romani e alcune telco. A che cosa si deve questa escalation?

Non esiste un sistema assolutamente e per definizione invulnerabile, nemmeno il nostro. Persino il Pentagono è stato attaccato. I cyber attacchi sono in una fase di crescita vertiginosa in tutto il mondo. E sappiamo che le misure di protezione messe in atto nel pubblico e nel privato sono generalmente inadeguate Il problema è farsene carico, soprattutto in un momento in cui tutte le relazioni ostili tra gli Stati e dentro gli Stati si svolgono nella dimensione digitale.

Mettere al riparo gli asset informatici è una condizione ineludibile per competere o semplicemente per il corretto andamento dell’economia e delle istituzioni. Gli illeciti si verificano anche offline. Ma mentre nella realtà materiale abbiamo presidi di polizia e una cultura stratificata nei secoli, nel quinto dominio mancano ancora la giusta attenzione, ma anche presidi sufficienti.

È vero anche nel caso della piattaforma Rousseau, che lei ha multato? O, come rilevano i pentastellati, è un dossier dal carattere politico?

Al di là delle polemiche politiche, che lasciano il tempo che trovano, noi abbiamo adottato due provvedimenti con tempi se possibile più lunghi di quelli abituali. Lo abbiamo fatto proprio perché, trattandosi di una piattaforma nella quale si esercitano forme di partecipazione democratica, abbiamo voluto attenerci alla massima cautela. E, al di là le dichiarazioni pubbliche, abbiamo adottato un provvedimento che è stato evidentemente ritenuto fondato, dal momento che non è stata presentata opposizione. Erano e sono necessari adeguamenti a quella struttura per la funzione che svolge. Essa, infatti, non rappresenta un mero collettore di informazioni generiche ma, lo ripeto, uno spazio in cui si esercita la partecipazione democratica.

Si avvicinano le elezioni europee ed è di pochi giorni fa la notizia di nuove pagine chiuse da Facebook. In questi anni è cresciuta la collaborazione dei cosiddetti Over-The-Top sui casi di propaganda e fake news?

Sicuramente c’è un cambiamento non solo formale, ma sostanziale nell’atteggiamento delle piattaforme che utilizziamo, per la maggior parte americane. Non è dipeso, però, da un ravvedimento, quanto, io credo, dalla consapevolezza che per qualunque impresa – anche quelle minori – l’efficace difesa del patrimonio informativo diventerà un vantaggio competitivo e un fattore reputazionale.
A questo vanno aggiunti alcuni cambiamenti importanti. Uno, come già detto, è quello della sensibilità degli utenti. L’altro riguarda però il diritto e, in particolare, le innovazioni contenute nel nuovo Regolamento europeo per la protezione dei dati personali, il Gdpr, alla cui stesura ha fornito un contributo prezioso l’organo di coordinamento dei garanti europei. Ormai circa 120 Paesi nel mondo hanno adottato o stanno adottando discipline simili a quella europea. Vuol dire che questo tipo di approccio non può essere trascurato o ignorato.

Che tipo di settennato è stato il suo?

L’Autorità è stata e continuerà a essere una finestra sui cambiamenti che sono in corso nel mondo. In questi anni abbiamo incrociato tantissimi episodi che hanno generato dibattiti e hanno prodotto un cambiamento non marginale nella consapevolezza dei cittadini: dalle rivelazioni di Snowden che avevano acceso un faro sulle attività delle agenzie di sicurezza, per terminare con il caso Cambridge Analytica con la profilazione di massa degli utenti. Entrambi i casi sono serviti a promuovere, a livello globale, un momento riflessione. Con una differenza non di poco conto.

Quale?

Mentre nel primo caso la questione veniva percepita come importante ma distante, ovvero riguardante solo alcuni soggetti sottoposti a controllo in ipotesi determinate, nel secondo si è preso atto del fatto che quello della sorveglianza digitale è un problema che interessa – anche se in modo differente – quasi tutti gli esseri umani in tutto il pianeta. Vi è stata così una presa di coscienza generale, che consideriamo un traguardo rilevante anche se bisogna fare ancora tanto.


Fonte: garanteprivacy.it



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Unione Europea, da oggi entra il vigore il tetto per tariffe telefoniche e sms

Fissato un tetto massimo di costo per le chiamate e i messaggi tra cittadini dell’Unione Europea. Dal 15 maggio entra in vigore il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche approvato nel novembre scorso dal Parlamento Europeo. Ora per le chiamate da un numero italiano verso un altro numero (fisso o mobile) di un paese europeo è stata fissata una spesa massima di 19 centesimi al minuto (considerando l’Iva, il calmiere sale a 23,18 centesimi). La nuova norma include anche una spesa massima di 6 centesimi per gli sms. Bisogna tuttavia prestare attenzione. Le società telefoniche non sono tenute ad applicare le tariffe nel caso in cui la promozione includa già chiamate verso l’estero. Quindi da ora è meglio attivare solo offerte relative ai paesi extra UE.

La nuova norma non è un’opzione a cui gli stati comunitari possono sottrarsi. All’Agcom spetterà il compito di far rispettare la norma in Italia. Come spiega Repubblica, il diritto ad un calmiere per telefonate e sms sarà esteso anche a IslandaNorvegia e Liechtenstein (ma non alla Svizzera). Il diritto vale sia quando dall’Italia si contatta un numero all’estero sia quando il cittadino italiano in viaggio nell’Unione chiama un altro numero europeo. Il nuovo regolamento si applica però solo alle tariffe consumer: sono escluse le aziende. Quest’ultima riforma si somma al regime del roaming a tariffa nazionale in vigore dal 2017.


Fonte: ilfattoquotidiano.it



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Dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali un “Manuale sul diritto europeo in materia di protezione dei dati”

L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) ha pubblicato la seconda edizione del “Manuale sul diritto europeo in materia di protezione dei dati”, che fornisce una panoramica dei quadri giuridici applicabili dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, aggiornata agli ultimi sviluppi normativi (rispettivamente, il Regolamento (UE) 2016/679 e la Convenzione 108+ modernizzata).

Il volume si occupa anche della giurisprudenza, illustrando le principali sentenze sia della Corte di giustizia dell’Unione europea che della Corte europea dei diritti dell’uomo, ed affronta scenari ipotetici che servono come esempi pratici per descrivere le diverse problematiche incontrate in questo campo in continua evoluzione.

Il Manuale è disponibile in tre versioni linguistiche al seguente indirizzo web: https://fra.europa.eu/en/publication/2018/handbook-european-data-protection-law.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha collaborato alla realizzazione della versione italiana, qui disponibile:https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/fra-coe-edps-2018-handbook-data-protection_it.pdf.


Fonte: garanteprivacy.it



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Barriera UE contro il Far West dei dati – Intervista ad Antonello Soro

La tutela dei dati non è morta. Nonostante lo strapotere dei giganti del web, i difensori della privacy oggi hanno nuove frecce al loro arco. Si tratta del regolamento europeo (il Gdpr), “la prima e più importante risposta che il diritto abbia espresso nei confronti della rivoluzione digitale”. Ne è convinto Antonello Soro, Garante della riservatezza, che domani illustrerà al Parlamento gli effetti di tale svolta. Il bilancio di un anno di privacy europea sarà, però, anche una sorta di lascito a chi si prepara, dopo il 19 giugno, a subentrare all’attuale collegio dell’Authority.

Sette anni vissuti intensamente?

Abbiamo incrociato cambiamenti molto importanti: dalle rivelazioni di Snowden, allo scandalo Cambridge Analytica, all’esplosione dell’internet delle cose, all’intelligenza artificiale, all’esperienza dell’oblio. Eppoi, il nuovo regolamento europeo.

La sensazione è che le regole, anche le nuove, siano inadeguate per fronteggiare fenomeni ditale portata.

No. Alcune categorie del regolamento stanno diventando quelle del diritto europeo. Penso al fatto che il Gdpr sia applicabile anche a soggetti stabiliti al di fuori dell’Europa che operano raccogliendo i dati di cittadini europei. Nei giorni scorsi riflettevo sorridendo che Zuckerberg è passato dallo slogan “la privacy è morta” a quello de “il futuro è la privacy”.

C’è chi dice che se Zuckerberg apprezza il Gdpr è perché sa che non gli metterà i bastoni tra le ruote.

Non è così. La privacy è diventata anche un fattore reputazionale: Zuckerberg è consapevole delle conseguenze, non solo economiche, delle nuove pesanti sanzioni e capisce che nel mercato globale il sistema asimmetrico costruito da lui e pochi altri non può vivere a lungo. È vero che le grandi aziende hanno fatto una forte azione di lobby sul Gdpr e hanno ottenuto qualcosa. Penso allo sportello unico, per il quale se, per esempio, un cittadino italiano ha un problema di dati con Facebook o Google, deve rivolgersi all’Autorità nazionale, che poi investe, in questo caso, quella irlandese, dove le due società hanno la sede principale in Europa. Un indubbio vantaggio per le aziende e un disagio per il cittadino. È l’unico punto critico del Gdpr. Nel complesso, i grandi gestori di dati ora hanno più vincoli. Il regolamento può fare la differenza.

In che modo?

Per esempio, attraverso la capacità di enforcement da parte delle Autorità europee, che possono andare a vedere se, per esempio, Facebook fa realmente quello che gli si chiede. Andiamo a casa sua.

Questo in prospettiva. Stiamo all’ oggi: mi indichi due fatti che confermano l’efficacia del regolamento.

La notifica dei data breach, cresciuta in modo esponenziale, e il fatto che non solo i gestori delle grandi piattaforme hanno cominciato a modificare le loro policy, ma nel mondo ci sono 120 Paesi che hanno adottato o stanno adottando leggi sulla falsariga del regolamento europeo.

Il periodo di tolleranza di otto mesi sta per finire. Che cosa avete fatto e che cosa cambierà?

Abbiamo cercato di creare una consapevolezza più forte delle nuove regole. Ora partiranno le ispezioni con la collaborazione della Guardia di finanza. Ci si muoverà secondo il criterio: prima i grandi numeri e i settori più importanti. Nel pubblico, per esempio, si controllerà come sta funzionando Spid e le grandi banche dati. Nel privato, i grandi istituti di credito, chi fa profilazione con sistemi di fidelizzazione su larga scala, chi tratta i dati sulla salute.

Le regole europee serviranno a porre un argine al l’accumulazione di informazione da parte dei Big Data?

È l’unico strumento. La protezione dei dati diventa anche una potente leva a favore della concorrenza, contro le informazioni in mano a pochi. A tal proposito, dobbiamo lavorare con forza per avere un “privacy shield” con la Cina. Non può essere che l’abbiamo preteso dagli Stati Uniti e invece consegniamo liberamente alla Cina le nostre informazioni senza preoccuparci del loro destino.

Le elezioni europee sono alle porte. C’è il rischio di un nuovo Cambridge Analytica?

Le regole Ue impongono una maggiore vigilanza delle Autorità nazionali e dei gestori delle piattaforme, che si sono impegnati in questa direzione. E anche in questo caso le sanzioni sono pesanti.

A proposito di sanzioni, Rousseau ha pagato quella di 50 mila euro?

Dopo una reazione inutilmente polemica, si sono impegnati ad attuare nei tempi previsti le misure correttive e hanno pagato rinunciando all’opposizione presso il giudice ordinario.


Fonte: garanteprivacy.it



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Fisco, controlli selettivi sui conti delle persone fisiche

Quasi otto anni di gestazione. La Superanagrafe dei conti correnti (e non solo, perché censisce tutti i rapporti finanziari), annunciata già dal decreto salva-Italia del Governo Monti come arma finale contro l’evasione, può finalmente partire anche nei confronti delle persone fisiche, tradotto in altri termini verso anche i contribuenti che non hanno partita Iva. Con il via libera del Garante della Privacy all’utilizzo dello strumento in chiave selettiva e di analisi del rischio, l’agenzia delle Entrate e anche la Guardia di Finanza (dopo la modifica del decreto fiscale collegato all’ultima manovra) potranno sfruttare le informazioni sui risparmi degli italiani per cercare di capire chi nasconde molta più ricchezza di quanta ne dichiari o ne faccia emergere. Ma non sarà, e su questo punto si è giocata molta parte dell’interlocuzione anche con il Garante, una pesca a strascico.

Del resto, già la norma originaria era chiara a riguardo. L’enorme mole informativa di dati di sintesi (per essere chiari non ci sono i singoli movimenti in entrata o in uscita sui conti correnti ma solo i saldi a inizio e a fine anno, la somma degli addebiti e degli accrediti e la giacenza media) serve a creare delle liste selettive di contribuenti che poi saranno condivise con gli uffici locali del Fisco per procedere ad approfondimenti e controlli. Il concetto chiave intorno a cui ruota la selezione, così come era stato definito nella bozza di provvedimento delle Entrate sottoposta al parere dell’Authority e redatta all’epoca dell’ex direttore Ernesto Maria Ruffini, la coerenza delle disponibilità dei contribuenti persone fisiche (risultanti appunto dalla Superanagrafe) con le fonti di entrata e di uscita riconducibili, quantificate in base agli elementi in possesso dell’amministrazione finanziaria. Proprio questa mancata coerenza può rivelarsi una fonte d’innesco o meglio un segnale da approfondire in sede locale. Quel provvedimento prevedeva un debutto sperimentale per le persone fisiche a partire dal periodo d’imposta 2014. E anche nell’ultimo piano di performance dell’Agenzia l’avvio di questa sperimentazione era subordinata al via libera preventivo della Privacy.

Un passaggio che si accompagna all’attività già avviata nei confronti delle società. La fase 1 dell’utilizzo della Superanagrafe è già partita lo scorso anno con l’incrocio dei dati relativi alle Srl. Anche in questo caso privilegiando situazioni ritenute ad alto rischio di evasione, partendo da chi ha ricevuto ingenti accrediti e ha omesso di presentare la dichiarazione dei redditi e dell’Iva oppure l’ha presentata in parte non compilata. Come anticipato dal direttore dell’Agenzia, Antonino Maggiore, ne è venuto fuori un elenco di 1.200 posizioni potenzialmente a rischio che hanno movimentato sui conti oltre un milione di euro (si veda Il Sole 24 Ore del 10 gennaio scorso). E tra gli obiettivi delle Entrate (questa volta fissato per il 2020) c’è quello di completare la sperimentazione dell’utilizzo della Superanagrafe per le analisi di rischio anche nei confronti delle società che hanno presentato la dichiarazione nel 2017 (periodo d’imposta 2016).

Nella nuova filosofia di implementare la compliance rimarcata anche dall’atto di indirizzo sulle politiche fiscali 2019-2021 emanato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria l’avvio della Superanagrafe può assumere anche un significato in termini deterrenti a non evadere o a promuovere l’adempimento spontaneo. Una conferma arriva anche dal fatto che l’utilizzo delle indagini finanziarie, andato scemando negli ultimi anni, è ipotizzato dall’Agenzia a sostegno di appena il 2% degli accertamenti nel 2019 e del 3% sia nel 2020 e nel 2021. Anche perché le indagini richiedono una procedura di autorizzazione preventiva visto che si accede a tutti i singoli movimenti in entrata e in uscita del contribuente. Evidentemente il Fisco ha deciso di scommettere su un’analisi preventiva sempre più mirata e selettiva.


Fonte: ilsole24ore.com



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Dichiarazioni fiscali e istruzione: gli sconti dal nido all’università

Dal nido all’università, tutte le agevolazioni fiscali che seguono la vita e la formazione di alunni e studenti universitari. Alle “Spese per l’istruzione” è dedicata la Guida rapida dell’Esperto risponde in edicola lunedì 6 maggio con Il Sole 24 Ore. Nelle quattro pagine viene descritta l’applicazione della detrazione Irpef del 19% a disposizione di chi sostiene i costi. La Guida entra nel dettaglio dei casi particolari, come – ad esempio – la novità dello sconto previsto nella dichiarazione dei redditi di quest’anno per le spese in favore di chi ha una diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento (Dsa). Così come viene spiegato il debutto del bonus per gli abbonamenti al trasporto pubblico. La Guida, infine, è un vademecum operativo completo per la dichiarazione dei redditi su questa tipologia di spese.

La dichiarazione dei redditi del professionisti: guida in 10 punti
In vista della loro dichiarazione dei redditi 2019 i professionisti devono pianificare il lavoro di raccolta della documentazione necessaria. Il Sole 24 Ore del lunedì propone una check-list in 10 punti per guidare questa attività, tenuto conto che i professionisti determinano il reddito tassabile, in linea di principio, sulla base del principio di cassa per cui rilevano gli onorari percepiti e i costi pagati nel corso dell’anno.


Fonte: ilsole24ore.com



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I grandi retailer faranno sicurezza alimentare con blockchain

Blockchain è indubbiamente come una tecnologia ideale per favorire la trasparenza e la visibilità lungo la filiera alimentare: le funzionalità di crittografia sulla fonte di cibo, la qualità, la temperatura di transito e la freschezza possono essere utilizzate per garantire che i dati siano precisi e per dare fiducia sia ai consumatori che ai retailer.

Gartner prevede che entro il 2025 il 20% dei primi dieci retailer a livello globale utilizzeranno la blockchain per la sicurezza alimentare e la tracciabilità per avere visibilità su produzione, qualità e freschezza.

Le vendite annue di generi alimentari sono in aumento in tutte le regioni del mondo, osserva l’analista, con l’enfasi posta di cibi veloci e freschi preparati.

Parallelamente è cresciuta l’attenzione del cliente riguardo la provenienza del cibo, lo stato di freschezza e le iniziative di sostenibilità del retailer.

In sostanza, secondo l’analista, i retailer di generi alimentari che forniscono visibilità su questi temi e possono certificare i loro prodotti secondo determinati standard guadagneranno la fiducia e la lealtà dei consumatori.

Per Joanne Joliet, senior research director di Gartner, “blockchain può aiutare a fornire fiducia ai clienti del retailer e costruire e mantenere la fiducia e la fedeltà al brand. I retailer di alimentari stanno sperimentando e stanno cercando di adottare la tecnologia blockchain per fornire trasparenza ai loro prodotti. Inoltre, la comprensione e l’individuazione puntuale della fonte del prodotto possono essere rapidamente utilizzate internamente, ad esempio per identificare i prodotti inclusi in un eventuale richiamo di prodotti“.

Alcuni retailer hanno già sperimentato la blockchain e stanno sviluppando le relative best practice, come Walmart, che richiede ai fornitori di verdure a foglia verde di implementare un sistema di tracciamento farm-to-store basato su blockchain. Multinazionali come Unilever e Nestlé stanno usando la blockchain per tracciare la contaminazione degli alimenti.

Dato che i retailer di alimentari sono tenuti a standard più elevati di visibilità e tracciabilità – ha detto Joliet – saranno in grado di aprire la strada allo sviluppo della blockchain, ma prevediamo che si estenderà a tutte le aree della vendita al dettaglio“.

Similmente a quanto sta accadendo per l’industria dei servizi finanziari, i brand multinazionali svilupperanno le best practice mentre applicano le capacità della blockchain al proprio ecosistema. In questo modoavranno anche l’opportunità di partecipare al progresso della blockchain mentre sviluppano nuovi casi d’uso per motivi di salute, sicurezza e sostenibilità.


Fonte: 01net.it



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Preoccupati per la Privacy? Google introduce la cancellazione programmata della cronologia 

Che cerchiate le ultime notizie su una argomento, il percorso più rapido per raggiungere un luogo o semplicemente un locale dove cenare Google cerca di offrirvi la risposta più adeguata alle vostre esigenze e in linea con i vostri gusti. Per farlo raccoglie necessariamente una lunga serie di dati. Tutte queste informazioni possono essere consultate e gestite tramite il vostro account in maniera non troppo complicata. Volendo si può anche decidere di non far conservare alcuna memoria dei luoghi che visitiamo, ricerche effettuate sul Web, ecc.

Inoltre tutti i dati raccolti fino a quel momento possono essere esportati (in linea con l’ultima direttiva europea sulla Privacy GDPR) o cancellati. Se quest’ultima è la vostra scelta, vi potrà interessare sapere che Google introdurrà nelle prossime settimane un nuovo tipo di controlli mirato ad offrire maggiori alternative che non siano semplicemente “tieni tutto” o “cancella tutto”.

Il funzionamento è mostrato nella GIF animata qui sotto. Si tratta di impostare un limite temporale per la conservazione delle informazioni. In poche parole è una via di mezzo che vi permette di usufruire della personalizzazione dei servizi senza però dover mantenere tutta la cronologia delle vostre attività dalla notte dei tempi. A seconda delle esigenze potete stabilire che tutti i dati più vecchi di 6 o 18 mesi vengano cancellati automaticamente. Altrimenti c’è sempre la possibilità di procedere alla eliminazione manualmente.


Fonte: androidworld.it



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Scontrini online da luglio: ecco le categorie esonerate dall’obbligo

Tassisti, Ncc, tabaccai o benzinai per i pieni . Ma anche idraulici, imbianchini ed elettricisti, ovvero tutti quei soggetti obbligati al solo rilascio della ricevuta fiscale. Sono solo alcune del lungo elenco delle “partite Iva” che saranno esonerate dall’obbligo di emissione degli scontrini e delle ricevute telematiche in vigore dal 1° luglio prossimo per chi ha volumi d’affari superiori a 400mila euro e dal 1° gennaio 2020 per il resto del popolo delle partite Iva.

A confermare la possibilità di un’esclusione ad ampio raggio dal nuovo obbligo telematico sono stati i tecnici del Mef che, dopo aver aperto una consultazione pubblica sugli esoneri così da poter emanare in tempi rapidi (anche la prossima settimana) i provvedimenti attuativi previsti dal decreto fiscale di fine anno, hanno invitato i rappresentanti delle associazioni di categoria e dei professionisti a un rapido giro di tavolo per rimarcare le osservazioni e indicazioni invia al Mef nei giorni scorsi.

Confermati gli esoneri in vigore dal ‘96 
Con l’obiettivo condiviso fra amministrazione finanziaria e rappresentanti di lavoratori autonomi e professionisti e di far sì che la trasmissione telematica dei corrispettivi non dovrà essere vissuta come un adempimento “aggiuntivo”, ma come “sostitutivo” di un obbligo già esistente di cui si cambia solo la modalità dal cartaceo al telematico, i tecnici avrebbero confermato la volontà di escludere dall’obbligo di memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi tutte le operazioni elencate nel decreto del ’96. Si tratta di operazioni che già erano state escluse dalla certificazione fiscale perché i prodotti ceduti sono soggetti ad accisa od aggi, oppure perché relativi ad attività marginali o per le quali l’adempimento poteva risultare poco agevole.

L’elenco è molto lungo e parte dai tabaccai e da chi vende altri beni commercializzati esclusivamente dai Monopoli. Ci sono anche i benzinai per i “pieni” ai clienti che acquistano al di fuori dell’esercizio di impresa, arte e professione. O ancora i produttori agricoli, i giornalai, e anche i notai, almeno per le prestazioni per le quali sono previsti onorari, diritti o altri compensi in misura fissa, nonché i protesti di cambiali e di assegni bancari. Scommesse e new slot, ma anche la custodia e amministrazione di titoli ed altri servizi resi da aziende o istituti di credito da società finanziarie o fiduciarie e dalle società di intermediazione mobiliare. Fumisti e i più classici ciabattini, ombrellai e arrotini in forma itinerante. Le sarte e ricamatrici senza collaboratori o dipendenti, calzolai e tutti coloro che vendono cartoline e souvenirs, palloncini, giochi per bambini, gelati, dolci e caldarroste, olive “fusaie” non muniti di attrezzature motorizzate. La vendita di panini e bevande agli stadi, alle stazioni, nei cinema e nei teatri. Ma non finiscono qui.

Possibili estensioni
Dai tecnici sarebbe emersa anche un’ampia apertura per escludere dai corrispettivi telematici anche tutti i contribuenti che oggi sono obbligati alla sola ricevuta fiscale e che svolgono la loro attività presso l’abitazione del cliente o in forma ambulante. Si parla in sostanza di imbianchini, muratori, elettricisti o idraulici, per fare qualche esempio. Una serie di artigiani e autonomi che nel caso di obbligo di memorizzazione e trasmissione dei corrispettivi in telematica verrebbero obbligati a dotarsi di strumenti tecnologici anche più costosi sui comuni registratori telematici fissi.


Fonte: ilsole24ore.com



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Sportello telematico dell’automobilista: l’Autorità chiede maggiori garanzie

Il Garante per la protezione dei dati personali chiede maggiori garanzie per il rilascio del documento unico di circolazione e proprietà che dal 2017 sostituisce il certificato di proprietà e la carta di circolazione di un veicolo. Il rilascio del documento sarà gestito interamente in via telematica e prevede lo scambio di informazioni tra banche dati pubbliche.

Lo schema di d.P.R. predisposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che è volto a semplificare le procedure e gli adempimenti riferiti allo “Sportello telematico dell’automobilista” (STA), va pertanto integrato in modo da garantire adeguate misure di sicurezza e la precisa identificazione dei soggetti coinvolti e dei ruoli loro assegnati.

Nel suo parere il Garante pone l’attenzione, in particolare, sul fascicolo digitale che raccoglie i dati personali del proprietario, la situazione giuridico-patrimoniale dei veicoli ed eventuali provvedimenti amministrativi e giudiziari.  Una mole di informazioni delicate e rilevanti, se si considera che ogni anno vengono rilasciati circa 10 milioni di documenti unici.  Un trattamento di dati che, alla luce del nuovo Regolamento europeo, rientra tra quelli su larga scala soggetti a un regime più stringente.

L’Autorità evidenzia dunque la necessità di adottare alti livelli di sicurezza dei sistemi di trattamento, attraverso l’implementazione di misure tecniche e organizzative che consentano la massima protezione dei dati e ne garantiscano il recupero in caso di violazioni, manomissioni o perdita.

Inoltre, considerata la centralità del ruolo del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e dei soggetti coinvolti quali ACI, delegazioni dell’ACI e imprese di consulenza per la circolazione dei mezzi di trasporto si rende necessaria la loro corretta e trasparente individuazione, così come una precisa assegnazione dei ruoli di titolare, contitolare e responsabile del trattamento.

L’Autorità chiede che tali misure necessarie per tutelare i diritti dei cittadini siano previste nello schema di decreto o nel successivo atto ministeriale da adottare previo parere del Garante, con il quale saranno definite le procedure necessarie al funzionamento dello STA.


Fonte: garanteprivacy.it



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Arrivano le nuove banconote da 100 e 200 euro: ecco come saranno

Non solo sicurezza ma anche anti pioggia, anti freddo e anti caldo. Le nuove banconote da 100 e 200 euro che verranno emesse dalla Banca d’Italia a partire dal 28 maggio 2019, presentano innovative caratteristiche di resistenza alle intemperie e a una serie di fattori che deteriorano enormemente le condizioni dei biglietti che entrano ed escono dalle nostre tasche: dal freddo, allo stropicciamento agli agenti chimici. Tempi duri per i falsari e tempi un po’ meno infausti per le banconote di maggior valore: sì, perché com’è noto, quelle da 500 euro sono uscite di produzione e scompariranno dal mercato progressivamente. A occupare il centro della scena – oltre ai più diffusi biglietti da 50 euro, come vedremo -sono proprio le banconote che verranno diffuse a fine maggio. Ma andiamo a scoprire le caratteristiche e le novità che – ci auguriamo – potremo maneggiare presto. Novità, come dicevamo, soprattutto per la loro resistenza: testimoniate in questo video diffuso dalla Banca Centrale Europea, in cui si mostrano i test cui sono stati sottoposti i biglietti:

Dalla mitologia greca ai giorni nostri
I biglietti da 100 e 200 euro – presentate lo scorso 17 settembre 2018 presso la Bce – completano la cosiddetta serie “Europa”, avviata con il rilascio delle nuove banconote da 5 euro nel maggio del 2013. L’Europa cui si fa riferimento in questa serie è in realtà la dea greca moglie di Zeus, il cui ritratto compare nelle banconote. Autore del disegno dell’intera serie è Reinhold Gerstetter, bozzettista indipendente con studio a Berlino. L’artista scelto uno stile in cui gli elementi grafici risultano più arrotondati del passato, mentre i ponti mostrano hanno un maggiore effetto tridimensionale. Le banconote da 100 euro hanno colore predominante verde, con dimensioni 14,7 centimetri per 7,7; le 200 euro hanno invece colore predominante giallo-marrone e dimensioni leggermente superiori in lunghezza: 15,3 cm. per 7,7.

La sicurezza dei 100 e 200 euro
Diverse le caratteristiche di sicurezza maggiori che riguardano le nuove banconote: innanzitutto i trattini in rilievo lungo i margini destro e sinistro, facilmente percepibili al tatto. Oltre ai trattini anche l’immagine principale, le iscrizioni e la cifra di grandi dimensioni indicante il valore sono stampati in rilievo. Inoltre, in controluce è possibile osservare il ritratto della dea Europa su entrambi i lati del biglietto, oltre alla riproduzione dell’immagina principale e la cifra del valore facciale della banconota.

Le nuove banconote da €100 e €200 mostrano nell’angolo inferiore sinistro la cifra con il valore che cambia colore passando dal verde smeraldo al blu scuro, producendo l’effetto di una luce che si sposta in senso verticale. Nel biglietto un piccolo simbolo € compare più volte all’interno del numero. Sulla destra della banconota è possibile osservare un ologramma con quattro elementi: il ritratto di Europa, una riproduzione dell’immagine principale e la cifra del valore.

Solo nelle banconote da €100 e €200 è presente l’ologramma con satellite, apposto nella parte superiore della striscia argentata. Muovendo una banconota, appare il simbolo € che ruota attorno al numero. Il simbolo € si distingue più chiaramente se esposto a luce diretta.

Lotta ai falsi e aiuto a chi ha problemi visivi
Nel corso della prima metà del 2018 (ultimi dati disponibili) sono stati ritirati 301mila banconote false nei diversi paesi che utilizzano l’euro come moneta, su 21 miliardi circa di biglietti circolanti nell’Eurozona. La Banca Centrale Europea, che coordina le banche centrali nazionali, ha realizzato la serie “Europa” curandosi in particolare delle esigenze delle persone con problemi visivi, mettendo a punto banconote dotate di caratteristiche che agevolano questi cittadini: tonalità più contrastanti e cifre in caratteri più per facilitarne il riconoscimento da parte di chi ha difficoltà visive. Per i non vedenti sono stati studiati segni percepibili al tatto differenti per ogni taglio.

Un’ultima notazione: forse non tutti sanno o immaginano che le banconote da 100 euro sono in effetti più diffuse di quelle da 10: a fine giugno ne circolavano 2,7 miliardi contro 2,5 (rispettivamente il 13 e il 12 per cento del totale). In termini assoluti la banconota più diffusa è quella da 50 euro, parti al 23% del valore di tutti i biglietti circolanti . Molto più ridotta la circolazione delle banconote da 200 euro, pari all’1% del numero di biglietti in circolazione e al 4% del valore totale.


Fonte: ilsole24ore.com



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Fisco: ok del Garante Privacy alla sperimentazione di nuovi sistemi anti-evasione

Sì del Garante per la privacy alla sperimentazione di processi automatizzati per la lotta all’evasione fiscale, ma nel rispetto di precise garanzie a salvaguardia dei diritti dei cittadini. L’Agenzia delle entrate potrà iniziare ad utilizzare in via sperimentale modelli predittivi del rischio evasione attraverso la selezione  automatizzata di posizioni fiscali dei potenziali evasori, anche mediante  lo scambio di informazioni con amministrazioni estere.

L’Autorità ha adottato due distinti pareri su due schemi di provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate riguardanti rispettivamente contribuenti con incongruenze tra i redditi dichiarati e i loro rapporti bancari e finanziari,  e cittadini che hanno intrattenuto rapporti con operatori finanziari all’estero non coerenti con le informazioni in possesso del fisco.

L’Autorità ha ritenuto idonee – anche sulla base della valutazione dei rischi effettuata dall’Agenzia dell’entrate – le garanzie individuate in termini organizzativi e di sicurezza informatica. Tali garanzie riguardano, in particolare: la qualità dei dati utilizzati per la selezione dei contribuenti; i tempi di conservazione dei dati; il diritto del contribuente a essere correttamente informato e di veder garantite adeguate modalità di coinvolgimento; la necessità di condurre controlli periodici sull’esattezza dei dati e di adottare misure volte a ridurre i rischi relativi a errate rappresentazioni della capacità contributiva, che potrebbero recare ingiustificati pregiudizi agli interessati.

All’Agenzia delle entrate – che avrà l’obbligo di inviare un avviso ai contribuenti sotto accertamento affinché provvedano a regolarizzare la propria posizione – l’Autorità ha chiesto anche ulteriori garanzie per la condivisione con la Guardia di Finanza delle informazioni relative ai rapporti finanziari.

Giova ricordare che la selezione automatizzata dei contribuenti trova la sua base giuridica in una serie di norme nazionali, così come richiesto dal Regolamento Ue, che consente tali trattamenti nel caso in cui siano ammessi dalla normativa dello Stato membro, sulla base di precise misure a tutela delle persone, e siano autorizzati dall’Autorità garante.

Proprio alla luce del Regolamento europeo – allo scopo di evitare possibili discriminazioni o pregiudizi – i processi automatizzati devono garantire massima sicurezza e trasparenza, anche riguardo alla logica alla base degli algoritmi utilizzati.

L’Autorità seguirà da vicino la fase iniziale di sperimentazione per assicurare che vengano rispettate le misure individuate e sottoporrà a ulteriore analisi eventuali modifiche del modello predittivo  utilizzato dall’Agenzia.


Fonte: garanteprivacy.it



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Propaganda elettorale: no all’uso dei dati di ex-pazienti senza consenso

L’Autorità per la privacy ha comminato una sanzione di 16mila euro a un medico che ha utilizzato gli indirizzi di circa 3.500 ex-pazienti per inviare lettere a sostegno di un candidato alle elezioni politiche regionali del 4 marzo 2018, senza che gli interessati avessero espresso alcun specifico consenso a riguardo.

Nel corso dell’istruttoria, avviata dal Garante a seguito di alcuni articoli di stampa che segnalavano la vicenda, il medico si è difeso affermando di aver scritto ai suoi ex pazienti, che aveva avuto in cura presso un importante Istituto oncologico, per informarli della sua nuova sede di lavoro, avendo cessato il suo rapporto professionale presso l’Istituto. Con l’occasione, aveva contestualmente espresso il suo sostegno a un candidato alle elezioni, già assessore alla Sanità e al Welfare, e aveva ritenuto di rispettare le norme consentendo ai destinatari di opporsi alla ricezione dei messaggi, mediante un link posto in calce alla mail.

Il Garante ha giudicato un tale trattamento di dati personali illecito per diversi profili.

In primo luogo, il medico non ha reso l’informativa né al momento della registrazione dei dati dei pazienti né alla prima comunicazione, come previsto dal Codice privacy. Questo adempimento è infatti obbligatorio in quanto i dati, nel caso di specie, non risultano raccolti dal medico direttamente presso gli interessati, ma ricevuti dall’Istituto oncologico all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. Inoltre, il medico ha utilizzato i dati dei suoi ex pazienti per finalità diverse da quelle di cura, per le quali erano stati raccolti, senza aver acquisito uno specifico e autonomo consenso.

Come chiarito dal Garante nel provvedimento generale in materia di propaganda elettorale del 6 marzo 2014, “i dati personali raccolti nell’ambito dell’attività di tutela della salute da parte di esercenti la professione sanitaria e di organismi sanitari, non sono utilizzabili per fini di propaganda elettorale e connessa  comunicazione politica. Tale finalità non è infatti riconducibile agli scopi legittimi per i quali i dati sono stati raccolti”.

Nonostante la sanzione sia stata comminata in base al vecchio Codice, i principi che la ispirano restano validi anche in base al nuovo Regolamento Ue, come di recente precisato nel provvedimento dell’Autorità del 7 marzo 2019.


Fonte: garanteprivacy.it



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Seattle, gru crolla su un campus Google

Una gigantesca gru utilizzata nella realizzazione di un futuro campus Google è crollata e si è abbattuta su un incrocio di Seattle, uccidendo quattro persone e ferendone altre tre. A riferirlo, autorità e media locali.

Il crollo della gru si è verificato nel quartiere di South Lake Union, poco dopo le 15.30, ora locale, schiacciando cinque macchine e danneggiando un sesto veicolo all’incrocio tra Fairview Avenue North e Mercer Street.

Tre uomini e una donna sono rimasti uccisi. Due dei morti stavano operando sulla gru. Le altre due vittime erano sui veicoli. A confermarlo i vigili del fuoco in un comunicato pubblicato online.Quattro altre persone sono state subito soccorse e tre di loro – un uomo di 27 anni, una donna di 25 anni e una bambina di 4 mesi – sono stati portati in ospedale  con ferite non gravi.

La causa del crollo della gru è al centro di un’indagine del Dipartimento del lavoro e dell’industria dello Stato di Washington.

I media locali, tra cui il Seattle Times, hanno riferito che la gru stava operando sul cantiere di un nuovo, complesso multi-edificio in costruzione per Google. Un testimone oculare, Esther Nelson, assistente di ricerca biotech che lavorava in un edificio vicino, ha detto al Seattle Times di aver visto improvvisamente crollare la gru mentre era alla finestra nella caffetteria interna. “È stato terrificante”, ha detto al giornale. “Ho alzato lo sguardo, il vento soffiava davvero forte”. Ha aggiunto che la gru era alta circa otto o nove piani e sembrava essersi rotta a metà. “La metà stava volando da un lato sull’edificio,” ha detto. “L’altra metà è caduta per strada, attraversando entrambe le corsie di traffico.”

La città di Seattle conta ben 59 gru, al lavoro sullo skyline della città. L’ultimo incidente si è verificato a novembre del 2006, quando una di queste è crollata nella zona di Bellevue uccidendo un avvocato di Microsoft, seduto nel suo salotto, in un edificio vicino. L’incidente portò all’approvazione di una delle leggi di sicurezza sulle costruzioni più severe della nazione, che richiedeva il collaudo statale dei macchinari, nonché una certificazione e una formazione degli operatori, norme entrate in vigore a partire dal 2010. Da allora sono state assemblate oltre 100 gru senza alcun incidente.


Fonte: repubblica.it



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Modello 730/2019: le novità su detrazioni e deduzioni 

Dal 15 aprile 2019 sul sito dell’Agenzia delle Entrate è possibile trovare il precompilato del modello 730/2019 per dichiarare i redditi del 2018. In questo articolo elenchiamo in sintesi le principali novità in tema di spese che consentono al contribuente di ottenere un risparmio fiscale.

Le spese in sintesi

Si tratta delle spese per gli abbonamenti per i mezzi pubblici, delle spese sostenute per la sistemazione di aree verdi private (giardini, recinzioni, impianti di irrigazione, etc), delle spese per l’acquisto di strumenti compensativi per i soggetti che soffrono di disturbi dell’apprendimento (DSA), dei premi di assicurazione che hanno ad oggetto il rischio di eventi calamitosi e i contributi in favore delle Onlus e delle Associazioni di promozione sociale.

Abbonamenti mezzi pubblici

La prima importante novità riguarda le spese relative agli abbonamenti ai mezzi pubblici come treni e autobus. La scorsa Legge di Bilancio ha introdotto una detrazione fiscale per chi acquista abbonamenti di autobus e treni del trasporto pubblico locale (TPL), regionale ed interregionale. La detrazione fiscale spetta per le spese sostenute sia per i familiari fiscalmente a carico sia per il contribuente stesso, per un importo complessivo non superiore a 250 euro e ammonta al 19 per cento delle spese effettivamente sostenute.

Bonus Verde

Un’altra importante novità riguarda la proroga delle spese sostenute per la sistemazione di aree verdi private che danno luogo al cosiddetto “bonus verde”. La detrazione fiscale è legata agli immobili, ed in particolare, ad essere agevolati sono i lavori eseguiti su giardini, terrazzi e balconi.

L’agevolazione fiscale infatti riguarda le spese sostenute per i giardini, per le recinzioni, per gli impianti di irrigazione, i pozzi, le terrazze, i balconi e le pertinenze varie ma sono esclusi gli interventi di manutenzione annuale per impianti esistenti e i lavori in economia su propri giardini.

Il beneficio spettante al contribuente è una detrazione IRPEF del 36% sulle spese sostenute da ripartire in 10 quote annuali di pari importo. L’agevolazione fiscale, concessa fino ad un limite massimo di spesa di 5.000 euro per ogni unità immobiliare, consente una detrazione che può arrivare fino ad un massimo di 1.800 euro in 10 anni.

Le altre spese: dai premi assicurativi al condominio

Nel modello 730 di quest’anno trovano posto anche le spese sostenute per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici necessari all’apprendimento, nonché per l’uso di strumenti compensativi che favoriscano la comunicazione verbale e che assicurino ritmi graduali di apprendimento delle lingue straniere, per chi soffre di disturbi dell’apprendimento.

Le spese che possono beneficiare della detrazione fiscale sono quelle sostenute in favore dei minori o di maggiorenni con diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) fino al completamento della scuola secondaria di secondo grado.

Tra le novità di rilievo nel modello 730/2019 c’è anche una detrazione fiscale spettante per i premi di assicurazione che hanno ad oggetto il rischio di eventi calamitosi per gli immobili ad uso abitativo. I premi relativi alle polizze assicurative che hanno ad oggetto il rischio di eventi sismici devono essere stipulati a partire dalla data del 1° gennaio 2018 e la detrazione fiscale ammonta al 19% delle spese sostenute (comma 1 f-bis art. 15 D.P.R. 917/86).

È prevista anche una detrazione fiscale per gli interventi condominiali sugli edifici che rientrano nelle zone sismiche 1,2 e 3 (zone ad alta pericolosità), finalizzati alla riduzione del rischio sismico e alla riqualificazione energetica. La detrazione fiscale aumenta in base alla riduzione di rischio.

Le erogazioni liberali fatte dal contribuente in favore di organizzazioni non lucrative di utilità sociale e delle associazioni di promozione sociale godono invece di una detrazione pari al 30%, che sale al 35% per quelle in favore delle organizzazioni di volontariato.

Infine, viene prevista la possibilità di dedurre le erogazioni liberali a favore delle Onlus e per quelle alle Associazioni di promozione sociale, dal reddito complessivo netto del soggetto erogatore nel limite del 10% del reddito dichiarato.


Fonte: quifinanza.it



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Def, Tria in audizione: “Aumento Iva confermato in attesa di alternative”

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, difende in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato il Documento di economia e finanza del governo e le iniziative per la crescita. Intanto, però, conferma quanto messo nero su bianco dal Def: l’aumento dell’Iva da circa 23 miliardi legato alle clausole di salvaguardia per il 2020, per il momento, resta lì. “La legislazione vigente in materia fiscale è confermata in attesa di definire, nei prossimi mesi, misure alternative”, la formula con la quale il ministro descrive il quadro. Una missione difficile, quella di trovare altre risorse, anche perché – come ha confermato l’Ufficio parlamentare di bilancio – la prossima Manovra partirà già da 25 miliardi di impegni, se si vorranno sterilizzare la clausole. Intanto, “lo scenario tendenziale (del Def, ndr) incorpora gli incrementi dell’Iva e delle accise dal 2020-2021″.

La crescita e i conti pubblici

“Le tendenze dei primi due mesi mostrano dati incoraggianti, la produzione ha invertito il trend negativo e ha segnato due incrementi rilevanti a gennaio e febbraio con l’indice destagionalizzato superiore dell’1,3% al livello medio del periodo precedente”, ha ricordato Tria ripercorrendo i dati Istat. “Segnali positivi arrivano anche dall’indice del settore terziario. Tutti elementi che lasciano ritenere che la previsione di crescita per il 2019 sia equilibrata e conferma in tal senso è arrivata ieri dall’Efficio parlamentare di bilancio che ha validato il quadro programmatico”. Secondo Tria, insomma, il governo “non ha affatto peccato di eccessivo ottimismo come alcuni sostengono”.

“La legislazione vigente in materia fiscale è confermata in attesa di definire, nei prossimi mesi, misure alternative”. Così il ministro dell’Economia Giovanni Tria in audizione sul Def davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, dove ha confermato che “lo scenario tendenziale (del Def, ndr) incorpora gli incrementi dell’Iva e delle accise dal 2020-2021″.

Tria si è detto convinto che i rendimenti dei titoli di Stato italiani siano ancora troppo alti per i nostri fondamentali, ma per far scendere lo spread “saranno importanti i piani del governo e l’incisività delle riforme, ma anche gli orientamenti che il Parlamento avrà sul Bilancio”.

Confermata anche la vaga intenzione di una tassa piatta: “La legge di Bilancio per il prossimo anno continuerà il processo di riforma dell’imposta sui redditi, la cosiddetta flat tax, e di generale sistemazione del sistema fiscale per alleggerire il carico sui ceti medi”.


Fonte: repubblica.it



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UniCredit pagherà 1,3 miliardi di dollari agli Stati Uniti per aver violato le sanzioni contro l’Iran

UniCredit e due sue sussidiarie hanno accettato di pagare 1,3 miliardi di dollari alle autorità statunitensi per aver violato il regime delle sanzioni statunitensi nei confronti dell’Iran e di altri paesi, tra cui Cuba e Libia, scrive Reuters.

Tra il 2007 e il 2011 la divisione tedesca di UniCredit ha spostato centinaia di milioni di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense per conto di entità sanzionate, ha riferito il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. L’indagine si è conclusa dopo sei anni.

Negli ultimi anni dieci banche diverse sono state penalizzate dalle autorità statunitensi per violazioni relative alle sanzioni a paesi stranieri.


Fonte: ilpost.it



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Il Garante europeo per la protezione dei dati sta indagando se i servizi offerti da Microsoft rispettano il GDPR

Il Garante europeo per la protezione dei dati ha aperto un’indagine per determinare se i servizi forniti da Microsoft alle istituzioni europee rispettino i nuovi parametri stabiliti con il GDPR, il General Data Protection Regulation, entrato in vigore il 25 maggio 2018.

Le indagini sono iniziate dopo che lo scorso novembre il governo olandese aveva scritto un rapporto molto critico riguardo alla raccolta di dati fatta attraverso alcuni servizi di Microsoft Office ProPlus, come Word e Outlook. «Qualsiasi istituzione europea che usi i servizi di Microsoft segnalati in questo rapporto rischia di dover affrontare gli stessi problemi evidenziati dalle autorità nazionali», ha confermato il Garante europeo.


Fonte: ilpost.it



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Incidente sul lavoro a Milano, muoiono due operai napoletani

Sarebbero stati travolti da una parete che loro stessi stavano sistemando. Sono Savatore Borriello, 47enne di Torre del Greco e Salvatore Palumbo, 55enne di Ercolano, i due operai napoletani rimasti vittime di un incidente sul lavoro avvenuto stamane alle 11.30 nel Milanese, a Pieve Emanuele.

Lavoravano accanto ai binari, in un cantiere, dove stavano realizzando delle paratie nei pressi della ferrovia. Per cause ancora da accertare è stata proprio una delle paratie a cedere e a schiacciarli, lasciandoli senza scampo.

Di 46 e 44 anni, i due sono stati soccorsi dagli equipaggi di due ambulanze e un elicottero del 118. Uno dei due è morto sul colpo, per l’altro c’è stato un lungo tentativo di rianimazione da parte dei sanitari, purtroppo non riuscito. Con loro c’era anche un terzo collega, che è rimasto illeso.

Dinamica

Secondo le prime informazioni raccolte i due partenopei lavoravano per la ditta Cefi srl, che stava seguendo il cantiere per conto di Ferrovie dello Stato. Una delle due vittime, stando a quanto finora ricostruito, stava manovrando la gru proprio per alzare la paratia in metallo, che però è improvvisamente caduta. I due – sia l’uomo alla guida sia l’altro – sono stati travolti e sono rimasti schiacciati tra la struttura in metallo e la parete in cemento. Sulla tragedia è già stato aperto un fascicolo in procura a Milano: il reato ipotizzato è omicidio colposo.

Sul luogo dell’incidente sono intervenuti anche i carabinieri della compagnia di Corsico, gli agenti della Polfer, i vigili del fuoco e i tecnici di Rete ferroviaria italiana.


Fonte: napolitoday.it



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Il governo ha tagliato i fondi contro gli infortuni e per la sicurezza sul lavoro

Questa settimana il vicepresidente del Consiglio e ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha annunciato su Twitter un taglio delle imposte sul lavoro pagate dagli imprenditori che in alcuni casi arriverà fino al 30 per cento. Quello che non ha spiegato è che il taglio sarà finanziato da un taglio di circa mezzo miliardo in tre anni ai fondi che servono a incentivare gli imprenditori a migliorare la sicurezza sul posto di lavoro. Inoltre, secondo una recente sentenza della Cassazione, la nuova legge ridurrà le possibilità per i lavoratori di ottenere rimborsi in caso di infortunio.

La misura annunciata da Di Maio era già presente nella legge di bilancio approvata a dicembre, ma è entrata in vigore soltanto questa settimana. Il taglio di cui parla il leader del Movimento 5 Stelle riguarda i premi INAIL, un’imposta pagata in parte dal datore di lavoro e in parte dal lavoratore che serve a finanziare l’assicurazione per malattia professionale dei lavoratori e i rimborsi in caso di infortunio (è un sistema che funziona, in sostanza, come quello di una normale assicurazione). Il sistema delle tabelle dei premi INAIL è particolarmente complicato e ogni categoria professionale ha la sua variante: più un lavoro è rischioso, più i premi INAIL sono alti.

La revisione dei vecchi premi era attesa da molto tempo, sia dai sindacati che dalle imprese. La legge ha operato una revisione delle attività lavorative a cui si applicano i premi INAIL, eliminando quelle obsolete e aggiornandosi ai nuovi impieghi (introducendo per esempio la figura dei “rider” che si occupano di consegne a domicilio). La nuova legge prevede anche un aumento di cento milioni di euro delle tabelle compensative per i danni biologici subiti dai lavoratori.

La novità principale della revisione però è il taglio dell’importo che dovrà essere pagato dagli imprenditori. Il tasso medio del premio è passato infatti dal 26 per mille al 17 per mille, una riduzione di circa il 30 per cento. L’entità del taglio, ha spiegato l’INAIL, è stata fatta tenendo presenti «i dati relativi all’andamento infortunistico e tecnopatico nel triennio 2013-2015 e le retribuzioni soggette a contribuzione di competenza nello stesso periodo». Questo taglio resterà in vigore per tre anni; nel 2021 si procederà a un nuovo esame della situazione ed eventualmente a una nuova revisione. Il taglio costerà alle casse dell’INAIL circa 1,7 miliardi di euro nei suoi primi tre anni di applicazione.

Per ripianare questo buco nel bilancio dell’INAIL generato dal taglio delle tasse agli imprenditori, la legge di stabilità approvata lo scorso dicembre stabilisce esplicitamente, al comma 1.122, una serie di tagli ai fondi destinati a incentivare la prevenzione degli infortuni e agli sconti per chi migliorava la sicurezza nella propria azienda (che erano stati aumentati proprio nel 2018). Questi tagli ammontano a poco meno di 500 milioni di euro in tre anni.

Commentando la decisione del governo, Giovanni Luciano, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’INAIL, ha ricordato che l’INAIL è attualmente in attivo di 1,7 miliardi di euro e che quindi «le risorse si possono trovare altrove nel bilancio. Invece, adesso, abbiamo il taglio degli incentivi e delle premialità per la prevenzione, e l’aumento risibile e parziale delle prestazioni a favore dei lavoratori». A proposito dell’aumento delle tabelle per i compensi per danni biologici, Luciano afferma: «Aumentare di 100 milioni di euro l’anno le tabelle del solo danno biologico in capitale a fronte di 1,5 miliardi in tre anni di taglio delle tariffe è un’operazione iniqua, soprattutto se, ripeto, questo taglio è addirittura compensato parzialmente dai fondi a favore della prevenzione».

La revisione è invece apprezzata dalle associazioni degli imprenditori e dalla Lega. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon è stato uno dei principali autori e sostenitori della revisione e il primo a descriverne il funzionamento alla stampa.

La decisione di ridurre i fondi per la prevenzione degli infortuni arriva mentre gli ultimi dati relativi al 2017 e al 2018 mostrano per la prima volta in più di un decennio che la diminuzione delle morti e degli incidenti sul lavoro si è fermata. Secondo gli ultimi dati INAIL, pubblicati proprio questa settimana, nel primo bimestre del 2019 il totale degli infortuni è in leggero aumento (complessivamente per quanto riguarda il numero di infortuni sul lavoro, l’Italia fa meglio di Germania, Francia e Spagna, ma peggio di circa metà degli altri paesi europei).

La revisione del sistema sembra inoltre introdurre anche un altro effetto negativo per i lavoratori. Marco Ruffolo ha raccontato su Repubblica che in base all’interpretazione data ad un passaggio particolarmente complicato delle norme contenute nella legge di bilancio in una recente sentenza della Corte di Cassazione, i lavoratori non potranno più richiedere ai propri datori di lavoro tutti gli indennizzi non coperti dell’assicurazione INAIL (che rimborsa i danni biologici permanenti e quelli patrimoniali). Se in passato quindi il lavoratore infortunato, o i suoi parenti in caso di decesso, potevano chiedere al datore di lavoro i danni morali e quelli biologici temporanei, ora questa possibilità rischia di scomparire. Secondo i calcoli riportati nell’articolo, in alcuni casi questa interpretazione potrebbe portare a rimborsi quasi dimezzati per i lavoratori.

L’INAIL respinge questa interpretazione restrittiva della legge, ma ha affermato in un comunicato che se questa interpretazione dovesse affermarsi chiederà una revisione della legge in modo da tornare a una situazione vantaggiosa per il lavoratore.


Fonte: ilpost.it



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Riciclaggio, conto salato per le banche europee: multe per oltre 16 miliardi di dollari

Le banche europee hanno pagato multe per oltre 16 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2018 per riciclaggio di denaro sporco e per violazione delle sanzioni commerciali imposte dagli Usa contro i cosiddetti “Stati canaglia”. La parte più sostanziosa delle multe è stata imposta proprio dagli Stati Uniti, con in testa il Dipartimento di Giustizia, responsabile per oltre il 75% delle sanzioni comminate. Anche le autorità di sorveglianza europee stanno infliggendo multe più alte rispetto a quanto accaduto in passato. Si pensi alla sanzione di 915 milioni di dollari imposta al gruppo bancario Ing in Olanda.

Il conteggio è stato fatto da Moody’s Investors Service in un rapporto diffuso questa mattina dal titolo: “Le costose minacce del riciclaggio di denaro sporco e delle violazioni delle sanzioni economiche”.

Nella classifica delle banche raggiunte dalle multe più alte nel periodo 2012-2018, svetta la sanzione di 8,9 miliardi di dollari inflitta alla francese Bnp Paribas nel 2014. È la multa più alta di sempre. La banca ha accettato di pagare la sanzione per aver violato l’embargo commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba, Iran e Sudan.

Al secondo posto, con 1,9 miliardi di dollari versati nel 2012, c’è il colosso britannico Hsbc, punito per aver facilitato il riciclaggio di denaro sporco dei narcotrafficanti messicani e per aver violato le sanzioni economiche contro Birmania, Cuba, Iran, Libia e Sudan.

Terzo posto alla tedesca Commerzbank, che nel 2015 ha pagato 1,45 miliardi di dollari a cinque agenzie statunitensi per aver facilitato transazioni finanziarie con paesi nella black list americana, come il Sudan.

Seguono Société Générale, con 1,3 miliardi di multa pagata nel 2018, sempre per violazioni delle sanzioni commerciali e dell’embargo verso Cuba, Iran, Libia e Sudan. Poi il gruppo Ing, che ha versato 915 milioni di dollari alla giustizia dei Paesi Bassi per le falle prsenti nel suoi sistemi di antiriciclaggio.

«In alcuni casi, i supervisori hanno offerto alle banche procedimenti differiti in cambio di un periodo di supervisione regolamentare aggiuntiva, durante il quale devono migliorare i loro sistemi di rischio e di governance – afferma Sean Marion, managing director di Moody’s -. Questo di solito comporta investimenti su larga scala soprattutto per le funzioni di compliance».

Gli Stati Uniti, sottolinea Moody’s nel report, stanno ora indagando su Danske Bank, che ha ammesso alcune falle nei controlli antiriciclaggio della sua filiale estone, dove sono stati movimentati circa 230 miliardi di dollari sospetti (200 miliardi di euro) provenienti dalla Russia e da altre ex repubbliche sovietiche. Anche la svedese Swedbank è oggetto di indagini per i deboli controlli antiriciclaggio nelle filiali baltiche e indagini preliminari sono in corso presso altre banche nordiche. La Banca d’Italia, ricorda ancora Moody’s, ha riscontrato carenze nei processi di antiriciclaggio di Ing Italia.

I regolatori europei stanno ora imponendo pene più pesanti rispetto al passato. Nuove regole, come la nuova direttiva antiriciclaggio dell’Unione europea, sono concepite per ridurre la probabilità di gravi sanzioni incoraggiando le banche a istituire controlli migliori. Sebbene la maggior parte delle ammende sia stata inferiore alle entrate annuali delle banche interessate, rimangono comunque una minaccia costosa, che pone rischi finanziari, operativi e reputazionali per gli istituti coinvolti.


Fonte: ilsole24ore.com



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Multe e tasse locali, arriva il condono: niente sanzioni e interessi

Multe auto, Imu, Irap, Tasi, ma anche tassa rifiuti, Tosap e Cosap. Chi più ne ha ne metta. È il nuovo condono che regioni, comuni, province e città metropolitane potranno attivare per consentire ai cittadini di rottamare le ingiunzioni di pagamento che gli sono state recapitate dalle amministrazioni locali dal 2000 al 2017. Nello schema di decreto legge crescita, approdato all’esame tecnico del pre consiglio dei ministri è stato inserito l’articolo «Estensione della definizione agevolata delle entrate regionali e degli enti locali».

Si paga il dovuto senza sanzioni e interessi
La disposizione riguarda i provvedimenti di ingiunzione o ruoli, notificati negli anni dal 2000 al 2017. Si pagherà l’importo dovuto senza sanzioni e interessi. Nello schema di decreto la rottamazione delle cartelle viene estesa anche a regioni, province, città metropolitane e comuni. La definizione agevolata delle entrate, già prevista per l’erario, viene quindi estesa anche agli enti territoriali. Nel dettaglio la relazione illustrativa allo schema di decreto spiega che la norma «introduce la possibilità per gli enti territoriali di disporre la definizione agevolata delle proprie entrate, anche tributarie, non riscosse a seguito di provvedimenti di ingiunzione fiscale, stabilendo l’esclusione delle sanzioni».

Gli amministratori locali decideranno se aderire o meno
Sarà comunque lasciato alla piena autonomia degli amministratori locali la possibilità di rottamare i crediti maturati nei confronti dei propri cittadini. La delibera dovrà arrivare nei 60 giorni successivi all’approvazione del decreto legge sulla crescita. Con lo stesso atto saranno fissati criteri, modalità e tempi per la presentazione delle istanze di adesione e relative modalità di pagamento per definire in via agevolata i debiti fiscali e non maturati nei confronti dell’amministrazione locale.


Fonte: ilsole24ore.com



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Trattamento dati sulla salute in ambito sanitario

Trattare «categorie particolari di dati» in ambito sanitario è sempre vietato, tranne che per:

a) motivi di interesse pubblico rilevante sulla base del diritto dell’Unione o degli Stati membri
b) motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica (es. emergenze sanitarie conseguenti a sismi e sicurezza alimentare);
c) finalità di medicina preventiva, diagnosi, assistenza o terapia sanitaria o sociale ovvero gestione dei sistemi e servizi sanitari o sociali («finalità di cura»)

I trattamenti che:
– sono essenziali per il raggiungimento di una o più finalità determinate ed esplicitamente connesse alla cura della salute;
e
– sono effettuati da (o sotto la responsabilità di) un professionista sanitario soggetto al segreto professionale oda altra persona anch’essa soggetta all’obbligo di segretezza NON richiedono il consenso al trattamento dei dati da parte dell’interessato.

E’ possibile trattare dati sanitari SOLO con il consenso dell’interessato per:

  • consultazione del Fascicolo sanitario elettronico
  • consegna del referto online
  • utilizzo di app mediche
  • fidelizzazione della clientela
  • finalità promozionali o commerciali
  • finalità elettorali

TEMPI DI CONSERVAZIONE: Qualora non siano fissati da specifiche norme, spetta al titolare definirli in base alla
finalità del trattamento. In ogni caso, devono essere indicati nell’informativa.

L’informativa deve essere concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, scritta con linguaggio semplice e chiaro.

NOMINA DI UN RPD: Obbligatoria per gli organismi pubblici (es: struttura appartenente al SSN) e nel caso di trattamenti su «larga scala» (come può avvenire per ospedali e case di cura).

TENUTA DEL REGISTRO DEI TRATTAMENTI: E’ obbligatoria.


Fonte: garanteprivacy.it



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La Commissione europea ha multato Google per 1,49 miliardi di euro

La Commissione europea ha multato Google per 1,49 miliardi di euro per avere violato le regole sulla concorrenza nell’Unione Europea. Secondo la Commissione, Google ha abusato della propria posizione dominante sul mercato, imponendo diverse restrizioni nei suoi contratti per quanto riguarda gli annunci pubblicitari mostrati nei siti che utilizzano Google come motore di ricerca interno. Queste pratiche, ritenute lesive della libera concorrenza, sono state portate avanti dall’azienda statunitense per oltre 10 anni e, sempre secondo la Commissione, hanno impedito ad altre società di competere alla pari, con danni per i loro affari e in ultima istanza per i consumatori.

Molti siti offrono un sistema di ricerca interno per consentire ai loro lettori di trovare i contenuti pubblicati e le cose in archivio. In molti casi, invece di utilizzare un proprio sistema, si affidano a una versione personalizzata del motore di ricerca di Google, che si rivela più efficiente e meno complicato da mantenere. Questa soluzione consente inoltre di mostrare della pubblicità, insieme ai risultati di ricerca, che portano ricavi sia ai proprietari dei siti sia a Google, che fa da intermediario (da un lato vende lo spazio per la pubblicità a chi vuole farla, dall’altro dà i ricavi derivanti da queste pubblicità ai proprietari dei siti, trattenendo per sé una percentuale).

Google è l’azienda con la quota di mercato più grande in questo sistema di intermediazione legato alle ricerche online nei siti: secondo le stime della Commissione europea è stata pari al 70 per cento tra il 2006 e il 2016. E questo si aggiunge alla posizione dominante che ha già Google nel settore delle ricerche online in generale, con una quota che raggiunge il 90 per cento in alcuni paesi europei.

Google non permette ai concorrenti, come Microsoft e Yahoo, di vendere spazi pubblicitari sulle pagine dei risultati del suo motore di ricerca. I sistemi di ricerca personalizzati nei siti sono quindi un’opportunità per i concorrenti per provare a competere con Google più alla pari, seppure su una scala molto più piccola. La Commissione dice però di avere analizzato centinaia di contratti stretti tra proprietari di siti e Google e, dopo una lunga analisi, di avere scoperto che le condizioni imposte ledono la libera concorrenza.

A partire dal 2006, per esempio, Google ha imposto alcune clausole per diventare fornitore in esclusiva dei servizi. Ai proprietari dei siti era quindi impedito di inserire annunci pubblicitari gestiti da altre aziende nelle loro pagine dei risultati. Le clausole che hanno insospettito la Commissione erano state riviste nel 2009, con una definizione più vaga da parte di Google: “Piazzamenti premium”. Queste nuove condizioni imponevano ai proprietari dei siti di riservare gli spazi più in vista nelle loro pagine dei risultati alle pubblicità gestite da Google, a danno dei concorrenti.

La Commissione europea ha ritenuto queste e altre pratiche, sempre tese ad avere un trattamento esclusivo o di riguardo del sistema pubblicitario di Google, come una violazione della libera concorrenza nell’Unione Europea. Le posizioni dominanti di mercato sono consentite dalle leggi europee, ma solo a patto che le aziende che detengono questa posizione non approfittino della loro condizione privilegiata sul mercato, a danno dei concorrenti. La Commissione ritene che Google abbia violato queste regole, da qui la decisione della multa da 1,49 miliardi di euro.

La multa di oggi è solo l’ultima di una serie di provvedimenti assunti dalla Commissione europea contro Google. Nel giugno del 2017, l’azienda era stata multata per 2,42 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel settore dei motori di ricerca per lo shopping online. Nel luglio del 2018, la Commissione ha multato Google per 4,34 miliardi di euro per pratiche che avevano permesso all’azienda di rafforzare la propria posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi per smartphone con il suo Android, a scapito dei concorrenti.

In seguito alle indagini avviate dalla Commissione europea, Google aveva già iniziato a modificare parte delle clausole dei suoi contratti a partire dal 2016. Con un breve comunicato, l’azienda ha confermato di essere al lavoro per rispettare le indicazioni dell’Unione Europea:

  • Siamo sempre stati d’accordo sul fatto che mercati sani e prosperi siano nell’interesse di tutti. Abbiamo già introdotto una serie di cambiamenti ai nostri prodotti per rispondere alle preoccupazioni della Commissione; nei prossimi mesi, introdurremo ulteriori aggiornamenti per incrementare la visibilità dei nostri concorrenti in Europa.

Fonte: ilpost.it



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Glifosato, la Corte Ue bacchetta Efsa: dovrà rendere pubblici gli studi di tossicità. L’interesse dei cittadini deve prevalere sulle aziende

L’Efsa dovrà rendere noti gli studi che hanno condotto alla decisione di prolungare l’autorizzazione al commercio del glifosato in Europa, presa nel 2017 nonostante la International Agency for Research on Cancer (Iarc) di Lione, agenzia dell’Oms, nel 2015 avesse definito la sostanza “probabile cancerogeno”. La Corte Europea di giustizia ha infatti dato torto all’Autorità, che aveva rifiutato l’accesso ai documenti sia al tossicologo Anthony C. Tweedale che ai membri del Parlamento europeo Heidi Hautala, Michèle Rivasi, Benedek Jávor e Bart Staes. 

La decisione dell’Efsa aveva destato più di una polemica, soprattutto per le motivazioni, tra le quali vi erano il fatto che rendere noti i dati avrebbe potuto recare gravi danni agli interessi commerciali delle aziende coinvolte e che gli studi non conterrebbero elementi di interesse pubblico tali da renderne obbligatoria la divulgazione. 

Ma secondo i ricorrenti è vero il contrario, come ha sottolineato anche Franziska Achterberg, direttrice del settore politiche alimentari di Greenpeace, che ha sostenuto l’azione legale: “La decisione di oggi è un grande passo in avanti verso la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni europee. Le persone hanno il diritto di conoscere gli impatti prevedibili sulla salute e sull’ambiente di prodotti come i pesticidi, e la Corte ha ribadito tale diritto. È scioccante che sia stato necessario un tribunale per ricordare all’Efsa che la sua missione è difendere la salute pubblica e non gli interessi delle aziende produttrici di glifosato”.

Quanto alle motivazioni della Corte, se ne ravvisano tre tipi: 

1) l’interesse pubblico è superiore a quello delle aziende;

2) trattandosi di una sostanza che si disperde nell’ambiente, gli impatti prevedibili non sono  solamente teorici visto che i residui sono presenti nel cibo, nelle piante e nelle acque;

3) il pubblico deve avere accesso non solo alle informazioni sulle dispersioni ma anche a quelle sulle conseguenze a medio e lungo termine sull’ambiente, per esempio sugli organismi che non sono target primari della sostanza.


Fonte: ilfattoalimentare.it



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Agenzia Entrate: la fatturazione elettronica ha già fatto emergere una maxi-frode

La fatturazione elettronica in poco più di due mesi ha consentito di smascherare un complesso sistema di frodi basato su società cartiere e bloccare falsi crediti IVA per 688 milioni di euro. L’Agenzia delle Entrate oggi ha diffuso un report sull’attività 2018 e qualche anticipazione sulla e-fattura.

“Dopo la prima fase di avvio, la fatturazione elettronica è entrata nel vivo e nel quotidiano di milioni di italiani”, sottolinea l’Agenzia. “Sono, ad oggi, circa 2,7 milioni gli operatori che hanno inviato 350 milioni di e-fatture, con una percentuale di scarto pari al 3,85%”. Le analisi del rischio basate su e-fatture e il confronto con i dati del portale “Fatture e corrispettivi” ha consentito di rilevare le incongruità e agire. Si parla di complessivi “acquisti fittizi” per 3,2 miliardi di euro che avrebbero generato crediti IVA per 688 milioni.

Ma come funziona lo schema della frode? In pratica due o più società cartiere creano e scambiano fatture false. Dopodiché inseriscono nella dichiarazione acquisti imponibili di importo rilevante per generare crediti IVA falsi. A quel punto o sfruttano la compensazione diretta o procedono tramite accollo dei debiti di altre società. Oppure ancora cedono i crediti IVA ad altre società per l’utilizzo in compensazione.

L’incrocio dei dati con la fatturazione elettronica fa emergere crediti gonfiati, assenza di fatture o fatture emesse da soggetti ad elevato profilo di rischio. 100 verificatori dell’Agenzia nel frattempo sono impegnati in attività di indagine che permettono di rilevare sedi inesistenti, attività economiche assenti e acquisti fittizi per importi molto consistenti.

Il risultato di questa attività ha consentito in questi ultimi mesi, ad esempio, di individuare 37 soggetti dediti al commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi in 11 province di 7 regioni italiane.


Fonte: tomshw.it



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Cake design, serve l’HACCP?

Il cake design sta diventando sempre più una tendenza in fatto di decorazioni per torte, tanto che molte persone che si davano a questa arte semplicemente per passione, l’hanno trasformata nella loro professione.

Cake design, come farla diventare una professione regolare

Tuttavia, affinché diventi una professione regolare (anche dal punto di vista legislativo), è necessario formarsi adeguatamente e tenere in considerazione alcuni aspetti molto importanti:

  • essere dei bravi pasticceri (non è essenziale avere un titolo ma è evidente che le torte non debbano essere solo belle esteticamente ma anche buone da mangiare);
  • utilizzare degli ingredienti di buona qualità;
  • avere precisione e pazienza;
  • essere creativi e fantasiosi.

Spesso si può imparare tramite dei video presenti su Internet oppure frequentare dei veri e propri corsi dove imparare la tecnica e l’utilizzo adeguato degli strumenti nonché come rendere le torte più belle posizionando gli oggetti su di essa in maniera armoniosa.

La scelta, in seguito, è quella di aprire un proprio laboratorio oppure realizzare le torte a domicilio.

Quando si apre un locale destinato ad attività artigianali bisogna:

  • dichiarare l’attività alla ASL con DIA sanitaria e con SCIA (dichiarazione inizio attività) al Comune;
  • ottenere l’HACCP: spesso molti corsi di cake design, prevedono un vero e proprio modulo con attestato con l’HACCP, altrimenti bisognerà richiederlo a parte;
  • aprire una Partita IVA.
Se, invece, si vuole essere un cake designer a domicilio, l’iter è questo:
  • superare il corso di HACCP;
  • aprire la Partita IVA e iscriversi alla Camera di Commercio;
  • avere l’autorizzazione sanitaria per l’attrezzatura che si utilizzerà in casa.

Nel caso si tratti di collaborazioni occasionali, non sarà obbligatorio aprire la Partita IVA (fino ai 5000 euro netti all’anno) né iscriversi alla gestione  separata INPS ma sarà obbligatorio emettere una ricevuta (senza IVA) soggetta a ritenuta del 20%.


Fonte: lavoro.iltabloid.it



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Come conservare il cibo secondo l’HACCP

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La cucina è uno degli ambienti dove si trascorre maggior tempo in casa, tra la preparazione dei pasti e il pasto stesso e molte altre attività che possono essere svolte esclusivamente in questo spazio della propria abitazione. Ma la cucina può anche rivelarsi un ricettacolo di batteri se non seguiamo delle norme igieniche adeguate. Nell’ambito professionale, occorre infatti seguire delle direttive indispensabili per la salute di tutti. Per questo motivo è stato ideato il sistema HACCP (acronimo dall’inglese Hazard Analysis and Critical Control Points, traducibile in sistema di analisi dei rischi e di controllo dei punti critici); si tratta di un insieme di procedure la cui finalità è fornire una guida univoca al corretto mantenimento degli alimenti, che siano a temperatura ambiente, caldi, refrigerati o congelati.

Il sistema HACCP ha avuto origine negli Stati Uniti, negli anni Sessanta, per fornire alimenti sicuri agli astronauti della NASA. Successivamente, negli anni Novanta, l’HACCP è entrato a far parte delle norme di sicurezza europee, diventando obbligatorio per qualsiasi operatore che maneggi degli alimenti nel settore pubblico dell’alimentazione, dal ristorante al chiosco. Seguire la guida di questo sistema, quindi, garantisce una sicura prevenzione della proliferazione dei batteri nell’ambito alimentare. In cosa consistono queste norme igieniche? Si possono seguire anche in ambito casalingo? Vediamolo insieme.

Conservare il cibo in frigorifero

Lo stoccaggio adeguato degli alimenti è la base per una buona conservazione, affinché il cibo venga riposto e mantenuto nel modo corretto fino alla sua utilizzazione. Partiamo dagli alimenti da tenere necessariamente in frigorifero. Innanzitutto, la temperatura non dovrebbe mai essere superiore ai 5ºC. Durante il periodo estivo, si può diminuire ma senza scendere sotto i 2°C. Il congelatore, invece, dovrebbe avere una temperatura di -18°C o meno.

Tra i principi guida dell’HACCP per una corretta conservazione degli alimenti in frigorifero ricordiamo i seguenti:

  • Non conservare prodotti lavorati insieme a prodotti grezzi;
  • Controllare periodicamente la temperatura del frigo;
  • Scongelare gli alimenti passandoli dal congelatore al frigo;
  • Ricoprire ogni alimento con della pellicola o chiuderlo in contenitori ermetici;
  • Non ricongelare un alimento che è stato già precedentemente scongelato;
  • Non scongelare un prodotto tenendolo scoperto;
  • Non sovraccaricare frigo e congelatore;
  • Separare la carne di pollo dalle altre carni.

Possiamo arricchire la guida della corretta conservazione dei cibi in frigorifero facendo chiarezza su qual è il posto adeguato in cui mettere i vari tipi di alimenti. Non tutti sanno, infatti, che la temperatura del frigo non è la stessa in ogni punto. La zona più fredda è quella in basso, quindi è qui che dovrebbero essere riposti alimenti come la carne e il pesce. I ripiani medi sono ideali per conservare affettati e avanzi dei pasti. Nella zona in alto invece si possono riporre latticini e cibo a lunga conservazione già aperto. Lo sportello è il posto ideale per la conservazione di bevandemarmellateuova. I cassetti sono la zona più calda del frigo ed è qui che andrebbero posizionate sia la  frutta che la verdura, al riparo da una maturazione precoce ma ad una temperatura che non ne alteri le proprietà.

Conservare il cibo a temperatura ambiente

Gli alimenti cosiddetti stabilizzati, che non si alterano in tempi brevi, hanno anch’essi delle norme di conservazione. Parliamo di prodotti in scatola, sottovuoto, sottaceto, affumicati, disidratati. Vediamo cosa fare in questo caso:

  • Conservare sempre in luogo fresco e asciutto;
  • In presenza di finestre o condutture per la ventilazione dell’aria, queste dovrebbero avere delle griglie per non far entrare topi o insetti nel luogo di conservazione;
  • Il cibo non va riposto sul pavimento o vicino al muro, ma ad una certa distanza da questi, per consentire la pulizia e ovviare la proliferazione di muffe;
  • Il cibo va sempre separato dai prodotti chimici;
  • Consumare i cibi prediligendo quelli con la data di scadenza più ravvicinata;
  • Eliminare i cibi scaduti;
  • Non conservare vicino a fonti di calore;
  • Non conservare vicino alla spazzatura.

Una precisazione va fatta sulla data di scadenza dei prodotti. Quando leggiamo la scritta “da consumarsi entro”, tale dicitura è indicativa del fatto che il prodotto non dovrebbe essere consumato oltre quella data. Quando troviamo invece la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” stiamo leggendo il termine minimo di conservazione, che indica il termine oltre il quale l’alimento perde le sue proprietà. Potrebbe darsi, in quest’ultimo caso, che l’alimento rimanga inalterato oltre quella data, seppur aumenti il rischio di proliferazione batterica.

Pulire gli ambienti di stoccaggio

Quando torniamo a casa con la spesa in genere si cerca di riporre prima possibile gli alimenti nel corretto luogo di conservazione. Questo è un bene perché i surgelati o in generale tutto il cibo da refrigerare o congelare non dovrebbero subire forti cambiamenti di temperatura per lunghi periodi. Occorre però ricordare, in virtù dei suggerimenti dell’HACCP, che mantenere in ordine la dispensa o il frigo non equivale ad una corretta e sicura conservazione dei cibi. Se l’alimento non viene conservato in contenitori sigillati,potrebbe alterarsi e contaminare altri alimenti vicini. La fretta e la disattenzione in questi casi sono portatori di rischi: conseguenze negative come il proliferare di batteri e la contaminazione incrociata tra cibi di diversa natura.  Questo perchè le basse temperature di per sé non uccidono i batteri, ma semplicemente ne rallentano la proliferazione. Mettere un alimento in frigo non blocca questo processo, per cui igienizzare è indispensabile: come ogni superficie e ambiente, anche gli elettrodomestici necessitano di essere puliti, sia giornalmente in maniera più superficiale (facendo attenzione ad esempio all’acqua in eccesso) sia periodicamente (con una pulizia più profonda).

Per igienizzare è bene dotarsi di appositi disinfettanti oltre ai detergenti più comuni. Presso qualsiasi attività ristorativa, le pulizie degli ambienti vanno sempre effettuate con articoli professionali in grado di detergere e sanificare con efficacia superfici e pavimenti per gestire il rischio della contaminazione. In casa ovviamente si può essere meno rigidi, utilizzando dei prodotti acquistati anche al supermercato.


Fonte: periodicodaily.com



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Social, il blackout più lungo della storia: Facebook, Instagram e WhatsApp down da 14 ore

Mai così a lungo senza social. Il malfunzionamento di Facebook, Instagram e WhatsApp va avanti da l’altro ieri pomeriggio in molte parti del mondo: più di quattordici lunghissime ore in cui le applicazioni di Mark Zuckerberg non hanno smesso di dare problemi agli utenti che in massa si sono riversati su Twitter per segnalare i disservizi. Un blackout senza precedenti tanto che la Cnn ha definito l’interruzione “epica”. Al momento, a soffrirne è soprattutto l’Europa come è possibile vedere nelle mappe di DownDetector, servizio online che monitora la situazione in tempo reale.

C’è chi non riesce a pubblicare nuovi contenuti, chi ha problemi a caricare le foto, chi non vede la propria bacheca aggiornata, e chi non ha del tutto accesso alle reti sociali: le complicazioni riportate sono diverse. L’unico comune denominatore è, appunto, il tempo. Perché se è vero che non è la prima volta e i down si ripetono ciclicamente, è anche vero che solitamente Menlo Park risponde con grande celerità. In genere è questione di qualche ora al massimo. Non stavolta, però, visto che l’andamento singhiozzante è iniziato ieri pomeriggio intorno alle 16 ora italiana.

Lo spettro di un attacco informatico

Sulle possibili motivazioni, in rete circolano diverse teorie come quella che vorrebbe affibbiare la colpa agli hacker. In particolare a un attacco informatico di tipo DDoS. L’acronimo sta per distributed denial of service, traducibile in italiano come interruzione distribuita del servizio, e consiste nel tempestare di richieste un sito, fino a metterlo ko e renderlo irraggiungibile. Ma la compagnia di Mark Zuckerberg ha categoricamente smentito l’indiscrezione con un tweet pubblico: “Stiamo lavorando per risolvere il problema il più presto possibile, ma possiamo confermare che il disservizio non è legato a un attacco DDoS”, è il testo del cinguettio.

Anche gli esperti di sicurezza informatica interrogati da Wired Usa non hanno individuato alcun nesso tra blackout e hacker. “Non ci sono prove di alcun genere che portino a un attacco informatico”, ha detto alla rivista statunitense Troy Mursch, ricercatore di sicurezza informatica a capo di Bad Packets Report. In un post pubblicato ieri alle 18 sulla pagina Facebook degli sviluppatori, però, la compagnia è rimasta sul vago nel spiegare le ragioni tecniche del blackout, ipotizzando un disservizio relativo alle API, cioè le interfacce di programmazione delle applicazioni: in pratica, il problema potrebbe far sì che alcune richieste alle API abbiano bisogno di più tempo del previsto per essere esaudite o falliscano inaspettatamente.

L’integrazione tra le piattaforme

Impossibile, invece, dire se le complicazioni siano una diretta conseguenza dei lavori in corso a Menlo Park che lo scorso 6 marzo ha annunciato l’integrazione di Facebook, Instagram e WhatsApp in un ecosistema unico nel quale tutti potranno mandare i messaggi a tutti. Una svolta fatta in nome della privacy, a dire di Zuckerberg. Anche se l’immagine del papà di Facebook diventato improvvisamente paladino della privacy non convince e dietro l’ultima mossa è impossibile non vedere una precisa strategia commerciale. In primo luogo, quella di soddisfare gli utenti più giovani che ai post pubblici preferiscono sempre di più lo scambio di messaggi in privato: “Credo che il futuro della comunicazione si muoverà sempre di più su servizi criptati e privati con cui le persone possono essere più fiduciose che quello che si dicono resti sicuro e che il loro messaggi e contenuti non resteranno in circolazione per sempre”, si legge non a caso nel post che ha accompagnato il lancio della novità. L’obiettivo di lungo periodo potrebbe essere quello di creare una piattaforma autarchica in cui potremmo trovare tutto ciò che ci serve, dai messaggi agli acquisti online, e dalla quale non avremo più bisogno di uscire. Un po’ come succede già in Cina con WeChat e AliPay.

Due anni difficili per Zuckerberg

La lunga interruzione arriva dopo due anni difficili per Zuckerberg. Due anni di polemiche per la carenza di controlli sui contenuti e sulle attività fraudolente delle applicazioni sviluppate da terze parti che tramite Facebook venivano in possesso dei dati personali degli utenti, culminate poi nello scandalo Cambridge Analytica: società di consulenza politica che ha sfruttato gli account Facebook di 50 milioni di statunitensi per profilare gli elettori attraverso un algoritmo. Il blackout sembra l’ennesima batosta che potrebbe causare non pochi malumori tra gli investitori.


Fonte: repubblica.it



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Imporre anche a Pechino il regolamento europeo per proteggere i dati sul 5G

I dati personali degli italiani e degli europei sono oggi più protetti quando società americane – del web o dell’e-commerce – li trasferiscono negli Usa. Molto meno quando sono le aziende cinesi a spingerli lungo la via dell’Oriente. E questa discrepanza – che allarma il Garante della Privacy Antonello Soro – minaccia di aggravarsi, ora che le reti 5G faciliteranno il monitoraggio e la velocità di trasmissione dei dati.

Presidente Soro, siamo dunque “nudi” di fronte agli sguardi dei cinesi?

“Gli italiani e gli europei hanno vissuto le opportunità e i rischi dell’economia digitale con uno sguardo, direi, strabico”.

Ci siamo difesi dalle insidie americane, meno dai cinesi.

“Per anni i nostri riflettori sono stati puntati esclusivamente verso Occidente, dunque verso i giganti americani del web”.

Qualche risultato è arrivato.

“Abbiamo preteso una cornice giuridica a nostra tutela. UE e Usa hanno firmato così il trattato Safe Harbour del 2000”.

Il porto sicuro, già...

“Sicuro fino a quando la Corte di Giustizia dell’Ue, nel 2015, lo ha bollato come fragile nella difesa dei cittadini. È arrivato allora il Privacy Shield”.

Lo scudo della privacy.

“E dentro questa cornice si è inserito il Regolamento comunitario di protezione dei dati. Oggi questo solido Regolamento obbliga le imprese a un quadro cogente di regole quando operano in Europa, dunque quando trattano i dati dei cittadini europei”.

Non ci tutela verso i cinesi?

“La presenza cinese in Europa si è rafforzata moltissimo: nello sport, nel commercio elettronico, nelle tlc. Eppure i governi e le istituzioni europee non hanno spostato verso Oriente i riflettori a lungo puntati verso Occidente”.

Un bei regalo ai cinesi.

“Nella competizione con gli Usa per l’egemonia tecnologica, la Cina è in vantaggio. I cinesi sono di più, nessuna legge sulla privacy vige nel Paese, vantano una leadership nelle reti 5G che offrono al resto del mondo”.

Ad esempio con Huawei.

“La fragilità delle barriere UE regala ai cinesi un ulteriore vantaggio competitivo. E l’insieme di queste condizioni li rafforza in settori chiave come l’intelligenza artificiale. Li rende potenzialmente dominanti, sul piano economico e politico”.

Noi europei, in tutto questo?

“Rischiamo di essere terra di consumo e di conquista. A meno che non si metta in campo uno strumento straordinario come è il Regolamento UE. Se noi proteggeremo i nostri dati, con le persone proteggeremo anche l’economia comunitaria”.

Quali gli effetti concreti?

“Imporre come standard la regola europea significa ridurre lo svantaggio competitivo dell’UE verso Cina e Stati Uniti. E vuol dire riportare la competizione dentro un canale democratico, governato, trasparente”.

Vanno imposti ai cinesi trattati come quelli con gli Usa.

“I cinesi hanno bisogno come l’acqua dell’accesso al ricchissimo mercato comunitario dei dati. Non è diffìcile costringerli al negoziato. Canada, Giappone, Australia, Brasile adottano leggi in sintonia con il Regolamento UE perché necessitano dei facoltosi consumatori europei”.

Huawei è un problema?

“Come Garante non amo ricondurre i miei ragionamenti a singole imprese. Certo, le reti 5G rendono più veloce e flessibile il trasferimento dei dati. È rilevante poi che imprese cinesi siano in prima linea nel 5G. Ed è rilevante che il governo di Pechino possa accedere ai dati in possesso di almeno alcune aziende cinesi senza controllo alcuno”.

La guerra dei dazi tra Usa e Cina, in un simile scenario?

“Un approccio novecentesco. La vera sfida non si gioca chiudendo o meno un porto. Si gioca sui dati, senza i quali non esisterebbe l’economia digitale. L’UE, le autorità europee di garanzia, i governi nazionali – incluso il nostro – devono mobilitarsi con urgenza. Per proteggerci finalmente anche verso Oriente”.


Fonte: garanteprivacy.it



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Firmato dall’Italia il Protocollo emendativo della Convenzione 108 sulla protezione degli individui rispetto al trattamento automatizzato dei dati personali

E’ stato firmato ieri dall’Italia il Protocollo emendativo della Convenzione 108 sulla protezione degli individui rispetto al trattamento automatizzato dei dati personali. Il documento è stato sottoscritto dal Rappresentante permanente per l’Italia presso il Consiglio d’Europa, ambasciatore Michele Giacomelli, alla presenza del vice-segretario generale del Consiglio d’Europa Gabriella Battaini-Dragoni.

L’adozione del Protocollo segna la conclusione del processo di modernizzazione della Convenzione 108, ad oggi l’unico strumento sulla protezione dei dati vincolante a livello internazionale. La Convenzione modernizzata, detta anche “Convenzione 108+”, risponde alle molte sfide dettate dallo sviluppo delle nuove tecnologie e della globalizzazione, assicura la tenuta dei principi della Convenzione e ne rafforza i meccanismi di effettiva implementazione.

Come l’originaria Convenzione, il Protocollo garantisce standard elevati di protezione in una cornice normativa flessibile, che facilita l’adozione da parte di un ampio numero di Paesi, inclusi quelli che non fanno parte del Consiglio d’Europa e ai quali il Protocollo è aperto. Costituisce, inoltre, un punto di raccordo importante tra i diversi approcci regionali, incluso il Regolamento (UE) 2016/679, che colloca l’adesione da parte di Paesi terzi alla Convenzione 108 tra i criteri da considerare nella valutazione di adeguatezza di tali Paesi nel contesto dei trasferimenti di dati extra-Ue (considerando 105).

Molte le novità contenute nella nuova Convenzione: da una parte il rafforzamento degli obblighi del titolare tra cui il principio di accountability, una maggiore trasparenza nei trattamenti, la valutazione preventiva dei rischi del trattamento, i principi di privacy by design e by default, la notifica dei data breach. Dall’altra, l’ampliamento dei diritti degli interessati, compreso il diritto a non essere soggetto a decisioni puramente automatizzate e a conoscere la logica del trattamento.

Il Protocollo rafforza, inoltre, i compiti delle autorità di protezione dati e del Comitato della Convenzione, chiamato a svolgere un ruolo specifico nel processo di valutazione dell’effettivo rispetto dei principi della Convenzione, che deve essere assicurato dai Paesi che intendono aderire ad essa, nonché dei Paesi che, pur essendo già parti, saranno comunque sottoposti ad una verifica riguardo l’osservanza della Convenzione.


Fonte: tgcom24.mediaset.it



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Privacy: le regole sul trasferimento di dati UK-UE in caso di “Hard Brexit”

Il Comitato europeo per la protezione dei dati (Edpb), nel corso della settima sessione plenaria, ha adottato una nota informativa destinata alle aziende e alle autorità pubbliche sui trasferimenti di dati personali a norma del Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) in caso di Brexit senza accordo con l’Ue (“Hard Brexit”).

Nel documento approvato, il board dei Garanti europei, di cui è componente anche l’Autorità italiana, ha chiarito che in caso di “Hard Brexit” il Regno Unito diventerà un paese terzo dal 30 marzo 2019. Di conseguenza, il trasferimento di dati personali dal SEE (Spazio economico europeo) verso il Regno Unito dovrà basarsi su uno dei seguenti strumenti: clausole-tipo di protezione dei dati o clausole di protezione dei dati ad hoc, norme vincolanti d’impresa, codici di condotta e meccanismi di certificazione e strumenti specifici di trasferimento a disposizione delle autorità pubbliche. In assenza di clausole-tipo di protezione dei dati o di altre garanzie adeguate, si possono utilizzare alcune deroghe a determinate condizioni.

Per quanto riguarda i trasferimenti di dati dal Regno Unito al SEE, secondo il governo britannico l’attuale situazione, che prevede la libera circolazione dei dati personali dal Regno Unito al SEE, continuerà anche in caso di Brexit senza accordo con l’ Ue.

Un’apposita scheda informativa sulle procedure da adottare in caso di “Hard Brexit” è stata resa disponibile sia sul sito del Garante italiano, sia su quello del Comitato europeo.

Nel corso della plenaria, l’Edpb ha anche adottato delle Linee-guida in materia di codici di condotta, al fine di chiarire le procedure e le norme relative alla presentazione, all’approvazione e alla pubblicazione dei codici di condotta sia in Italia, sia negli altri Paesi europei.

Il Comitato ha inoltre espresso il suo primo parere su un accordo amministrativo per i trasferimenti di dati personali tra autorità di vigilanza finanziaria del SEE, tra cui l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) e le loro controparti extra-Ue.


Fonte: garanteprivacy.it



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Privacy: no all’accesso civico generalizzato su pratiche SCIA e CILA

Non è possibile accedere ai dati personali completi contenuti nei titoli abilitativi edilizi (SCIA e CILA) sulla base di una mera richiesta di accesso civico generalizzato. Lo ribadisce il Garante per la protezione dei dati personali nel parere fornito a un Comune dell’Emilia-Romagna in merito alla decisione di respingere parzialmente una richiesta di accesso civico alle Segnalazioni Certificate di Inizio Attività (SCIA) e alle Comunicazioni Inizio Attività Asseverata (CILA), presentata da una impresa privata.

La richiesta di copia completa delle pratiche edilizie era stata presentata una prima volta al Comune, che aveva però risposto fornendo solamente una sintesi con dati aggregati, depurati di quelli personali, al fine di non arrecare un possibile pregiudizio alla privacy delle persone interessate. L’impresa, supportata dal Difensore civico regionale dell’Emilia-Romagna, aveva contestato la decisione e chiesto il riesame della pratica. Il Garante privacy aveva invece sostenuto la correttezza della scelta dell’amministrazione cittadina. L’impresa aveva poi ripresentato la domanda, ma il Garante è nuovamente intervenuto sulla vicenda, anche al fine di evitare pericolosi precedenti che incoraggino possibili trattamenti illeciti di dati personali.

Nel proprio parere, l’Autorità ha innanzitutto chiarito che, diversamente da quanto indicato per altre pratiche edilizie, come i permessi a costruire, la normativa non prevede lo stesso regime di conoscibilità per la CILA e la SCIA, come per quelle utilizzate nel caso di opere di manutenzione straordinaria, di restauro o di risanamento conservativo.

Il Garante ha quindi sottolineato che la generale conoscenza delle informazioni riportate nelle SCIA e nelle CILA, considerando la quantità e qualità dei dati personali contenuti – come data e luogo di nascita, codici fiscali, residenza, e-mail, pec, numeri di telefono fisso e cellulare, documentazione tecnica sugli interventi – avrebbe potuto determinare un’interferenza ingiustificata e sproporzionata nei diritti e libertà dei soggetti controinteressati. Tutto ciò, in violazione anche del principio di minimizzazione previsto dal Regolamento europeo sulla privacy (Gdpr), con possibili ripercussioni negative sul piano relazionale, professionale, personale e sociale.

Nel corso dell’istruttoria, il Garante ha inoltre rilevato che l’impresa richiedente – che ha tra le sue attività quella di conduzione di campagne di marketing e web marketing, nonché la fornitura di servizi di gestione dei programmi di fidelizzazione e affiliazione commerciale – aveva presentato la stessa domanda in maniera sistematica, per più periodi, a diversi enti locali. L’accoglimento della richiesta di accesso civico avrebbe tra l’altro potuto esporre al pericolo di duplicazione di banche dati di soggetti pubblici da parte di soggetti privati, in assenza del consenso dei soggetti interessati o degli altri presupposti di liceità del trattamento.

L’Autorità, ha così confermato, anche alla luce della normativa e delle stesse linee guida Anac, la correttezza dell’operato del Comune, nel valutare l’esistenza di un possibile pregiudizio concreto alla protezione dei dati delle persone interessate – ad esempio i proprietari, gli usufruttuari e tecnici incaricati – e fornendo di conseguenza solo una sintesi delle pratiche richieste. Ha comunque rimarcato che tale decisione sull’ “accesso civico generalizzato” non impedisce di accedere ai documenti amministrativi completi a chi dimostri di avere un interesse qualificato.


Fonte: garanteprivacy.it



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Dati dei defunti: in Italia continuano a essere tutelati 

Le persone decedute continuano a godere delle tutele previste dalla disciplina in materia di protezione dei dati personali anche dopo l’applicazione del Gdpr.

Il principio è stato affermato dal Garante privacy nel parere reso ad una Azienda sanitaria nell’ambito del riesame di un provvedimento di rigetto, riguardante un accesso civico  ai dati sanitari di un paziente deceduto. La richiesta, relativa ad un caso di presunta malasanità, era stata rivolta all’azienda sanitaria da una persona che attraverso il cosiddetto “Foia” intendeva avere accesso agli atti di audit clinico e agli approfondimenti condotti dal risk manager. Una documentazione contenente informazioni particolarmente riservate (ricovero, sintomi, anamnesi, diagnosi, esami effettuati, alcuni particolarmente invasivi, terapia, farmaci somministrati, credo professato).

Prima di entrare nel merito della vicenda, il Garante ha rilevato che il Regolamento europeo sulla protezione dati, pur escludendo l’applicazione della normativa ai dati delle persone decedute, stabilisce, con una “clausola di salvaguardia”, la possibilità per gli Stati membri di prevedere norme che riguardano il trattamento dei dati personali delle persone decedute. Facoltà di cui si è avvalso il legislatore italiano con il d. lgs. n.101/2018, sancendo che i diritti relativi ai dati personali dei defunti possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato, in qualità di suo mandatario, o per ragioni familiari meritevoli di protezione. Da tale riconoscimento deriva quindi la logica conseguenza che ai dati delle persone decedute continuano ad applicarsi le tutele previste dalla disciplina sulla protezione dei dati.

Per quanto riguarda invece la richiesta di accesso alla documentazione sanitaria il Garante ha affermato che questo tipo di informazioni non sono accessibili con il Foia. Il Codice sulla protezione dei dati prevede infatti un espresso “divieto di diffusione” di dati relativi alla salute per cui è impossibile darne “conoscenza a soggetti indeterminati, in qualunque forma, anche mediante la loro messa a disposizione o consultazione”.

La vicenda esaminata rientra dunque in una delle ipotesi di esclusione dell’accesso civico previste dalla normativa sulla trasparenza, che prevede espressamente come l’accesso civico deve essere escluso nei “casi di divieto di accesso o divulgazione previsti dalla legge”.

Il Garante ha quindi concluso che l’Azienda sanitaria, pur con una motivazione sintetica, ha correttamente respinto l’istanza di accesso.


Fonte: garanteprivacy.it



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Lavoro: no a invio massivo di dati degli infermieri a Ordine professionale

Le strutture sanitarie non possono trasmettere in modo massivo i dati di tutto il loro personale infermieristico all’Ordine professionale di riferimento.

L’Ordine delle professioni infermieristiche, nello svolgimento degli specifici compiti istituzionali di vigilanza e disciplinari, può infatti trattare i dati di chi abbia richiesto l’iscrizione all’albo.

Deve essere il datore di lavoro ad accertare, all’atto dell’assunzione e nel corso del rapporto di lavoro, che un infermiere sia dotato dei requisiti necessari per prestare servizio e che sia iscritto all’apposito albo professionale.

Queste le indicazioni fornite dal Garante della privacy a un’azienda ospedaliera che chiedeva di poter trasmettere, pur non avendo un’apposita base normativa, i dati di tutto il suo personale infermieristico al relativo ordine professionale, il quale intendeva effettuare controlli sulle iscrizioni.

Nel presentare l’istanza al Garante, sia l’Ospedale sia l’Ordine delle professioni infermieristiche avevano rappresentato che tale comunicazione di dati personali fosse utile per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico, in quanto consentiva di verificare che tutti gli infermieri in servizio rispettassero i requisiti previsti dal decreto che, nel 2018, ha modificato la legge di Ricostituzione degli Ordini delle professioni sanitarie e per la disciplina dell’esercizio delle professioni stesse.

Nella sua risposta, però, il Garante ha evidenziato che l’attuale quadro normativo non attribuisce agli Ordini – pur dotati di specifici poteri disciplinari e di vigilanza – competenze per generalizzate attività di ricerca e raccolta di informazioni personali riferite al personale infermieristico. Spetta invece al datore di lavoro l’obbligo di effettuare le necessarie verifiche sul possesso dei particolari requisiti previsti per l’accesso a specifici impieghi, inclusa l’iscrizione del singolo professionista al relativo albo che, tra l’altro, è pubblico e reperibile anche on line.

L’Autorità ha quindi dichiarato che non sussistono i presupposti di liceità per la comunicazione generalizzata dei nominativi e della residenza degli infermieri impiegati dalle aziende sanitarie agli ordini territorialmente competenti. Tenendo conto del numero di quesiti pervenuti sul tema, ha inoltre trasmesso la decisione anche alla Federazione nazionale delle professioni infermieristiche al fine di darne ampia diffusione presso gli ordini provinciali e le altre istituzioni coinvolte.


Fonte: garanteprivacy.it



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Aziende in cerca di regole tra social, uso della rete e privacy

L’utilizzo degli strumenti tecnologici è in aumento esponenziale, si pensi al ricorso ormai costante a Pc, device mobile, alle app che geolocalizzano il lavoratore, all’uso della tecnologia biometrica per accedere ad aree aziendali riservate, o per l’autenticazione ai sistemi informativi. Tutti questi strumenti raccolgono, archiviano ed elaborano informazioni e dati personali, inclusi quelli dei dipendenti che li utilizzano; ciò solleva sempre più frequentemente, e non soltanto nel lavoro digitale, il tema dei controlli sul lavoratore e la tutela della riservatezza.

L’argomento è salito alla ribalta nelle scorse settimane quando la Cassazione ha confermato il licenziamento disciplinare di una segretaria che passava il proprio tempo lavorativo su Facebook, ma già ad aprile 2018 gli ermellini avevano dato l’ok all’espulsione dall’azienda di un dipendente che, sempre su Facebook, aveva denigrato il proprio datore con un post dai contenuti diffamatori. Alcune imprese hanno interdetto l’uso del cellulare se si guida un’auto aziendale, altre puntano sulla “moral suasion” o su codici comportamentali. In ballo c’è il bilanciamento tra l’interesse aziendale e la tutela della riservatezza del dipendente.

Nel 2015 una risposta è arrivata dalla riscrittura del’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori del 1970. La nuova normativa ha ridimensionato il ruolo delle autorizzazioni sindacali o amministrative, esentando le imprese dal richiederle per installare gli strumenti finalizzati a rendere il lavoro (l’autorizzazione rimane necessaria quando tali dati vengono acquisiti tramite controlli attivati a tutela del patrimonio aziendale o della sicurezza). Inoltre, è previsto che le informazioni acquisite tramite strumenti autorizzati o esentati sono utilizzabili anche a fini disciplinari, purché siano state acquisite nel rispetto della normativa privacy.

La distinzione, all’apparenza agevole, tra strumenti di lavoro e sistemi di controllo, evidenzia Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro all’università «Sapienza» di Roma, «ha generato dubbi indotti dalla resistenza a cogliere il carattere innovativo del dato normativo, e forse anche dalle suggestioni provocate dalle potenzialità di controllo insite negli strumenti di lavoro e dalla varietà delle funzioni in cui si articolano i sistemi informatici che rendono indistinguibili quelle focalizzate sul processo lavorativo e quelle di controllo». Di fronte a queste complessità c’è stato chi si è spinto ad operare una distinzione all’interno degli strumenti di lavoro in base alla necessità del loro impiego, come se fosse possibile sindacarne l’utilizzo.

Per non rischiare, spiega Sandro Mainardi, ordinario di diritto del Lavoro all’università di Bologna, «alcune aziende hanno rivisto i propri regolamenti, altre hanno intrapreso la strada dell’articolo 8 della legge Sacconi del 2011, optando per le intese “in deroga”. Altre ancora, stanno ricorrendo ai “controlli difensivi”, se c’è il fondato sospetto di illecito. Le interpretazioni restrittive del Garante privacy e le applicazioni pratiche difficili rispetto alla varietà della strumentazione di lavoro stanno spiazzando le imprese, quando piuttosto serve sensibilizzare i datori verso l’informativa ai propri dipendenti e policy interne sull’utilizzo degli strumenti tecnologici».

Il punto, che fa fatica a imporsi, è che l’articolo 4 ha introdotto «nuovi equilibri – sottolinea Maresca – valorizzando l’onere del datore di lavoro di informare preventivamente il dipendente sull’uso degli strumenti e sull’effettuazione dei controlli, connettendo la tutela lavoristica con quella in materia di riservatezza dei dati personali che però, avendo portata generale, non può sovrapporsi alla norma speciale (articolo 4) fino ad interdirne la funzionalità». «A me pare che la rapidità e la pervasività con cui le nuove tecnologie entrano nel lavoro impongano anche al legislatore un cambio di paradigma – aggiunge Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro, welfare, capitale umano di Confindustria-. Inutile limitarne l’introduzione, meglio concentrarsi su trasparenza e conoscenza. Essere correttamente informati e avere, quindi, piena consapevolezza delle potenzialità degli strumenti e delle nuove tecnologie, è ciò che davvero garantisce i lavoratori. Su queste basi è facile costruire il confine fra lecito e illecito».

Quindi come muoversi? «Non esiste una ricetta standard ma sicuramente ogni azienda, piccola o grande che sia, deve implementare un vero sistema di gestione dei dati efficace e funzionale – risponde Francesco Ferretti, ad di Si.Qu.Am, società di consulenza del gruppo Pc System -. Di questo sistema devono sicuramente far parte: la predisposizione di informative privacy trasparenti e comprensibili, l’assunzione di un regolamento interno che disciplini l’uso degli strumenti tecnologici utilizzati per lavoro e che approcci alla tematica in modo trasversale, l’adozione di procedure interne in primis quella da seguire in caso di incidenti di sicurezza».

Il corretto utilizzo degli strumenti tecnologici «è strategico perché ha impatti notevoli sull’organizzazione delle imprese – chiosa Stefano Passerini, responsabile dell’area sindacale di Assolombarda -. Basti pensare alle cosiddette black box, ovvero sistemi Gps che vengono installati sulle auto aziendali. Nel caso in cui i Gps costituiscono uno strumento di lavoro vero e proprio (ad esempio, i portavalori) non necessitano di autorizzazione o di accordo sindacale».


Fonte: ilsole24ore.com



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Sicurezza sul lavoro, controlli in Brianza. A Cesana multa di 35 mila euro

Un multa di ben 35 mila euro: è l’ammenda di carattere penale che è stata elevata nei confronti del titolare di un ristorante di Cesana Brianza per illeciti in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

L’Ispettorato del Lavoro ha effettuato i controlli nel locale insieme ai carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro dell’Arma dei Carabinieri.

Nei giorni scorsi i militari hanno affiancato gli ispettori del lavoro in altre verifiche sul territorio lecchese. In particolare multe per 9,2 mila euro e 3,8 mila euro nei confronti dei titolari di due attività, una pizzeria di Santa Maria Hoé e un distributore di benzina a Verderio, dove è stata scoperta la presenza di lavoratori in nero.


Fonte: erbanotizie.com



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Tutti i problemi della nuova privacy di Booking che hai accettato

Alla fine di gennaio Booking ha avvertito i suoi clienti di aver aggiornato le linee guida sulla privacy in Europa. Una mail che viene spontaneo chiudere dopo le prime righe, benché il documento (24 pagine in pdf) sia scritto in un inglese piano e colloquiale. Tuttavia, arrivando in fondo e incrociando commi e definizioni, le condizioni sul trattamento dei dati personali riservano qualche sorpresa.

Perché le informazioni possono essere usate non solo per completare e gestire le prenotazioni che un cliente effettua, per esempio spedendo nome, cognome, indirizzo mail e carta di credito all’albergo scelto, ma anchecondivise con fornitori esterni, social network e altre aziende della galassia di Booking. Senza, però, un consenso ad hoc.

La sede europea potrà “condividere informazioni tra i marchi di Booking holdings”, la multinazionale americana che controlla l’omonimo sito e altri cinque portali per prenotare voli, viaggi, ristoranti o noleggiare auto: Kayak, Priceline, Agoda, Rentalcars e Opentable. Basta aver ricevuto l’informativa, se si è già iscritti, per essere soggetti alla nuova politica sui dati. “Svariate piattaforme, un solo documento sulla privacy”, rivendica il sito.

Tuttavia, secondo alcuni avvocati ed esperti del settore consultati da Wired, Booking non rispetterebbe alcune norme del regolamento europeo sui dati personali (Gdpr), benché l’azienda rivendichi il contrario.

L’uso delle informazioni

Riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’informativa.

La scambio di dati, si legge, serve innanzitutto a completare una prenotazione, che è lo “scopo primario” per cui si usa il sito di Booking. Informazioni base, come nome, cognome e indirizzo email, e quelle relative a strumenti di pagamento, dati di altri viaggiatori, recensioni, allergie alimentari o bisogni legati alla mobilità, vengono condivise con i diretti interessati. Ossia i fornitori del servizio (i trip provider), come hotel e case vacanze.

Nella privacy policy si legge che Booking si riserva il diritto di usare questi dati anche per altri scopi. Per “migliorare i servizi”, “sviluppare nuovi marchi”, o per “ricerche di mercato”, con partner pubblicitari e di affari, che “distribuiscono o promuovono i servizi” della piattaforma. O ancora, con le altre società della galassia Booking. Quindi con aziende che non sempre sono direttamente coinvolte nella prenotazione del viaggio dell’utente.

Sono previsti “anche i trasferimenti oltre mare di dati personali verso paesi le cui leggi sulla protezione delle informazioni non sono complete come quelle dei paesi all’interno dell’Unione europea”. La holding ha sede a Norwalk, Connecticut. Ha chiuso il terzo trimestre del 2018 con 4,8 miliardi di dollari di fatturato. E nel 2017 (ultimo bilancio annuale disponibile) ha maturato ricavi per 12,6 miliardi. La sola Booking conta oltre 1,5 milioni di immobili online.

Infine, i dati possono essere arricchiti con quelli che un utente condivide sui social network, se connette i due mondi, o da fonti esterne. “Significa che quando tu clicchi su un bottone (come quello di “mi piace” su Facebook) alcune informazioni sono condivise con questi social network”, si legge nel documento sulla privacy.

Facebook è un fan di questa formula di condivisione. Nei carteggi con i manager di alcune app (non con Booking), sequestrati dalla commissione digitale del parlamento della Gran Bretagna, il papà del social network, Mark Zuckerberg, perora i vantaggi del reciproco scambio di dati.

Punti opachi

Ma l’informativa rispetta il GdprWired ha raccolto le osservazioni di tre avvocati esperti in privacy e di fonti vicine alle autorità di controllo, che hanno chiesto di rimanere anonimi per contribuire a questo articolo. La tesi comune è che ci siano alcuni passaggi opachi nel documento. Anche se, è bene precisare, al momento dell’uscita di questo articolo non risultano a Wired contestazioni ufficiali alla piattaforma.

Il primo nodo riguarda la condivisione dei dati con le altre aziende del gruppo, che svolgono attività diverse. “Incrociando le definizioni e le clausole, emerge che Booking afferma di condividere i dati con società che non sono direttamente coinvolte nella prenotazione del viaggio”, afferma un legale. Quindi non per lo scopo primario per cui un utente ricorre al sito.

Ciascuna azienda ha la sua privacy policy, quindi il consenso andrebbe raccolto di volta in volta. “Quando i soggetti mettono insieme due reti, il valore dei dati si moltiplica. Questa di Booking è un’estensione in modo unilaterale”, osserva un’altra fonte. Per uno dei legali il regolamento di Booking ricorda le contestazioni a Google e l’altolà a Facebook da parte di due garanti della privacy in Europa.

Nello specifico, l’autorità francese, il Cnil, ha inflitto una multa da 50 milioni di euro a Google, per aver raccolto, tra le altre cose, dati combinati per una serie di servizi erogati dalle piattaforme del gruppo, da Maps a YouTube, e di non aver separato i consensi informati a seconda degli scopi di trattamento delle informazioni.

Allo stesso modo il garante irlandese ha messo sul chi va là Facebook dopo la notizia di un piano per integrare i sistemi di Whatsapp e Instagram. Un progetto che avrebbe riflessi anche sul trattamento dei dati personali, tanto che Dublino ha subito avvertito che vigilerà perché sia rispettato il regolamento europeo sui dati personali.

Un’altra incongruenza, secondo uno degli avvocati, riguarda le funzioni di titolare e responsabile dei dati. Sono due figure diverse, riconosciute dal Gdpr. La prima, in inglese data controller, indica chi decide modalità e fini del trattamento delle informazioni. La seconda, il data processor, chi elabora i dati per conto del titolare.

Nell’informativa di Booking i ruoli non sono ben distinti. Si spiega che la filiale olandese è “responsabile del trattamento”. Ma, a questo punto, manca il titolare. Che, stando alle regolamento europeo, deve essere nominato in modo chiaro. Ed essere rappresentato da un’azienda del vecchio continente, se ha la testa in territori extra-Ue.

Infine, iscrivendosi al sito, uno dei legali ha riscontrato che occorre dare l’assenso alla privacy policy in blocco, senza una separazione del consenso per le attività strettamente legate alle prenotazioni su Booking da quello per le finalità di marketing. Né può scegliere chi è già scritto, se non chiudendo l’account sul sito. Vige la regola dell’opt-out: se non ti sta bene, esci. Una prassi molto diffusa tra le piattaforme digitali. Infine, per uno dei legali il ricorso a numerosi link esterni e rimandi genera una “bulimia informativa”.

La replica

A una richiesta di Wired, l’azienda ha precisato di “non vendere o affittare i dati personali” dei clienti e di condividerli con aziende “varie sulla base di molti fattori, tra i quali le leggi locali”, ribandendo di rispettare il Gdpr e, più in generale, “le leggi applicabili”.

L’azienda ha anche dichiarato che qualsiasi “potenziale condivisione dei dati dei clienti tra società sorelle sarebbe in accodo con le leggi applicabili e da intesa solo per aiutare a creare migliori esperienze per il cliente”. Wired ha chiesto anche se, dopo l’entrata in vigore del Gdpr, quanti reclami abbia ricevuto Booking dai clienti. La piattaforma non ha fornito un dato preciso, ma ha spiegato che “non ha osservato rilevanti tendenze di incremento


Fonte: wired.it



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Reddito di cittadinanza: fuori ora il modulo ufficiale!

Il modulo ufficiale del Reddito di cittadinanza è stato divulgato oggi, giovedì 28 Febbraio, ed è già scaricabile dal sito dell’INPS

Il Reddito di cittadinanza, misura introdotta dal governo per impedire ai cittadini una vita al di sotto della soglia di povertà, è ormai alle porte. È stato divulgato, in queste ore, il modulo ufficiale per presentare la domanda. Esso è già scaricabile dal sito dell’INPS. Ad ogni modo, sarà possibile effettuare la richiesta solo a partire dal 6 marzo.

L’iter per accedere al modulo

Connettendosi al sito dell’INPS, è possibile trovare il modulo nella sezione “Prestazione e servizi“. Esso è composto da 9 pagine: 4 di specifica dei requisiti e 5 di compilazione dati. È presente, inoltre, una distinzione tra “Reddito di cittadinanza” e “Pensione di cittadinanza”. Quest’ultima è riferita ai nuclei familiari composti da una o più persone di età pari o superiore ai 67 anni.

Presentazione della domanda

Il Reddito di cittadinanza (scaricabile già da oggi) potrà essere presentato a partire dal 6 marzo, in 2 modi: per via cartacea, dopo il quinto giorno di ciascun mese, portandolo agli uffici postali (dove l’operatore provvederà a inserirlo nel portale del ministero del Lavoro) o ai CAF (Centri di Assistenza Fiscale).

Inviandolo on line, andando sul sito ufficiale del Reddito di cittadinanza, a cui si accede tramite SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale).

Lo SPID, è ottenibile tramite i 9 siti “identity provider”: Aruba, InfoCert, Intesa, Lepida, Namirial, Poste, Sielte, Register.it, Tim. I requisiti richiesti sono: documento d’identità valido (carta d’identità ecc); tessera sanitaria con codice fiscale; indirizzo email e numero di cellulare; l’aver compiuto 18 anni.

 In ogni caso, prima di inviare la domanda per il Reddito di cittadinanza, bisogna presentare, tramite CAF o on line, la DSU (Dichiarazione Sostituiva Unica) per l’ISEE.

Approvazione del Reddito

Una volta inviato il modulo, questo verrà spedito all’INPS entro 10 giorni lavorativi. L’INPS provvederà nei 5 giorni successivi a ultimare la verifica dei dati, confrontandoli con quelli presenti nei propri archivi e in quelli degli enti affini.

In caso di esito positivo, sarà inviata una mail o un sms al diretto interessato, per confermargli il risultato e la pronta erogazione del beneficio. Questo sarà accreditato sulla Card ufficiale del reddito di cittadinanza, emessa attualmente da Poste Italiane.


Fonte: psbprivacyesicurezza.it



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Manipolazione e uso di chemicals: una check list per la verifica di conformità

Con l’intensificazione dei controlli delle SDS presso le aziende da parte degli organi di vigilanza, l’UE evidenzia ancora una volta l’importanza di tali documenti ai fini della prevenzione e protezione dei lavoratori. L’articolo di R.Montali “Manipolazione ed uso dei chemicals in sicurezza: una check list per la verifica di conformità”, pubblicato su Ambiente&Sicurezza sul lavoro n.1/2019, fornisce un semplice e rapido strumento per il controllo della conformità di questi documenti, al fine di garantire il rispetto delle norme di settore.

Il Regolamento REACH, come peraltro tutte le norme in materia di sicurezza nell’uso e nella manipolazione di chemicals pericolosi, indicano nella diffusione delle informazioni lungo la catena di approvvigionamento – messe in atto attraverso le Schede di Dati di Sicurezza (SDS) – uno dei sistemi ottimali per la minimizzazione del rischio di incidenti.
La SDS costituisce da sempre uno dei più importanti strumenti di prevenzione rivolti alle realtà in cui si utilizzano, o sono depositati (o stoccati) prodotti chimici e rappresenta anche il primo veicolo di informazioni da utilizzare per la valutazione del rischio chimico, a salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori.

L’Agenzia Europea delle Sostanze chimiche (ECHA) intende favorire, anche in accordo al principio di precauzione, l’uso in sicurezza dei chemicals durante tutto il loro ciclo di vita, dalla immissione sul mercato allo smaltimento come rifiuto. Le etichette di pericolo, ma in primis le SDS, costituiscono uno dei pilastri a disposizione di datori di lavoro, lavoratori e grande pubblico per garantire la sicurezza nell’utilizzo di tali sostanze. Per il raggiungimento dell’obiettivo tuttavia, si rende necessaria una redazione corretta, aggiornata, chiara e semplice delle SDS.

L’articolo fornisce un semplice e rapido strumento per il controllo della conformità e dell’esaustività di questi documenti, al fine di garantire il rispetto delle norme di settore.


Fonte: www.insic.it



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Cambridge Analytica: conclusa l’istruttoria, il Garante privacy prepara sanzioni

Il Garante per la privacy ha concluso l’istruttoria avviata nei confronti di Facebook per il “caso Cambridge Analytica”.
Al termine delle verifiche effettuate è risultato che i dati dei cittadini italiani acquisiti tramite l’App “Thisisyourdigitalife” (il test della personalità ideato per raccogliere le informazioni personali oggetto di profilazione), benché non siano stati trasmessi a Cambridge Analytica, sono stati comunque trattati in modo illecito, in assenza di idonea informativa e di uno specifico consenso. Pertanto il Garante ne ha vietato l’ulteriore trattamento e si è riservato di avviare un separato procedimento sanzionatorio.

Nel corso della medesima istruttoria è inoltre emerso uno specifico trattamento di dati personali dei cittadini italiani acquisiti in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, mediante un prodotto, denominato “Candidati”, installato sulla piattaforma del social network. Tale prodotto consentiva agli elettori che fornivano il proprio indirizzo postale di avere informazioni sui candidati della propria circoscrizione elettorale e sui loro programmi. Facebook, pur affermando di non registrare informazioni su come gli utenti si fossero orientati su tali profili, conservava i file di log delle loro azioni per un periodo di 90 giorni, per poi estrarne “matrici aggregate” non meglio definite. Inoltre, nel giorno delle elezioni appariva sul newsfeed degli utenti di Facebook un messaggio che sollecitava la condivisione dell’essersi o meno recati al voto e ad esprimere opinioni sull’importanza dello stesso.

Il Garante ha rilevato che queste due funzioni di Facebook, specificamente concepite e rivolte ai cittadini italiani in prossimità delle elezioni, non sono previste tra le finalità indicate nella “data policy” della piattaforma.

I dati personali possono essere raccolti per finalità determinate ed esplicite e successivamente trattati in modo compatibile con tali finalità. A maggior ragione le finalità del relativo trattamento devono essere descritte con estrema precisione quando vengono raccolti dati sensibili, come quelli potenzialmente idonei a rivelare opinioni politiche, in modo tale da consentire agli utenti di esprimere il proprio consenso libero e informato. E dati “sensibili” sono ad esempio le informazioni sull’essersi recati o meno alle urne o le dichiarazioni a favore del voto (rimaste visibili sulla piattaforma anche se, secondo quanto sostenuto da Facebook, non monitorate).

A conclusione dell’istruttoria, il Garante ha dunque ritenuto illegittimo il trattamento di dati realizzato da Facebook  in quanto basato su un generico consenso reso dall’utente al momento della registrazione alla piattaforma dopo la lettura di una informativa del tutto inidonea.

Per tali ragioni, ha vietato a Facebook il trattamento di ogni eventuale dato raccolto mediante tali modalità e delle valutazioni espresse dagli utenti a seguito del messaggio che sollecitava la condivisione.

Anche per tale fattispecie l’Autorità si è riservata la contestazione di sanzioni amministrative per gli illeciti trattamenti di dati riscontrati.

Il provvedimento è stato trasmesso all’Autorità di protezione dati dell’Irlanda, Paese dove è insediato lo stabilimento principale di Facebook in Europa, per le valutazioni di competenza, in cooperazione con il Garante italiano.


Fonte: garanteprivacy.it