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Il processo della valutazione dei rischi nelle cantine vinicole

Un documento sulla gestione dei rischi nelle cantine vinicole riporta precise indicazioni sul processo di valutazione dei rischi con particolare riferimento ai rischi relativi agli ambienti a sospetto di inquinamento o confinati.

Uno degli obblighi del datore di lavoro non delegabili, come indicato all’articolo 17 del D.Lgs. 81/2008, è la ‘valutazione di tutti i rischi con la conseguente elaborazione del documento previsto dall’articolo 28’.

Nella valutazione il datore di lavoro deve dunque tener conto “di tutte le circostanze in cui i lavoratori possono trovarsi ad operare”. Ad esempio l’analisi dei rischi “deve riguardare le caratteristiche dei luoghi e delle attrezzature, la durata delle varie fasi operative e delle possibili variazioni dei livelli di rischio nel corso dell’attività svolta in condizioni di lavoro sia routinarie che al di fuori dell’ordinarietà”.

A soffermarsi con queste parole sul tema della valutazione dei rischi, con particolare riferimento alle cantine vinicole e agli ambienti sospetti di inquinamento o confinati presenti, è il documento “ Lavoro in spazi confinati nelle cantine vinicole. Indicazioni operative per la gestione dei rischi”, prodotto dall’ ATS Pavia e a cura di Gioia De Paschale, Antonio Bordati, Cristina Gremita (ATS Pavia) e Adriano Bacchetta (European Interdisciplinary Applied Research Center for Safety – Parma).

Il processo di valutazione dei rischi

Con riferimento ai luoghi di lavoro nelle cantine vitivinicole si indica che “dovranno essere valutate, ad esempio, le caratteristiche relative a pavimentazione ed aerazione, nonché i volumi degli ambienti; per i rischi derivanti dall’uso di attrezzature ed impianti dovrà essere accertata l’assenza di pericolo di contatto con organi in movimento o che possono essere accidentalmente rimessi in moto”.

Dovrà poi essere considerato il rischio chimico, “da intendersi quale rischio infortunistico, oltre che tecnopatico, correlato sia all’impiego di prodotti durante le pratiche di cantine, sia allo sviluppo di gas e vapori pericolosi nel varie fasi di trasformazione delle uve”.

Altre fonti di rischio sono costituite, inoltre, “da silice, anidride solforosa, prodotti sanificanti e detergenti. Il datore di lavoro dovrà prendere in considerazione, in particolare, le loro proprietà pericolose, il livello, il modo e la durata dell’esposizione, le circostanze in cui viene svolto il lavoro in presenza di tali agenti”. E si dovrà tenere conto anche “della formazione dei lavoratori e delle differenze di genere, età e provenienza”.

Chiaramente attraverso la valutazione dei rischi dovranno poi “essere attuate le misure finalizzate all’eliminazione/contenimento dei rischi individuati e dovrà essere prodotto il documento di cui all’art. 17 del D.lgs. 81/08”.

Senza dimenticare che ogni variazione di rischio “dovrà comportare l’aggiornamento della valutazione”. E per le attrezzature ed impianti che lo prevedono, “dovranno essere presenti documenti attestanti il permanere dei requisiti di sicurezza (verbali di verifiche periodiche oltre che le certificazioni di conformità”.

La documentazione da tenere in azienda

Il documento si sofferma anche sulla documentazione da tenere in azienda a disposizione degli organi di controllo:

  • nomine: RSPP, medico competente, addetti emergenza
  • Certificati di idoneità alla mansione
  • Documento di valutazione dei rischi
  • Attestati di formazione/aggiornamento
  • Procedure di emergenza
  • Schede tecniche dei DPI
  • Schede di sicurezza dei prodotti chimici
  • Certificati di conformità e verbali di omologazone/verifica di impianti e attrezzature
  • Manuali di istruzione e uso attrezzature CE

La valutazione per gli ambienti a sospetto di inquinamento o confinati

Riguardo poi alla valutazione relativa ai rischi correlati agli ambienti a sospetto di inquinamento o confinati, il documento indica che in primo luogo “occorre verificare se esistono valide soluzioni individuate sulla base del principio generale di riduzione del rischio alla fonte ed in relazione al progresso tecnologico, quali misure alternative rispetto all’introduzione di un lavoratore all’interno di un ambiente confinato o sospetto di inquinamento”.

E in caso di necessità di accesso, “tale evenienza deve essere motivata con esplicitazione all’interno del Documento di valutazione dei rischi”.

Nell’ipotesi poi che non siano realizzabili misure alternative e risulti quindi impossibile evitare le attività dei lavoratori all’interno di questi ambienti confinati o a rischio di inquinamento, “dovrà essere effettuata un’analisi approfondita di tutti luoghi, attività, potenziali pericoli e relativi fattori di rischio; in particolare:

  • individuazione dei luoghi sospetti di inquinamento o confinati
  • tipologia delle operazioni e loro durata;
  • tipologia delle attrezzature usate per la specifica attività;
  • quota e caratteristiche dell’ambiente confinato;
  • necessità di ventilazione forzata;
  • accessibilità e caratteristiche dei passaggi utilizzati per accedere ai luoghi confinati;
  • conformazioni e dimensioni dei passi d’uomo e comunque di tutti i possibili accessi;
  • requisiti strutturali che rendono particolarmente difficoltoso il soccorso ed il recupero di un soggetto infortunatosi all’interno;
  • identificazione dei punti di controllo/isolamento impianti;
  • condizioni microclimatiche, con particolare riferimento ai valori di temperatura ed umidità;
  • condizioni determinanti affaticamento fisico e conseguente necessità di pause;
  • eventuale difficoltà nelle comunicazioni tra operatori e con il sistema di soccorso esterno”.

Si sottolinea poi che nel processo di valutazione è necessario dedicare particolare attenzione “all’eventuale presenza di gas quali anidride carbonica, azoto, argon e relativo rischio di asfissia”.

Riportiamo dal documento uno schema relativo allo sviluppo di anidride carbonica e all’utilizzo di gas tecnici in cantina:

L’esposizione ad agenti chimici pericolosi durante il lavoro negli ambienti confinati delle cantine, “può determinare un rischio non basso per la sicurezza”, in questo caso “dovranno essere adottate tutte le misure preventive e protettive previste dal titolo IX capo 1 del D.lgs 81/08 – Protezione da agenti chimici”.

Infatti l’articolo 224 (Misure e principi generali per la prevenzione dei rischi) prevede al comma 2 che se i risultati della valutazione dei rischi ‘dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni’ degli articoli 225 (Misure specifiche di protezione e di prevenzione), 226 (Disposizioni in caso di incidenti o di emergenze), 229 (Sorveglianza sanitaria), 230 (Cartelle sanitarie e di rischio).

Concludiamo rimandando ad una lettura integrale del documento dell’ATS Pavia che riporta specifiche indicazioni sui rischi da esposizione a gas e vapori, con particolare riferimento a:

  • rischio di asfissia
  • Anidride Carbonica
  • Azoto
  • Argon
  • Anidride solforosa
  • Alcool etilico.

https://www.puntosicuro.it/_resources/2015_2016_Lavori_spazi_confinati_cantine_vinicole_ATS_Pavia_6.pdf


Fonte:puntosicuro.it



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Sulle responsabilità di un coordinatore per la folgorazione di un operaio

Un operaio rimane folgorato per contatto con il cavo mono-fase di servizio ad illuminazione privata di una chiesa. La responsabilità del coordinatore. Il commento alla sentenza della Cassazione n. 27187 del 19 giugno 2019.

1. Fatto

La Corte di appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato le attenuanti generiche prevalenti e ha ridotto la pena a mesi 9 di reclusione, confermando la condanna di A.DB. per il reato di cui agli artt. 40, 113, 589, primo e secondo comma, cod.pen., perché, in cooperazione colposa con altri, nella veste di coordinatore per la progettazione ed esecuzione dei lavori, per colpa consistita nel non aver verificato con le opportune azioni di coordinamento e controllo l’applicazione da parte delle imprese esecutrici delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e coordinamento relative alla presenza di linee elettriche in cantiere e al rischio di elettrocuzione e per non aver verificato l’idoneità del piano di sicurezza operativo, non impediva la morte di L.DF., dipendente della Edil Group di C.F., che restava folgorato per contatto – elettrocuzione con il cavo mono-fase di servizio ad illuminazione privata della chiesa, dove si stavano svolgendo i lavori – 26 settembre 2014.

2. Diritto

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte “per pacifica giurisprudenza in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per l’esecuzione dei lavori ha ad oggetto esclusivamente il rischio c.d. generico, relativo alle fonti di pericolo riconducibili all’ambiente di lavoro, al modo in cui sono organizzate le attività, alle procedure lavorative ed alla convergenza in esso di più imprese; ne consegue che il coordinatore non risponde degli eventi riconducibili al c.d. rischio specifico, proprio dell’attività dell’impresa appaltatrice o del singolo lavoratore autonomo” (da ultimo v. Cass. n. 3288 del 27/09/2016, dep. 2017, Bellotti e altro, Rv. 269046)”.

E ancora: “[…] la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per la sicurezza dei lavori ha ad oggetto esclusivamente il rischio per l’ipotesi in cui i lavori contemplino l’opera, anche non in concomitanza, di più imprese o lavoratori autonomi le cui attività siano suscettibili di sovrapposizione od interferenza, e non il sovrintendere, momento per momento, alla corretta applicazione delle prescrizioni e delle metodiche risultanti dal piano operativo di sicurezza” (Cass. n. 34869 del 12/04/2017, Leone, Rv. 270756)” fatto salvo il dovere di “sospendere, in caso di pericolo grave ed imminente, le singole lavorazioni” ( Cass. n. 36510 del 1/09/2014).

In tal senso la giurisprudenza costante di legittimità sottolinea che «in tema di infortuni sul lavoro, il coordinatore per l’esecuzione dei lavori, oltre ai compiti che gli sono affidati dall’art. 5 del D.Lgs. n. 494 del 1996, ha una autonoma funzione di alta vigilanza circa la generale configurazione delle lavorazioni che comportino rischio interferenziale, ma non è tenuto anche ad un puntuale controllo, momento per momento, delle singole attività lavorative, che è invece demandato ad altre figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto), salvo l’obbligo, previsto dall’art. 92, lett. f), delD.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, di adeguare il piano di sicurezza in relazione alla evoluzione dei lavori e di sospendere, in caso di pericolo grave e imminente direttamente riscontrato, le singole lavorazioni fino alla verifica degli avvenuti adeguamenti da parte delle imprese interessate» (Sez. 4, n. 27165 del 24/05/2016, Battisti, Rv. 267735).

In particolare «in materia di infortuni sul lavoro, il coordinatore per l’esecuzione dei lavori ex art. 92 D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, oltre ad assicurare il collegamento fra impresa appaltatrice e committente al fine di realizzare la migliore organizzazione, ha il compito di vigilare sulla corretta osservanza delle prescrizioni del piano di sicurezza da parte delle stesse e sulla scrupolosa applicazione delle procedure a garanzia dell’incolumità dei lavoratori nonché di adeguare il piano di sicurezza in relazione alla evoluzione dei lavori, con conseguente obbligo di sospendere, in caso di pericolo grave e imminente, le singole lavorazioni. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto corretta la condanna pronunciata nei confronti dei coordinatori per la sicurezza che nel corso dell’avvicendamento tra due imprese, mentre erano in corso lavori in quota, avevano omesso per alcuni giorni di vigilare sulla corretta osservanza delle prescrizioni dei piani di sicurezza, causando lesioni personali ad un lavoratore)» (Sez. 4, n.47834 del 26/04/2016, Prette e altri, Rv. 268255).

La configurazione complessiva del cantiere è compito dal lato sicurezza del coordinatore, mentre il datore di lavoro deve organizzare la quotidiana vigilanza sui propri lavoratori: «in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza, che grava sul coordinatore per la sicurezza dei lavori, ha ad oggetto quegli eventi riconducibili alla configurazione complessiva, di base, della lavorazione e non anche gli eventi contingenti, scaturiti estemporaneamente dallo sviluppo dei lavori medesimi e, come tali, affidati al controllo del datore di lavoro e del suo preposto (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la responsabilità del coordinatore per la sicurezza in relazione al crollo di un’impalcatura)» (Sez. 4, n.46991 del 12/11/2015, Porterà e altri, Rv. 265661).

La sentenza che si commenta si muove lungo questo solco giurisprudenziale di legittimità, e ribadisce con forza che: “in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per la sicurezza dei lavori ha ad oggetto il rischio per l’ipotesi in cui i lavori contemplino l’opera, anche non in concomitanza, di più imprese o lavoratori autonomi le cui attività siano suscettibili di sovrapposizione od interferenza (Sez. 4, n.34869 del 12/04/2017 ud. – dep. 17/07/2017) e che la condotta contestata e accertata è riconducibile alla funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore, riferita anche sul rischio che deriva dall’interferenza delle imprese con un determinato luogo di lavoro”.

Nel caso di specie il giudice d’appello, in ciò successivamente confortato dalla Cassazione, ha ritenuto che sia ascrivibile al coordinatore l’infortunio “in cooperazione colposa con altri”. Infatti nella veste di coordinatore per la progettazione ed esecuzione dei lavori – come già indicato nelle parte iniziale di questo commento – “per colpa consistita nel non aver verificato con le opportune azioni di coordinamento e controllo l’applicazione da parte delle imprese esecutrici delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e coordinamento relative alla presenza di linee elettriche in cantiere e al rischio di elettrocuzione e per non aver verificato l’idoneità del piano di sicurezza operativo, non impediva la morte di L.DF., dipendente della Edil Group di C.F., che restava folgorato per contatto – elettrocuzione con il cavo mono-fase di servizio ad illuminazione privata della chiesa, dove si stavano svolgendo i lavori”.

Il giudice di appello ha sottolineato che “il ponteggio non era protetto dalla rete nel lato interno dove passava tangenziale la linea elettrica fino all’attacco sulla parete dell’edificio e verso la quale, ragionevolmente, il L.DF., che ragionevolmente stava trasportando un cavo arrotolato elettrico, poi trovato sul terreno in corrispondenza, si era sporto per motivi che costituiscono oggetto di ipotesi” e che “è certo che il L.DF. non ha cercato di aggirare la rete di protezione dato che in quel tratto di ponteggio non era stata allestita”.

Infine un altro punto di notevole interesse della sentenza – che si allega al commento – è che il giudice che ha condannato il coordinatore si è, peraltro del tutto legittimamente, discostato dalle valutazioni espresse dai tecnici ASL dello Spisal e dal consulente del Pubblico Ministero, utilizzando principi di comune esperienza: “in tema di istruzione dibattimentale, quando per la ricostruzione della eziologia dell’evento sia necessario svolgere indagini od acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, il giudice non può prescindere dall’apporto della perizia per avvalersi direttamente di proprie, personali, specifiche competenze scientifiche e tecniche, perché l’impiego della scienza privata costituisce una violazione del principio del contraddittorio nell’iter” di acquisizione della prova e del diritto delle parti di vedere applicato un metodo scientifico e di interloquire sulla validità dello stesso (Sez. 4, n. 54795 del 13/07/2017 ud. – dep. 06/12/2017, Rv. 271668 – 01).Tuttavia, nel caso di specie, la Corte [d’appello] si è discostata dalle ipotesi formulate dei tecnici della Spisal e del consulente della pubblica accusa non sulla base di cognizioni tecniche specialistiche, ma semplicemente sulla base dell’esame dei luoghi e degli elementi di fatto a loro disposizione, pervenendo a conclusioni diverse del tutto legittime alla luce del principio del libero convincimento, fondate sull’analisi di tutti gli elementi probatori raccolti”.

https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/rubriche-C-98/sentenze-commentate-C-103/sulle-responsabilita-di-un-coordinatore-per-la-folgorazione-di-un-operaio-AR-19321/


Fonte: puntosicuro.it



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Ci sono differenze di genere nel riconoscimento di infortuni e malattie?

Se la prima legge italiana sul lavoro delle donne (Regio Decreto 242/1902) fu promulgata nei primi anni del secolo scorso attraverso l’impegno di un movimento femminile “che spese molte delle sue energie per migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche riempite di bambine e di donne sottopagate”, sono diversi gli esempi, in Italia come tra le nostre immigrate negli Stati Uniti d’America, delle gravi carenze che hanno contrassegnato il Novecento in materia di sicurezza sul L’esposizione femminile a stress, violenze e stalking.

Per ricordarne alcuni possiamo fare riferimento ad un intervento raccolto nel volume “ Sicurezza accessibile. La sicurezza sul lavoro in una prospettiva di genere” curato da Giorgio Sclip ( Università degli Studi di Trieste) ed edito da EUT Edizioni Università di Trieste. Un volume che contiene i contributi del seminario di studi “ La sicurezza sul lavoro in una prospettiva di genere. Uomini e donne sono uguali?”, che si è tenuto l’8 marzo 2018 a Trieste.

Nell’intervento “Ineguaglianze nel riconoscimento delle malattie professionali e negli infortuni in itinere delle donne”, a cura di Silvana Salerno (ricercatrice dell’Enea), si mostra come la storia dell’insicurezza delle lavoratrici non si fermi tuttavia al Novecento, ma arrivi anche ai giorni nostri attraverso una costante ineguaglianza nel riconoscimento degli infortuni e delle malattie professionali tra lavoratori e lavoratrici.

Le differenze nel riconoscimento delle malattie professionali

Infatti la relatrice segnala come, a partire dagli anni novanta, diversi studi in Canada e in Svezia mostrano “come il tasso di riconoscimento delle malattie professionali nel genere femminile sia costantemente più basso di quello maschile” e come si assista ad una “sistematica discriminazione nel riconoscimento delle malattie professionali femminili”:

  • lo studio svedese indica che sono respinte il 77.2% delle denunce femminili verso il 56.4% di quelle maschili;
  • lo studio canadese mostra che sono riconosciute il 32% delle denunce femminili verso il 44% di quelle maschili.

Nel nuovo millennio un altro studio, curato da Isabelle Probst, “conferma il dato per la Svizzera (40% femmine vs 64% dei maschi per quanto riguarda le malattie professionali riconosciute)”. E altri dati riportati riguardano studi in Francia (48.9% femmine vs 51.1% dei maschi) e in Belgio.

Si segnala poi che in Italia è stato avviato un analogo studio che “mette a confronto il tasso di riconoscimento di tutte le malattie professionali per genere negli anni 2010-2013” e il confronto “viene effettuato per le malattie tabellate (Tabella 1), che rappresentano le malattie professionali per le quali in presenza dell’esposizione e della malattia il nesso di causa-effetto è acquisito e per quelle non tabellate, in cui il nesso causale va dimostrato dalla lavoratrice (Tabella 2)”. Lo studio considera le differenze anche per paese di nascita.

Rimandiamo alla lettura integrale dell’intervento che riporta ulteriori indicazioni e tabelle su un gruppo di malattie professionali da “sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore”.

I dati dello studio evidenziano anche per l’Italia una “significativa diminuzione del riconoscimento delle malattie professionali nell’Industria-servizi per il genere femminile sia tra le nate in Italia sia tra le nate all’estero”.

Inoltre le differenze di genere “si evidenziano anche nel numero delle ‘malattie non tabellate’ che sono denunciate più frequentemente dalle donne”.

Si segnala poi che una differenza significativa, anche in questo caso penalizzante per il genere femminile, “permane anche nel ‘sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore’, che rappresenta la prima voce tabellare delle denunce femminili”.

In definitiva la tabella delle malattie professionali “non è neutrale rispetto al genere”, ma appare “costruita sui mestieri maschili”.

Ed è stata proprio “l’esclusione delle più frequenti malattie professionali femminili, come quelle del sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore, che ha determinato l’inserimento nel 2008 di questa voce tra le malattie tabellate”. Tuttavia non tabellate risultano ancora molte malattie da lavoro femminili quali “quelle delle infermiere, insegnanti, badanti (sindrome del bruciarsi, burn-out), violenze psicologiche (mobbing), molestie sessuali (sexual harrasment)”.

Rimandiamo, anche in questo caso alla lettura dell’intervento che riporta ulteriori indicazioni sulle malattie da disturbi psichici con diagnosi prevalenti di Disturbo dell’Adattamento (DDA) e di disturbo post-traumatico da stress (DPST), non tabellate, e su altri casi di malattie professionali meno riconosciute nelle donne, come, ad esempio, il mesotelioma pleurico dovuto all’esposizione ad amianto.

Le differenze nel riconoscimento degli infortuni

La relatrice riporta diversi casi di infortunio in itinere, con o senza coinvolgimento di un mezzo di trasporto, e segnala che gli infortuni in itinere “rappresentano la prima causa di morte per le donne italiane e immigrate”.

Si indica che le differenze di genere negli infortuni in itinere, rilevate anche in altri Paesi europei, “potrebbero essere dovute alla mancanza di flessibilità degli orari di lavoro con un aumento di rischio di infortuni in itinere con mezzo di trasporto legati nella prima ora di lavoro. La sonnolenza potrebbe essere un’altra causa visto che la fascia oraria maggiormente interessata è quella mattutina. I mesi di ottobre-dicembre sono i mesi che potrebbero essere più critici per ragioni meteorologiche e/o forse anche organizzative per la conciliazione casa-lavoro”.

In ogni caso in un’analisi puntuale dei singoli casi di donne morte per infortunio è stato confermato “come le donne muoiano maggiormente nel nord-est d’Italia, area di maggiore occupazione femminile, siano sposate con bambini, abbiano mediamente 40 anni di età, le immigrate più giovani, muoiano alla guida di autovetture medio-piccole, andando al lavoro nei servizi (cura, ristorazione, commercio) nell’arco temporale 4-9 del mattino, soprattutto il mercoledì nella stagione invernale a circa 15 chilometri dal domicilio”. E per quanto riguarda le inabilità da infortuni in itinere “il genere femminile si trova ad avere maggiori eventi in totale con una percentuale superiore per il genere femminile legata maggiormente alle inabilità da infortuni in itinere senza mezzo di trasporto”.

Inoltre – continua la relatrice – le donne “presentano un maggior numero di eventi che non hanno prodotto menomazione permanente ma esclusivamente una disabilità temporanea”, e questo elemento “necessita di essere approfondito”. Infatti potrebbe rappresentare una “discriminazione indiretta nel riconoscimento dell’invalidità permanente e in particolare di quella più grave (26-100%). Anche in questo caso, come per le malattie professionali, si tratterebbe dunque di riorientare per genere il riconoscimento delle menomazioni”.

In definitiva la relatrice rileva come infortuni e malattie professionali siano “differenti per genere e per Paese di nascita” e la lista delle malattie professionali “deve essere orientata a queste differenze che rappresentano condizioni lavorative diverse non ‘neutrali’ rispetto al genere e alla provenienza geografica”.

In particolare le ineguaglianze nel riconoscimento delle malattie professionali devono essere studiate e sanate “anche in termini assicurativi oltre che preventivi” e analoga attenzione “va posta alla valutazione delle disabilità, in particolare quelle da infortuni in itinere, e al loro riconoscimento che, in analogia con le malattie professionali, sembra essere meno tutelato nel genere femminile”.

Documento completo:

https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/23471/1/01-Sclip_9-22.pdf


Fonte: puntosicuro.it



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Milano, paura in un cantiere a City Life

Pomeriggio di paura, quello di mercoledì, nel cantiere del Curvo, in piazza Tre Torri a Milano: una mini gru è caduta dal 29 piano della Torre Libeskind fino a terra.

Per fortuna l’incidente, avvenuto poco dopo le 14, non ha provocato nessun ferito all’interno del cantiere dell’unica torre che deve essere ancora completata del complesso di City Life. La gru ha devastato diverso materiale edile depositato a terra, alla base dell’edificio, e solo per un caso non ha preso nessuno.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco del comando provinciale di Milano con diversi mezzi per rimuovere la mini gru e per fare i rilievi sull’accaduto. Sono intervenute anche tre ambulanze e un’automedica in via precauzionale. Presente anche la polizia.

La Torre Libeskind di PWC

L’inquilino della terza torre di Citylife — “il Curvo”, grattacielo disegnato da Daniel Libeskind — sarà PricewaterhouseCoopers, network internazionale, operativo in 158 Paesi con circa 223mila dipendenti che fornisce servizi di consulenza. Il fatto è stato reso noto dalla stessa società con una nota.

Il grattacielo

La costruzione disegnata da Libeskind è alta 28 piani per un totale di 175 metri di altezza e 30mila metri quadrati. La torre è caratterizzata da una struttura interna di calcestruzzo armato e coronata da 20 pilastri perimetrali anch’essi in calcestruzzo ma rivestiti in acciaio.

L’elemento chiave è la forma ricurva e si ispira alle cupole rinascimentali. All’interno del “Curvo” correranno otto ascensori che collegheranno uffici e sale conferenze. Quando sarà finita potrà ospitare 3mila dipendenti, che si sommeranno ai 6mila lavoratori di Allianz e Generali (questi si siederanno alle scrivanie da luglio 2018).


Fonte: milanotoday.it



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Sicurezza degli impianti a gas

A volte il vigile del fuoco si trova dinanzi, nell’ambito dell’attività istituzionale espletata, palesi difformità d’impianti alimentati a gas rispetto alle norme vigenti; quand’anche l’intervento non sia espletato in relazione all’impianto stesso, come ad esempio nel caso di un intervento per soccorso persona o altro, rimane obbligo del vigile del fuoco rilevare la difformità se la stessa è visibile e riscontrabile.

Come noto gli impianti domestici alimentati a gas di rete devono essere installati in conformità alle norme UNI vigenti, come prescritto dalla L. 1083 del 06.12.1971.

Tale norma, peraltro, è stata oggetto di una recente modifica con la pubblicazione sulla G.U. n. 72 del 26.03.2019 del D. Lgs. n. 23 del 21.02.2019, riportante “Attuazione della delega di cui all’articolo 7, commi 1 e 3, della legge 25 ottobre 2017, n. 163, per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2016/426 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sugli apparecchi che bruciano carburanti gassosi e che abroga la direttiva 2009/142/CE”.  Il nuovo decreto, all’art. 2, reca sostanziali modifiche alla L. n. 1083 del 06.12.1971, sulla sicurezza dell’uso del gas.

Il testo della L. 1083/1971 richiamava e richiama, all’art. 3, l’obbligo di installare impianti alimentati a gas in conformità alla regola d’arte: “I materiali, le installazioni e gli impianti alimentati con gas combustibile per uso domestico e l’odorizzazione del gas, … realizzati secondo le norme specifiche per la sicurezza pubblicate dall’Ente nazionale di unificazione (UNI) in tabelle con la denominazione UNI-CIG, si considerano effettuati secondo le regole della buona tecnica per la sicurezza. Le predette norme sono approvate con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’interno. Ai medesimi fini di cui al primo comma si considerano effettuati secondo le regole della buona tecnica anche i materiali, le installazioni e gli impianti realizzati in conformità alle specifiche tecniche di una organizzazione di normazione europea o di un organismo di normazione di uno degli altri Stati membri dell’Unione europea o degli Stati che sono parti contraenti degli accordi sullo spazio economico europeo.”

L’aspetto prevalente della modifica intervenuta con il D. Lgs. n. 23/2019 riguarda la variazione dell’art. 5 della L. 1083/1971, inerente le sanzioni per il mancato rispetto delle prescrizioni della norma che prima puniva i trasgressori con “l’ammenda da lire 200.000 a lire 4.000.000 o con l’arresto fino a due anni”; in base al nuovo disposto di legge, installare un impianto a gas di tipo domestico o similare non in stretta conformità alla regola dell’arte non è più un reato penale ma costituisce violazione amministrativa punita con la sanzione pecuniaria da 10.000 a 45.000 euro.

Le violazioni della L. 1083/1971, come recentemente modificata, dovranno portarsi all’attenzione delle Camere di Commercio competenti.

Le circostanze riscontrabili con maggiore frequenza, inerenti difformità delle installazioni a gas sono relative agli elementi (indicativamente) di seguito evidenziati:

  • funzionalità compromessa dei sistemi di scarico dei prodotti della combustione, insufficiente tiraggio degli apparecchi a gas e delle canne fumarie in generale;
  • non corretta ventilazione dei locali che ospitano gli apparecchi a gas;
  • livello di manutenzione delle apparecchiature spesso insufficiente;
  • caratteristiche peculiari degli ambienti dove sono installati gli impianti, con locali spesso inidonei; si pensi ad esempio alla presenza di sistemi a gas a camera aperta in locali non adatti per dimensioni e/o destinazione d’uso, quali bagni, camere da letto, monolocali;
  • superficie di aerazione spesso non corretta o non sufficiente, dei locali dove sono istallati apparecchi a camera aperta;
  • ubicazione di impianti a gas in locali abitativi unici contemporaneamente adibiti a soggiorno, camera da letto e luogo di cottura dei cibi;
  • mancata tenuta delle tubazioni.

Già nel 2009, e successivamente nel 2015, la Procura di Milano emanava direttive “in tema di tutela della pubblica incolumità: accertamento dei reati connessi all’utilizzo del gas combustibile per uso domestico e similare”, sottolineando che “L’elevato numero dei casi di intossicazione da monossido di carbonio e degli incidenti domestici derivanti dall’uso di gas combustibile, distribuito attraverso reti o bombole …. impone la necessità di … assicurare una risposta efficace a fenomeni spesso aventi tragiche conseguenze e frequentemente evitabili mediante l’adozione di elementari regole di prudenza”.

Premesso che nei luoghi di lavoro un impianto fuori norma potrebbe essere contestato dall’autorità competente ai sensi del D. Lgs. 81/2008, anche ai sensi dell’art. 24, in base al quale “Gli installatori e montatori di impianti, attrezzature di lavoro o altri mezzi tecnici, per la parte di loro competenza, devono attenersi alle norme di salute e sicurezza sul lavoro, nonché alle istruzioni fornite dai rispettivi fabbricanti”,nel caso in cui il vigile del fuoco riscontri, durante un intervento di soccorso tecnico urgente, un impianto domestico del tipo a gas non conforme alle disposizioni vigenti dovrà provvedere, limitatamente alla circostanza in cui non si siano verificate intossicazioni, scoppi o incendi, a ingiungere all’azienda distributrice del gas la interruzione della fornitura.

La chiusura del contatore è attività sufficiente a garantire la sicurezza e l’incolumità degli occupanti l’appartamento, nel caso in esame di mera difformità normativa dell’impianto ed in assenza di eventi dannosi di qualsiasi tipo.

Gli adempimenti suddetti potranno essere predisposti d’intesa con il personale della ATS (Azienda tutela salute) eventualmente presenti in posto.

Nei casi meno gravi di riscontrata non conformità dell’impianto alle norme UNI 7129 o alle altre eventualmente applicabili, occorrerà senz’altro disporre la messa in sicurezza dello stesso impianto; il vigile del fuoco dovrà almeno provvedere dal punto di vista formale alla diffida all’uso dell’impianto nei confronti dell’utilizzatore.

In caso di grave intossicazione, decesso, incendio o scoppio, il personale VVF presente in posto è tenuto a effettuare, d’intesa con l’Autorità Giudiziaria e eventualmente con gli altri operatori di PG presenti in posto, il sequestro penale dell’impianto, del misuratore del gas, compresi eventuali camini e canne fumarie.

In tali casi potrebbero ipotizzarsi, in funzione dei casi specifici, i reati d’incendio, lesioni colpose, omicidio colposo, ma anche truffa, falso ideologico, frode in commercio, getto pericoloso di cose, ecc.

Sarà necessario produrre una dettagliata relazione della situazione riscontrata, possibilmente completa di documentazione fotografica, riportante le disposizioni della norma che si ritengono violate, le generalità e i recapiti delle persone interessate, come ad esempio l’inquilino eventuale utilizzatore dell’impianto, il proprietario dell’alloggio e ove necessario l’amministratore del condominio; dovranno essere specificati i provvedimenti attuati per la messa in sicurezza; ove riscontrabile, occorrerà evidenziare le generalità dell’installatore dell’impianto, allegando visura camerale della società installatrice, nonché i riferimenti di eventuali manutentori che abbiano operato sullo stesso impianto successivamente all’installazione; se evincibile, occorrerà segnalare l’epoca di installazione dell’impianto, nonché allegare la documentazione reperibile in merito all’impianto a gas, quale dichiarazione di conformità o di rispondenza disponibile.

Gli ufficiali di polizia giudiziaria presenti in posto, nelle quarantotto ore successive, trasmettono il verbale al Pubblico Ministero. Questi (se non viene disposta la restituzione delle cose sequestrate) richiede al giudice la convalida. In casi eccezionali di urgenza diventa possibile eseguire ad iniziativa degli Ufficiali di P.G. il sequestro preventivo, che però in questo caso ha carattere provvisorio ed il permanere della sua efficacia resta subordinato alla pronuncia del provvedimento di convalida ed al decreto di sequestro, da richiedere al giudice entro quarantotto ore dall’avvenuto sequestro.

 

https://www.puntosicuro.it/incendio-emergenza-primo-soccorso-C-79/prevenzione-incendi-C-85/sicurezza-degli-impianti-a-gas-AR-19388/


Fonte: puntosicuro.it



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Sicurezza nel settore pirotecnico: campi elettromagnetici e segnaletica

Nella preparazione di fuochi di artificio e giochi pirici un rischio rilevante per i lavoratori è quello relativo alle conseguenze di eventuali incendi ed esplosioni. E tra i possibili fattori di innesco di cui tener conto nella valutazione dei rischi c’è alla presenza di campi elettromagnetici che “potrebbero divenire fonte di innesco di materiale esplodente in analogia a quanto indicato dalla UNI EN 1127-1 per le atmosfere esplosive”.

A ricordarlo e a fornire alcune indicazioni sia sulla valutazione dei rischi nel settore pirotecnico, con riferimento anche ai campi elettromagnetici, che sulla segnaletica necessaria per una corretta gestione della sicurezza, è il documento Inail “ Indicazioni operative per le aziende del settore pirotecnico. Fabbriche, depositi di fabbriche e di vendita, realizzato dalla Consulenza tecnica accertamento rischi e prevenzione (Contarp).

Il rischio dei campi elettromagnetici

Il documento Inail ricorda che riguardo ai campi elettromagnetici la legislazione italiana ha “recepito con il d.lgs. 159/2016 la Direttiva 2013/35/UE (sostitutiva della precedente Direttiva 2004/40/CE) sull’esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dai campi elettromagnetici da 0 a 300 GHz”. E il decreto modifica ed integra il Titolo VIII, Capo IV del d.lgs. 81/2008.

Malgrado questa presentazione, il documento non entra nel dettaglio degli “aspetti normativi, fisici, preventivi, protezionistici, diagnostici e medici dovuti all’esposizione lavorativa ai campi elettromagnetici”, ma si sofferma, invece, sulla possibilità che i campi, in determinate circostanze, potrebbero divenire fonte di innesco di pericolose esplosioni.

Si segnala, a questo proposito, che il “campo elettromagnetico” o “radiazione elettromagnetica” è una forma di energia “che può permeare lo spazio e propagarsi in esso. Le onde elettromagnetiche costituiscono una delle modalità più comuni di propagazione del campo elettromagnetico”. E in tutti gli ambiti lavorativi “possono essere presenti direttamente o indirettamente varie sorgenti di emissione di radiazioni non ionizzanti (NIR) e in particolare quelle ricadenti nelle categorie delle onde elettromagnetiche a radiofrequenza (RF: frequenza compresa tra 300 kHz e 300 MHz) e microonde (MW: frequenza compresa tra 300MHz e 300 GHz)”.

La presenza di radiazioni elettromagnetiche “può indurre la generazione di corrente in strutture in grado di intercettare e canalizzare la radiazione. È provato, infatti, che alcune strutture metalliche (ad es. tubazioni, ecc.) possono comportarsi da antenne non-intenzionali e ricevere energia dall’ambiente elettromagnetico”.

E tali strutture – continua il documento – “sarebbero assimilabili a circuiti che, in caso di interruzione, possono generare archi voltaici in grado di innescare il materiale esplodente presente nelle vicinanze”. In circostanze sfavorevoli, “in punti di discontinuità metallica possono avvenire rilasci di scariche elettriche mediante il meccanismo noto come ‘break-spark’. Tali scariche possono sviluppare una potenza sufficiente a causare l’ignizione in genere di un’atmosfera infiammabile e, per analogia, anche di materiale esplodente”.

Fatte queste premesse una valutazione del rischio dovuto ad innesco da onde elettromagnetiche dovrà essere condotta “individuando le seguenti condizioni, che dovranno essere soddisfatte congiuntamente:

  • radiazione elettromagnetica di sufficiente intensità;
  • presenza di strutture configurabili come antenne non-intenzionali in zone con presenza di materiale esplodente;
  • esistenza di meccanismi che possono convertire l’energia intercettata dall’antenna in scintilla elettrica con energia sufficiente a innescare il materiale esplodente”.

Movimentazione, rumore e vibrazioni

In merito alla valutazione dei rischi il documento ospita in appendice anche alcune indicazioni su alcuni rischi classici come la movimentazione manuale dei carichi, il rischio rumore e il rischio vibrazioni.

Nella movimentazione manuale dei carichi rientrano varie attività manuali “passibili di provocare, nel tempo, l’insorgenza di patologie a carico sia del rachide che degli arti superiori”. A questo proposito il documento riporta alcune indicazioni normative e si ricorda che, per quanto riguarda la valutazione dei rischi da sovraccarico biomeccanico, il D.Lgs 81/2008 “fornisce indicazioni precise: l’art. 168, comma 3 sancisce che, laddove applicabili, le norme tecniche costituiscono il criterio di riferimento primario; negli altri casi si potrà fare riferimento alle buone prassi o alle linee guida. In tale ottica, l’allegato XXXIII cita espressamente le norme della serie ISO 11228 (parti 1, 2, 3). Inoltre, l’allegato XXXIII, relativamente alle diverse tipologie di movimentazione manuale dei carichi, prende in considerazione una serie di fattori organizzativi, lavorativi e individuali dei quali occorre tenere conto: in particolare, le caratteristiche del carico, lo sforzo richiesto, le posture assunte, le caratteristiche dell’ambiente di lavoro, l’entità e la distribuzione delle pause, la frequenza delle operazioni, la geometria della movimentazione, l’età, il genere e lo stato di salute”.

Il documento si sofferma poi sul rischio rumore ricordando che l’obbligo della valutazione del rischio “scatta sempre, a prescindere dai livelli di rumore presenti in fabbrica”.

In particolare “i lavoratori pirotecnici sono esposti al rischio rumore sia per l’utilizzo di macchine e attrezzature nella fase di produzione sia nella fase di allestimento delle batterie di mortai al momento del lancio dei fuochi”.

Riprendiamo dal documento una tabella con i valori dei limiti di azione e di esposizione al raggiungimento e superamento dei quali scattano determinati obblighi sia per il datore di lavoro sia per il lavoratore:

Si ricorda poi che anche per il rischio vibrazioni, così come per il rischio rumore, “il legislatore ha fissato delle soglie di rischio, in termini di accelerazione subita dal lavoratore nell’arco temporale delle 8 ore giornaliere, al superamento delle quali scattano precisi obblighi per il datore di lavoro sia in termini di riduzione del rischio sia per l’informazione e formazione dei lavoratori e per la sorveglianza sanitaria.

L’importanza della segnaletica

Riguardo al settore pirotecnico il documento fornisce poi utili informazioni sulla segnaletica di salute e sicurezza sul lavoro.

Dopo aver presentato le leggi e la normativa tecnica in materia di segnaletica, il documento segnala che in ottemperanza all’art.19 del d.p.r. 302/1956, “nei locali in cui si producono, si manipolano e si conservano fuochi pirotecnici (sostanze esplodenti) ed esplosivi (come pure nei vari reparti dei cantieri di scaricamento proiettili) devono essere affissi cartelli indicanti:

  1. le disposizioni da adottarsi in caso di allarme o di incidente;
  2. le modalità da seguirsi nelle operazioni affidate ai lavoratori e che implichino responsabilità, quali la sorveglianza di reazioni, l’esecuzione di lavori che comportano pericolo;
  3. il numero massimo dei lavoratori ammesso nel reparto;
  4. il quantitativo massimo di esplosivo ammesso nel reparto;
  5. le eventuali altre disposizioni che interessino la sicurezza dei lavoratori presenti”.

E comunque ai fini di una corretta gestione della sicurezza, “è necessario collocare un’adeguata segnaletica di sicurezza in posizione ben visibile in cui, tra gli altri, non dovranno mancare i seguenti cartelli:

  • cartelli triangolari riportanti la dicitura ‘materiale esplodente/esplosivo’ da collocarsi nei locali di fabbricazione (laboratori), deposito e/o vendita (di cui uno sulle relative porte d’ingresso).
  • cartelli circolari con la dicitura ‘vietato fumare o usare fiamme libere’ da collocarsi nei locali di fabbricazione (laboratori), deposito e/o vendita (di cui uno sulle relative porte d’ingresso).
  • cartelli rettangolari riportante la dicitura ‘vietato l’accesso ai non addetti ai lavori’ sulle porte di accesso locali di fabbricazione (laboratori) e deposito.
  • cartelli rettangolari indicanti le numerose vie di fuga predisposte lungo il perimetro degli edifici di fabbrica e deposito.
  • cartelli rettangolari espressamente finalizzati alla sicurezza antincendio indicanti i vari presidii di cui devono essere muniti i locali di fabbrica e deposito.
  • cartelli circolari prescrittivi richiamanti l’obbligo di indossare i relativi dispositivi di protezione individuale”.

Infine si indica che all’esterno di ogni locale “si avrà cura inoltre di affiggere le tabelle contenenti le procedure di sicurezza da mettere in atto in caso di emergenza, corredate delle relative planimetrie”.

Segnaliamo, in conclusione, che il documento Inail, che vi invitiamo a leggere integralmente, riporta indicazioni per la valutazione di molti altri rischi nel settore pirotecnico (ambienti lavorativi, attrezzature di lavoro, impianti elettrici, rischi di incendio ed esplosione, sostanze pericolose, …).

Documento completo:

https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-indicazioni-operative-aziende-del-settore-pirotecnico.pdf


Fonte: puntosicuro.it



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Privacy, a Google multa da 170 milioni per YouTube. E ora si indaga anche in Irlanda

Google, il mancato rispetto per la privacy costa. Pochi soldi, se confrontati all’enorme fatturato del gigante di Mountain View, molto in termini di immagine. I tempi del motto aziendale Don’t be evil (“Non essere malvagio”) sembrano lontani come Proxima Centauri. Così Big G patteggia una multa di 170 milioni di dollari per chiudere la disputa con le autorità americane sulle accuse a YouTube per la violazione della privacy dei bambini, accordo annunciato oggi dalla la Federal Trade Commission. E YouTube si impegna a rivedere il suo servizio nell’ambito del patteggiamento, ma l’accordo è subito criticato. Molti ritengono la sanzione troppo piccole per un colosso come Google.

Ma Google sembra entrato nel mirino delle autorità di regolamentazione irlandesi per possibili violazioni delle norme sulla privacy. Secondo quanto riporta il Financial Times, il motore di ricerca userebbe in modo segreto pagine web nascoste per passare i dati dei propri utenti agli inserzionisti pubblicitari, in questo modo violando le proprie policy interne e aggirando la regolamentazione europea sulla privacy, che per il trattamento dei dati impone trasparenza e richiesta di consenso. Il quotidiano finanziario, che cita fonti vicine a Brave, piccolo motore di ricerca rivale di Google, parla di nuovi documenti che sarebbero in mano delle autorità irlandesi di regolamentazione sui dati e che dimostrerebbero che il colosso tecnologico americano “sfrutta i dati personali senza sufficiente controllo o preoccupazione per la tutela dei dati”. Mountain view è accusata di usare dati sensibili (per esempio quelli sulla salute e l’orientamento politico degli utenti) per rendere le pubblicità sempre più mirate sull’utente. In particolare, secondo il Financial Times, Johnny Ryan, responsabile delle policy di Brave, avrebbe scoperto pagine nascoste da google e avrebbe cercato di monitorare se e in che misura il gruppo californiano le usa per passare dati agli inserzionisti.

Un portavoce di Mountain View ha fatto sapere che la società “non offre annunci personalizzati né invia richieste per sollecitare offerte senza il consenso dell’utente” e che, in ogni caso, collaborerà con le autorità britanniche e irlandesi che stanno indagando sulle attività pubblicitarie.


Fonte: repubblica.it



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Riders: approvato il nuovo decreto di tutela del lavoro

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato ieri il decreto legge con le misure urgenti per la tutela del lavoro. Il testo era stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 6 agosto ed ora  sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La nuova legge contiene norme a tutela dei riders, i fattorini che fanno le consegne di cibi a domicilio, come le pizze, spostandosi in bici o con il motorino.

Finora, il food delivery era uno dei settori più innovativi dell’economia emergente, ma dove i lavoratori erano più deboli ed esposti a rischi di sfruttamento. I riders sono sempre stati considerati come lavoratori autonomi, pagati a cottimo, cioè per ogni consegna fatta. Il nuovo decreto li tutela meglio, considerandoli, invece, lavoratori parasubordinati ai sensi del Jobs act e così garantendo loro maggiori diritti sia per la retribuzione, sia per gli aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro. La disciplina si applica a tutti coloro che svolgono consegne su due ruote, così intendendo non solo le bici, ma anche i motocicli.

riders, infatti, ricevono gli ordini di consegna attraverso piattaforme digitali (il cliente ordina i prodotti tramite app) alle quali sono collegati i fattorini dotati di bicicletta o ciclomotore che vanno a prendere il prodotto e lo consegnano a domicilio. Garantiscono, quindi, all’azienda non solo la prestazione di consegna, ma anche parecchie ore del loro tempo, aspettando che arrivi una chiamata.

D’ora in poi, riders dovranno ricevere il compenso in base non solo al numero di consegne giornaliere effettuate, ma anche al numero di ore lavorate. Viene così introdotta la paga oraria, a condizione che il lavoratore accetti almeno una chiamata al giorno. Inoltre, il cottimo dovrà essere in misura non prevalente.

In pratica, la nuova retribuzione sarà un mix composto, per una parte minoritaria, dal cottimo e per la parte maggiore su base oraria; il decreto stabilisce solo questo criterio di base, le modalità concrete saranno stabilite nei contratti collettivi di lavoro.

Inoltre, i riders avranno diritto alla copertura assicurativa Inail contro gli infortuni sul lavoro e malattie professionali e le aziende dovranno garantirgli la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro.


Fonte: laleggepertutti.it



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Igiene in cucina, ecco le regole basi: lavarsi le mani, pulire, separare, congelare

Non è casuale che il sistema agroalimentare italiano venga ormai considerato il n.1 al mondo per la sua qualità e la sua biodiversità, requisiti che, oltre alla creatività, hanno come capisaldi l’unicità delle materie prime e delle tecnologie tradizionali e artigianali e la garanzia di una legislazione e di controlli (oltre un milione ogni anno) considerati i più severi e i più affidabili oggi esistenti. La sicurezza alimentare è del resto la prima garanzia della bontà di qualsiasi preparato alimentare. Una condizione che è una caratteristica riconosciuta al nostro paese anche in un periodo in cui si vanno diffondendo tossinfezioni sempre più aggressive che colpiscono molto di frequente e sempre più spesso diversi Paesi europei. Tant’è vero che durante il periodo dell’epidemia europea della cosiddetta “mucca pazza” negli anni ’80 e ’90, partita da carne infetta dall’Inghilterra e diffusasi in tutta Europa con numerosi morti, la carne italiana veniva indicata come la più sicura grazie proprio al nostro sistema di prevenzione e di controllo del nostro Paese.

Listeria, l’Italia si salva
Listeria, Salmonella, Escherichia Coli e Campylobacter sono all’origine dei più aggressivi fenomeni. Di questi batteri il più diffuso in Europa e il più pericoloso sembra essere oggi la Listeria monocytogenes. Anche l’attuale allerta, partita dalla Spagna sulla Listeria presente nelle carni suine e bovine, in Italia non ha riscontri allarmanti. Eppure si tratta di un problema presente da decenni in tutti i continenti e strettamente legato alla mancanza di igiene, di corrette tecniche di conservazione e cottura e, infine, alla mancanza di tracciabilità per alcune derrate di origine vegetale e animale che arrivano non si sa da dove in condizioni spesso precarie.

Il fuoco per il Campylobacter
Ugualmente in crescita le tossinfezioni alimentari provocate dalla Salmonella e dal Campylobacter soprattutto provenienti da trattamenti inadeguati delle carni del pollame. Ben pochi sanno che basta anche non lavarsi bene le mani dopo aver toccato un’ala di pollo per trasmettere alle stoviglie e ai cibi presenti in cucina, dosi massicce di salmonella.

In particolare per evitare i gravi rischi collegati ai due batteri va ripresa una antica regola igienica delle nostre nonne che, prima di cuocere un pollo lo passavano a lungo sul fuoco per bruciare i resti delle piume ma anche per disinfettarli in modo drastico. Senza mai lavarlo! E in effetti non si deve mai lavare il pollame poiché il volatile Campylobacter sempre presente sulla pelle (non dentro!) grazie all’acqua si propaga velocemente nell’ambiente. Quanto alla Salmonella e a qualsiasi altro batterio (che temono il calore) le antiche ricette privilegiavano lunghe cotture nel tegame o nel forno a temperature molto alte così da coniugare insieme igiene e sapori.

Attenzione ai microonde, la salmonella resiste benissimo
La più infestante epidemia di salmonellosi avvenne negli anni ’90 in Inghilterra per la pessima abitudine di cucinare in fretta pollo surgelati in forni a microonde -di prezzo molto basso- a non più di 60 gradi. Qualsiasi tipo di carne deve invece essere omogeneamente cotta a lungo ad almeno 75 gradi, perché il pericolo proviene dal fatto che le temperature raggiunte all’interno sono sempre molto più basse di quelle della superficie esterna. Una semplice sonda risolve del tutto il problema poiché comunica la vera temperatura.

Lavarsi, pulire, separare, congelare
Oltre a queste regole fondamentali di igiene specifica per batteri molto pericolosi come la Salmonella, la Listeria e il Campylobcter, quali sono le regole che in generale possono limitare o evitare la maggior parte delle intossicazioni alimentari? Una premessa prioritaria: lavello, ripiani e taglieri, devono venir lavati con acqua bollente dopo la lavorazione di carne e pesce. Le posate, gli strumenti e le stoviglie usati per carni e pesce non devono mai venir manipolati per gli altri alimenti. Lavare molto bene le mani quando si toccano carni e pesci.

I materiali più igienici? L’acciaio e, a grande distanza, vetro, porcellana, plastiche speciali. Non usate strofinacci di tessuto che rimangono impregnati di microbi, odori e muffe, meglio la carta da cucina.

Le 5 regole fondamentali:

1-I cibi cotti sono molto più deperibili di quelli crudi e anzi devono subito essere messi in frigo, dopo una minima permanenza a temperatura ambiente. E consumati al più presto.

2-Freschi, surgelati, cotti, crudi, secchi, umidi…Tutti gli alimenti devono essere sempre separati per tipologia e sempre protetti con coperchi, confezioni alimentari, recipienti di vetro, di porcellana, o di plastica alimentare. L’aria della cucina è un concentrato ad alto rischio batteriologico poiché riproduce esattamente le condizioni ideali per qualsiasi microrganismo: temperature calde e tanta umidità.

3-Con un piccolo investimento è possibile eliminare gran parte dei problemi di igiene e triplicare la freschezza e l’igiene degli alimenti con un utensile che crea il sottovuoto, estraendo dai contenitori l’ossigeno prima causa del degrado e della permanenza dei batteri. Con l’aggiunta di altri 15 euro si può acquistare una sonda-termometro, altrettanto utile per la cottura.

4-Frutta e verdura vanno tenuti separati in frigorifero per evitare scambi di muffe, microbi e odori.

5-Nel dubbio: congelare subito cibi altamente deperibili, soprattutto d’estate.

https://www.ilsole24ore.com/art/igiene-cucina-ecco-regole-basi-lavarsi-mani-pulire-separare-congelare-ACOrEyh


Fonte: ilsole24ore.com



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Al via la formazione per PMI, professionisti e soggetti che operano nella consulenza giuridica sulla protezione dei dati

Parte il prossimo 18 settembre da Firenze (ore 9-18, Università degli Studi, Dipartimento di Scienze Giuridiche) il tour degli eventi formativi gratuiti del progetto SMEDATA, organizzati per supportare le piccole e medie imprese e i professionisti impegnati negli adempimenti normativi in materia di protezione dei dati personali e offrire chiarimenti ai soggetti che operano nella consulenza giuridica sul Regolamento (UE) 2016/679. Dopo quella di Firenze, sono poi previste altre 5 tappe, a Salerno (26 settembre), Milano (3 ottobre), Cosenza (22 ottobre), Genova (29 ottobre) e Roma (6 novembre).

Per il programma dei seminari e tutte le informazioni sul progetto è possibile consultare il sito del Garante per la protezione dei dati personali, alla pagina https://www.garanteprivacy.it/regolamentoue/formazione/smedata. Per alcuni eventi vi è ancora disponibilità di posti: per iscriversi è possibile compilare il form di registrazione presente sul sito http://giurisprudenza.uniroma3.it/progetto-smedata-eventi-di-formazione.

Il progetto SMEDATA, co-finanziato da fondi della Commissione europea, nasce da una partnership tra il Garante per la protezione dei dati personali italiano e l’Autorità per la protezione dati della Bulgaria. In Italia è stato sviluppato dal Garante in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi RomaTre. Oltre all’organizzazione di seminari di formazione e convegni, SMEDATA prevede lo sviluppo di uno strumento di auto-valutazione che aiuti le PMI negli adempimenti previsti dalla normativa in materia di protezione dati e la realizzazione di una app gratuita, ricca di contenuti informativi, per rendere più semplice e immediato l’aggiornamento e l’informazione degli imprenditori e dei consulenti privacy che supportano le PMI.

Specificatamente ideato per il settore privato, il programma SMEDATA completa l’offerta di formazione già messa in campo da Garante con il progetto T4DATA dedicato ai Responsabili della Protezione Dati (RPD) dei soggetti pubblici.


Fonte: garanteprivacy.it



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Violazioni di dati personali (Data Breach)

COSA È UNA VIOLAZIONE DEI DATI PERSONALI (DATA BREACH)?

Una violazione di sicurezza che comporta – accidentalmente o in modo illecito – la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati. Una violazione dei dati personali può compromettere la riservatezza, l’integrità o la disponibilità di dati personali.

Alcuni possibili esempi:

– l’accesso o l’acquisizione dei dati da parte di terzi non autorizzati;
– il furto o la perdita di dispositivi informatici contenenti dati personali;
– la deliberata alterazione di dati personali;
– l’impossibilità di accedere ai dati per cause accidentali o per attacchi esterni, virus, malware, ecc.;
– la perdita o la distruzione di dati personali a causa di incidenti, eventi avversi, incendi o altre calamità;
– la divulgazione non autorizzata dei dati personali.

COSA FARE IN CASO DI VIOLAZIONE DEI DATI PERSONALI?

Il titolare del trattamento (soggetto pubblico, impresa, associazione, partito, professionista, ecc.) senza ingiustificato ritardo e, ove possibile, entro 72 ore dal momento in cui ne è venuto a conoscenza, deve notificare la violazione al Garante per la protezione dei dati personali a meno che sia improbabile che la violazione dei dati personali comporti un rischio per i diritti e le libertà delle persone fisiche.
Il responsabile del trattamento che viene a conoscenza di una eventuale violazione è tenuto a informare tempestivamente il titolare in modo che possa attivarsi.

Le notifiche al Garante effettuate oltre il termine delle 72 ore devono essere accompagnate dai motivi del ritardo. 

Inoltre, se la violazione comporta un rischio elevato per i diritti delle persone, il titolare deve comunicarla a tutti gli interessati, utilizzando i canali più idonei, a meno che abbia già preso misure tali da ridurne l’impatto.
Il titolare del trattamento, a prescindere dalla notifica al Garante, documenta tutte le violazioni dei dati personali, ad esempio predisponendo un apposito registro. Tale documentazione consente all’Autorità di effettuare eventuali verifiche sul rispetto della normativa.

CHE TIPO DI VIOLAZIONI  DI DATI PERSONALI VANNO NOTIFICATE?

Vanno notificate unicamente le violazioni di dati personali che possono avere effetti avversi significativi sugli individui, causando danni fisici, materiali  o immateriali.
Ciò può includere, ad esempio, la perdita del controllo sui propri dati personali, la limitazione di alcuni diritti, la discriminazione, il furto d’identità o il rischio di frode, la perdita di riservatezza dei dati personali protetti dal segreto professionale, una perdita finanziaria, un danno alla reputazione  e qualsiasi altro significativo svantaggio economico o sociale.

CHE INFORMAZIONI DEVE CONTENERE LA NOTIFICA AL GARANTE?
La notifica deve contenere le informazioni previste all’art. 33, par. 3 del Regolamento (UE) 2016/679 e indicate nell’allegato al Provvedimento del Garante del 30 luglio 2019 sulla notifica delle violazioni dei dati personali (doc. web n. 9126951).
Qualora si utilizzi per la notifica il modello allegato al provvedimento, è necessario scaricarlo sul proprio dispositivo e successivamente procedere alla sua compilazione.

COME INVIARE LA NOTIFICA AL GARANTE?

La notifica deve essere inviata al Garante tramite posta elettronica all’indirizzo [email protected] e deve essere sottoscritta digitalmente (con firma elettronica qualificata/firma digitale) ovvero con firma autografa. In quest’ultimo caso la notifica deve essere presentata unitamente alla copia del documento d’identità del firmatario.
L’oggetto del messaggio deve contenere obbligatoriamente la dicitura “NOTIFICA VIOLAZIONE DATI PERSONALI” e opzionalmente la denominazione del titolare del trattamento.

LE AZIONI DEL GARANTE

Il Garante può prescrivere misure correttive (v. art. 58, paragrafo 2, del Regolamento UE 2016/679) nel caso sia rilevata una violazione delle disposizioni del Regolamento stesso, anche per quanto riguarda l’adeguatezza delle misure di sicurezza tecniche e organizzative applicate ai dati oggetto di violazione. Sono previste sanzioni pecuniarie che possono arrivare fino a 10 milioni di Euro o, nel caso di imprese, fino al 2% del fatturato totale annuo mondiale.

LINEE GUIDA

Linee guida in materia di notifica delle violazioni di dati personali (data breach notification) – WP250, definite in base alle previsioni del Regolamento (UE) 2016/679


Fonte: garanteprivacy.it



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La sicurezza alimentare? Passa dalla blockchain. Ma solo 1 azienda su 10 utilizza le nuove tecnologie

Tre vittime accertate e oltre 200 persone colpite dalla listeriosi in Andalusia a causa di carne contaminata (“la mechada”, un prodotto tipico di questa regione della Spagna). E’ questo solo uno degli ultimi casi di violazione della sicurezza alimentare. Sotto accusa, nel caso specifico, alcuni strumenti (il carrello del forno e aghi da lardo) in uso all’azienda produttrice Magrudis, risultati positivi ai batteri Listeria monocytogenes. Se torniamo a luglio 2018, fu il caso di Findus ad agitare i sonni di qualche consumatore con la diffusione di un comunicato che allertava in via precauzionale di una “potenziale contaminazione da batterio Listeria di una partita di fagiolini utilizzati in minima parte all’interno di alcune confezioni”.

Quello delle infezioni legate al cibo è, dati alla mano, un (enorme) problema globale. Secondo una pubblicazione del 2018 dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, arriva al 10% la percentuale di persone che ogni anno si ammalano a causa di alimenti contaminati, con un numero di decessi che supera le 420mila unità (di cui 125mila bambini). Solo nel quarto trimestre dell’anno passato il segretariato dell’Oms responsabile della sicurezza alimentare (Infosan) è stato attivato per 19 incidenti di sicurezza alimentare che hanno interessato 65 Paesi membri (di cui 29 in Europa). Le cause? Sono diverse le fasi della catena agroalimentare in cui è più probabile che si verifichi una contaminazione, partendo dalla produzione e dalle prime attività di trasformazione per arrivare al trasporto e alla distribuzione dei prodotti al consumatore finale.

Quello delle frodi alimentari, invece, è l’altra faccia di un problema che minaccia non solo la salute delle persone ma anche le eccellenze enogastronomiche e in particolare i prodotti contrassegnati dalle denominazioni di origine (Dop, Igp e via dicendo): secondo i dati raccolti dall’Icqrf (Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi), sono migliaia e migliaia le tonnellate di prodotti “falsi” sequestrati ogni anno. La soluzione? Non sono pochi gli esperti in materia tecnologica e legale a vedere nella blockchain, la tecnologia dei registri inviolabili e distribuiti, la strada maestra per garantire in modo certificato trasparenza e tracciabilità di un determinato prodotto lungo l’intera sua filiera, rafforzando la fiducia tra produttori e consumatori (che possono accedere, al pari delle autorità competenti, alle informazioni crittografate nella rete tramite smartphone, leggendo l’etichetta intelligente applicata alla confezione) e riducendo ai minimi termini il rischio di contraffazioni.

Le tecnologie come soluzione 
Un’indagine condotta da Dnv GL Business Assurance e The Global Food Safety Initiative tra novembre e dicembre 2018 su oltre 1.600 specialisti di aziende Food & Beverage in Europa, Nord America, Centro-Sud America e Asia ha fatto luce su alcuni aspetti dell’approccio alla sicurezza alimentare degli operatori del settore, confermando in primis come l’importanza delle nuove tecnologie digitali in merito alla questione sia ben percepita. Per contro molte di queste imprese non hanno ancora compreso del tutto come applicare soluzioni avanzate per ridurre gli effetti del fenomeno. Soltanto un’azienda su dieci, recita infatti lo studio, utilizza già oggi le nuove tecnologie per garantire la sicurezza alimentare e da qui a tre anni si prevede che il rapporto salga a quasi 4 su 10. Sensori e beacon (piccoli dispositivi che abilitano connettività senza fili a breve distanza) sono nello specifico le tecnologie digitali oggi più diffuse (oggi arriviamo al 44%, fra tre anni si salirà al 56%) e subito dopo c’è la blockchain (attualmente al 15% e con una proiezione di arrivare al 40% fra tre anni). A intuire il valore della catena dei blocchi su cui si appoggiano le principali criptovalute sono soprattutto le aziende asiatiche, con oltre la metà delle quali che prevede di utilizzare questa tecnologia nel prossimo futuro. Più in generale, la limitata chiarezza sul tema si ripercuote sulle decisioni d’investimento: più di un quarto delle imprese intervistate dichiara infatti di non sapere quanto investirà in soluzioni digitali nei prossimi 12-18 mesi, mentre il 14% risponde che non effettuerà alcun investimento.

Serve fare sistema per sfruttare il potenziale del digitale
Sebbene il digitale e la stessa blockchain abbiano già trasformato molti settori, specialmente nel mondo retail – questa l’osservazione di Luca Crisciotti, Ceo di Dnv GL – Business Assurance -, l’indagine suggerisce che per molte aziende queste tecnologie devono ancora passare dall’essere oggetto di discussioni teoriche a possibilità di applicazione concreta. La speranza per un cambio di passo è comunque realistica e lo è soprattutto se le principali motivazioni che spingono oggi a implementare soluzioni per la sicurezza alimentare saranno ulteriormente condivise. Al momento sono viste come priorità (e al contempo una preoccupazione) la salvaguardia della salute dei consumatori (voce citata nell’88% dei casi) e la conformità alle normative in materia (69%). Seguono le esigenze/richieste dei clienti consumatori, indicate dal 61% del campione.


Fonte: www.ilsole24ore.com



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Siri non origlierà più le nostre conversazioni, Apple annuncia modifiche alla privacy

Apple chiede pubblicamente scusa e prova a voltare pagina, annunciando cambiamenti radicali nelle policy della privacy del suo assistente digitale Siri. Nelle scorse settimane è infatti emerso in sequenza che tutte le maggiori aziende hi-tech “spiavano” in qualche modo i propri utenti, da Amazon a Google, da Microsoft a Facebook, passando appunto per Apple, ma bisogna riconoscere all’azienda di Cupertino di essere stata, fino ad ora, l’unica ad ammettere pubblicamente le proprie colpe e correre ai ripari in maniera più convincente e, soprattutto, tempestiva.

I cambiamenti saranno drastici. Anzitutto, per impostazione predefinita, Apple non conserverà più le registrazioni audio delle interazioni con Siri, ma continuerà a usare le trascrizioni generate dal computer per aiutare l’assistente digitale a migliorare. ‎

In secondo luogo, agli utenti sarà data una scelta di tipo opt-in per aiutare Siri a migliorare imparando dai campioni audio delle loro richieste, con possibilità di rinunciare in qualsiasi momento. ‎Infine quando i clienti acconsentiranno esplicitamente, solo i dipendenti Apple potranno ascoltare campioni audio delle interazioni di Siri, sarà eliminato quindi qualsiasi ricorso a operatori umani di terze parti. Il team Apple inoltre eliminerà qualsiasi registrazione ritenuta un’attivazione involontaria di Siri.

Stando a quanto affermato da Apple nel proprio comunicato, ‎l’azienda prevede di riprendere la classificazione delle registrazioni Siri in base a queste nuove policy a partire da questo autunno, a seguito di un aggiornamento software che aggiungerà la nuova opzione opt-in ai suoi dispositivi. Nel frattempo ‎‎sia la registrazioni non rispondenti alle nuove direttive, sia le successive classificazioni sono state annullate.


Fonte: www.tomshw.it



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Listeriosi, colpito turista britannico Primo caso fuori dalla Spagna

Si conta la terza vittima causata dall’epidemia di listeriosi scoppiata in Andalusia a causa di carne contaminata. Si tratta di una donna di 74 anni, con patologie pregresse, morta martedì all’ospedale di Siviglia che si aggiunge a altri due precedenti decessi: una donna di 90 anni e un uomo di 74, entrambi già malati e con il sistema immunitario compromesso. Intanto i contagi avrebbero varcato i confini nazionali. Fernando Simón, direttore del Centro di coordinamento di allerta ed emergenze sanitarie ha parlato di un turista britannico che si sarebbe infettato in Andalusia consumando carne contaminata commercializzata con marca «La mecha». L’uomo si è poi trasferito in Francia, dove gli è stata diagnosticata la legionellosi, ed è rimasto ricoverato diversi giorni in ospedale prima di fare ritorno in Gran Bretagna. Si attendono le conferme delle controanalisi.

L’epidemia rallenta

La buona notizia è che il focolaio di listeriosi registrato nel Paese inizia ad avere una battuta d’arresto. Nella giornata di ieri è stato confermato un solo nuovo caso in Andalusia, la comunità più colpita, portando il numero a 193. «Stiamo entrando in una nuova fase di flessione in cui ci saranno meno casi- evidenzia il portavoce del gruppo di monitoraggio delle epidemie del Ministero della Salute andaluso, il dottor José Miguel Cisneros- anche se ci sarà un trascinamento tra settembre e ottobre».

Gli aborti

Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero della Salute di Madrid, la maggior parte dei ricoveri per casi di listeria si è verificato in Andalusia, per un totale di 108 pazienti, tra cui figurano 34 donne in gravidanza e quattro pazienti in terapia intensiva. Secondo quanto riferito da El Pais, come rivelato dal ministro José Miguel Cisneros, sotto inchiesta ci sono anche due aborti. Uno riguarda una donna incinta ricoverata all’ospedale Virgen de la Macarena di Siviglia, avvenuto a causa dell’infezione continua, mentre l’altro è ancora in fase di studio.

Attrezzi contaminati

A scatenare l’epidemia sembrerebbe un prodotto tipico, la «carne mechada». Il carrello del forno utilizzato presso la società con sede a Siviglia al centro dell’epidemia, Magrudis, è risultato positivo ai batteri Listeria monocytogenes e nei giorni scorsi era emerso che anche i test effettuati sugli aghi da lardo utilizzati da Magrudis per produrre la «carne mechada» hanno dato risultati positivi per la presenza di batteri.

La listeriosi

La listeriosi è una malattia causata dal batterio della listeria monocytogenes, che può essere presente in molti alimenti crudi, dal momento che abita comunemente nell’acqua e nel terreno, e può contaminare facilmente verdure e animali selvatici, bestiame, pesci e crostacei. Tra i sintomi, ci sono nausea, vomito e diarrea, a quelli più gravi e simili ai disturbi neurologici come meningite o encefalite e potenzialmente letali che comprendono forti mal di testa, febbre, dolori muscolari e torcicollo rigido. Può avere effetti letali soprattutto su soggetti a rischio, perché deboli o affetti da pregresse patologie.


Fonte: www.corriere.it



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Vampata di fuoco sull’operaio, collega eroe lo strappa alle fiamme ma ne viene investito

Un operaio è rimasto ferito in modo gravissimo e altri due in modo più lieve in seguito a un incidente sul lavoro avvenuto questo pomeriggio, 27 agosto, in una azienda di Maniago, la Recycla.  Secondo una prima ricostruzione, un operaio specializzato stava lavorando, utilizzando un respiratore, in un macchinario quando all’ improvviso c’è stata una vampata ed in pochi secondi è divampato un incendio. Avendo notato che l’operaio rischiava di essere avvolto dalle fiamme, un collega è intervenuto per metterlo in salvo ma è stato a sua volta investito dall’ incendio riportando ustioni gravissime al tronco. È stato subito soccorso a sua volta e portato in elicottero all’ ospedale di Udine, dove è stato ricoverato.

Nell’incidente sono rimasti feriti con ustioni più lievi l’operaio che è stato salvato e un terzo collega che si trovava nei pressi ed è stato raggiunto dalle fiamme. Entrambi hanno riportato ustioni agli arti superiori e sono stati trasportati in ambulanza all’ospedale di Pordenone. L’incidente è avvenuto nell’azienda Recycla, che si occupa di rifiuti e ambiente e si trova nella zona produttiva di Maniago (Pordenone). Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco di Maniago e di Pordenone, un elicottero del 118, due ambulanze e gli ispettori dell’azienda sanitaria locale. Le indagini per accertare le cause dell’incendio sono condotte dai carabinieri della locale stazione.


Fonte: ilgazzettino.it



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Ecco chi era il garante della privacy Giovanni Buttarelli

Giovanni Buttarelli è scomparso a Milano all’età di 62 anni. Era nato a Frascati il 24 giugno del ‘57. La sua importanza nella vita dei cittadini europei è stata inversamente proporzionata alla poca fama che aveva sul largo pubblico. Non aveva mai cercato visibilità, con coerenza: magistrato della Corte di Cassazione, era da cinque anni il Garante europeo per la protezione dei dati. Con questa carica, soprattutto dal 24 maggio 2018 quando era entrato in vigore il Gdpr, il Regolamento europeo sulla privacy, avrebbe potuto reclamare – come è ormai abitudine nell’era dell’autopromozione sui social network – il suo posto nella complessa e delicata battaglia per i diritti fondamentali della cittadinanza digitale. Ma lo avrebbe trovato poco elegante e incoerente.

Per lui la battaglia sui valori della privacy non era un campo scelto per fare carriera ma una passione legata ai suoi studi, fin da quando, laureatosi cum laude all’Universita La Sapienza di Roma, aveva fatto da assistente alla cattedra del Professor Franco Cordero. In questo lo possiamo definire senza fare torto a nessuno un visionario: aveva compreso prima degli altri, fin dalla fine degli anni Ottanta, che l’informatica avrebbe messo al centro del dibattito mondiale il tema dei dati personali e della privacy. Oggi, trenta anni dopo, la sua previsione si è avverata. Per questo ne era diventato uno dei massimi esperti mondiali, aveva partecipato a numerosi tavoli di lavoro in diverse sedi, ed era stato l’autore del disegno di legge sulla Privacy italiana del ‘96. Partecipando a un incontro al Corriere della Sera lo scorso maggio in concomitanza con il primo anno del Gdpr (un confronto al quale non si era sottratto anche se la malattia lo aveva già costretto all’immobilità) aveva rivendicato sempre con una rara eleganza solo due cose: l’importanza nella società della magistratura che definisce le norme (di cui aveva un rispetto religioso) in difesa dei valori.

E il fatto di avere avuto un ruolo fondamentale nel convincere il ceo di Apple, Tim Cook, a richiedere anche per gli Stati Uniti (nel pieno del dibattito sullo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica) un regolamento sulla falsariga di quello europeo. Aveva in animo da tempo di scrivere un libro non per mettere la firma sul lavoro svolto, ma per aumentare la sensibilità delle persone nei confronti delle battaglie civili sulla privacy. Dal 2016, dopo una lunga carriera accademica in varie Università, era diventato professore di informatica giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza della Luiss Guido Carli di Roma. Era stato nominato presso il comitato High Level Policy per il progetto europeo “Percezione pubblica della sicurezza e della privacy” dal Peace Institute di Oslo. Era un uomo coraggioso come aveva dimostrato in questi mesi di lotta alla malattia anche a chi lo conosceva poco e lo avrebbe voluto conoscere meglio.


Fonte: corriereinnovazione.corriere.it



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Incidenti sul lavoro: pulizia scintillante!

L’incendio di una macchina lavapavimenti causa l’ustione del lavoratore che la stava utilizzando: Perché è avvenuto l’infortunio? Come si sarebbe potuto evitare?

Pubblichiamo la storia di un incidente disponibile sul sito dell’ATS Brianza, che ha raccolto una serie di storiedi casi veri indagati, con la speranza che l’informazione su questi eventi contribuisca a ridurre la possibilità del ripetersi ancora di infortuni con le stesse dinamiche.

Pulizia scintillante!

Tipo di infortunio: Ustione

Lavorazione: Pulizia di un pavimento industriale

Descrizione infortunio:

Contesto:

Per preparare il fondo di un capannone industriale prima della resinatura, era necessario effettuare la pulizia del pavimento, intriso di olio sporco dalla precedente attività.

Per fare questa operazione veniva utilizzata dal titolare una macchina Lavasciuga marcata CE, unitamente a un prodotto detergente per macchine lavapavimenti professionali miscelato al 5% con acqua ed a un diluente nitro.

Dinamica incidente:

Il titolare versava sul pavimento prima il prodotto detergente, e poi sopra veniva versato il diluente, lasciava agire per un momento prima di passare la macchina con le spazzole e provvedere quindi alla successiva aspirazione dei liquidi sempre con l’utilizzo della macchina. Durante la fase di aspirazione la macchina “sfiammava” verso l’alto colpendo al corpo il titolare. La fiamma è scesa poi a terra facendo prendere fuoco al liquido sparso sul pavimento ed al contenitore del diluente.

Contatto:

Con le fiamme sviluppate dall’incendio.

Esito trauma:

  • Ustione di secondo grado in sedi multiple
  • 20 giorni complessivi di infortunio

Perché è avvenuto l’infortunio?

Determinanti dell’evento:

  • Il titolare utilizzava impropriamente un liquido altamente infiammabile con una macchina non idonea (non ATEX);
  • il normale calore prodotto dalla macchina faceva raggiungere il punto di infiammabilità (flash point) del diluente nitro, ovvero la temperatura minima alla quale si formano vapori in quantità tale che, in presenza di ossigeno e di innesco, si origina una combustione.

Criticità organizzative alla base dell’evento:

  • Mancata lettura dell’etichettatura e non conoscenza della scheda di sicurezza del diluente nitro che può sviluppare vapori infiammabili che possono esplodere se miscelati con aria ed in presenza di una sorgente di innesco;
  • Mancata lettura dei pittogrammi presenti sulla lavapavimenti e relativo libretto di uso e manutenzione, che vietavano l’uso dei solventi infiammabili;
  • valutazione del rischio non approfondita in relazione allo specifico intervento.

Come prevenire:

  • Utilizzare solo prodotti specifici per la pulizia dei pavimenti industriali;
  • se vengono utilizzati prodotti facilmente infiammabili o esplodenti,scegliere ed utilizzare macchine idonee. In commercio esistono lavapavimenti con certificazione ATEX;
  • verificare sempre la compatibilità tra le sostanze chimiche impiegate e le attrezzature utilizzate;
  • corretta valutazione del rischio e conseguente informazione e formazione sul rischio chimico ai lavoratori.

Fonte: puntosicuro.it



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Sicurezza alimentare, le regole per evitare il rischio di contaminazione per il ghiaccio

Scarsa igiene, mancanza di sanificazione dei macchinari, manipolazione impropria: sono diverse e numerose le cause della contaminazione del ghiaccio che finisce nei nostri bicchieri, a casa e fuori casa. Si tratta di un problema su cui, con l’arrivo dell’estate, diventa sempre più urgente intervenire, per prevenire ogni possibile ricaduta negativa sulla salute, soprattutto quella dei soggetti più deboli, come bambini e anziani. L’Istituto nazionale per il ghiaccio alimentare INGA – l’associazione che raccoglie le più importanti aziende nazionali produttrici di ghiaccio alimentare e che lavora per studiare, promuovere e diffondere una corretta informazione sul Ghiaccio Alimentare -, sottolinea l’importanza di attenersi a quelle poche e basilari regole per tutti coloro che producono o autoproducono ghiaccio alimentare che viene a diretto contatto con altri alimenti o lo stesso consumatore (vedi allegato sotto). Da una ricerca condotta da INGA, in collaborazione con l’assessorato alla Salute della Regione Sicilia e le Asp della Regione, è infatti emerso che circa 1 locale su 4 produce e utilizza ghiaccio non conforme alle normative,risultando contaminato per una mancanza di attenzione igienica nella fase della produzione, della conservazione e della manipolazione.

Per supportare al meglio gli esercenti che autoproducono ghiaccio, INGA ha attivato una stretta collaborazione con la Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) – una collaborazione di fondamentale importanza per assicurare la salubrità e l’igiene del ghiaccio alimentare. “Sebbene la situazione sia migliorata rispetto al passato, c’è ancora molta strada da fare. Un operatore su quattro non produce correttamente il ghiaccio alimentare” ha affermato Carlo Stucchi, Presidente INGA. “Il passo fondamentale è prevenire situazioni ad alto rischio di contaminazione attraverso un’educazione consapevole alla produzione e all’utilizzo del ghiaccio, che tuttora stenta ad essere considerato un alimento.”

Non tutti, infatti, sono consapevoli del fatto che il ghiaccio alimentare, che sia utilizzato come refrigerante (ad esempio nelle preparazioni culinarie) o come ingrediente, va considerato a tutti gli effetti un alimento – e quindi trattato prestando la massima attenzione a come viene prodotto, manipolato e conservato -, con il risultato che la tendenza generale è quella di sottovalutare il rispetto di norme e prassi igieniche. Il ghiaccio può essere infatti contaminato da diverse specie di batteri e agenti chimici a causa dell’utilizzo di acqua non pura e/o di carenze igieniche in fase di stoccaggio, manipolazione e utilizzo, con conseguenze per i consumatori che vanno da piccoli disturbi che possono colpire un individuo sano, a effetti ben più gravi se a consumare ghiaccio contaminato sono bambini, persone anziane o malate.

http://www.agipress.it/agipress-news/salute/alimentazione/sicurezza-alimentare-rischio-di-contaminazione-per-il-ghiaccio.html


Fonte: agipress.it



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RLS: quali sono le competenze non tecniche necessarie?

Come ricordato in numerosi articoli e convegni, si avverte sempre di più, nella gestione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, la “necessità di andare oltre agli aspetti formali” e si sottolinea spesso in materia di sicurezza l’importanza delle “competenze comunicative, leadership, gestione dello stress, ecc”.

A presentare in questi termini queste necessità e a permetterci di analizzare il contributo delle competenze non tecniche nei profili di ruolo dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), è il seminario “Le competenze non tecniche a supporto del ruolo del RLS”, che, organizzato presso il “ Centro per la Cultura della Prevenzione nei luoghi di lavoro e di vita” di Milano, si è tenuto il 27 marzo 2019.

Ricordiamo, a questo proposito, che con le competenze non tecniche (NTS) si intendono ad esempio abilità cognitive, comportamentali e interpersonali complementari alle competenze di carattere tecnico.

La partecipazione e il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

Nell’intervento “Le competenze non tecniche collegate alle attribuzioni del RLS dettate dall’art.50”, a cura di Augusto Piazza (Consulente Sportello Ambiente e Sicurezza per RLS – Lecco) si ricorda che l’obiettivo del Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro ( D.Lgs. 81/2008) non è la “sola messa a norma” ma è il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori, anche attraverso la creazione di un “sistema di gestione permanente e organico”.

E il sistema di gestione si basa su:

  • “precise responsabilità del datore di lavoro
  • competenze e ruoli precisi
  • una completa valutazione dei rischi e conseguente…
  • programma di prevenzione e protezione
  • partecipazione dei lavoratori”.

La partecipazione avviene poi anche attraverso:

  • “informazione
  • formazione
  • rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS)”.

Le condizioni per la rappresentanza dell’RLS

La relazione si sofferma poi sulle condizioni per la rappresentanza dell’RLS.

Che cosa ha in mente un RLS quando si pone domande sulla propria “Condizione per la rappresentanza”:

  • quali conoscenze devo avere?
  • quali attitudini è meglio possedere?
  • chi mi dà una legittimazione del mio ruolo?
  • quali responsabilità ho come RLS?
  • quali poteri ho come RLS?

La consapevolezza situazionale degli RLS

La relazione si sofferma poi sul tema della consapevolezza situazionale, sulla capacità di raccogliere le informazioni e di interpretarle correttamente. E dunque anche di anticipare gli scenari futuri.

Si indica che essere consapevoli per un RLS “deriva certamente da una serie di conoscenze o competenze tecniche, ma anche da competenze non tecniche come:

  • le attitudini
  • le modalità di rapporto con gli altri
  • saper individuare le persone e gli eventi chiave

Competenze “da ‘giocare’ nei diversi momenti di consultazione che l’art. 50 prevede, specie la riunione periodica.

Riprendiamo dal Testo Unico, riguardo al ruolo dell’RLS, il primo comma dell’articolo 50:

Articolo 50 – Attribuzioni del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

1. Fatto salvo quanto stabilito in sede di contrattazione collettiva, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza:

a) accede ai luoghi di lavoro in cui si svolgono le lavorazioni;

b) è consultato preventivamente e tempestivamente in ordine alla valutazione dei rischi, alla individuazione, programmazione, realizzazione e verifica della prevenzione nella azienda o unità produttiva;

c) è consultato sulla designazione del responsabile e degli addetti al servizio di prevenzione, alla attività di prevenzione incendi, al primo soccorso, alla evacuazione dei luoghi di lavoro e del medico competente;

d) è consultato in merito all’organizzazione della formazione di cui all’articolo 37;

e) riceve le informazioni e la documentazione aziendale inerente alla valutazione dei rischi e le misure di prevenzione relative, nonché quelle inerenti alle sostanze ed alle miscele pericolose59, alle macchine, agli impianti, alla organizzazione e agli ambienti di lavoro, agli infortuni ed alle malattie professionali;

f) riceve le informazioni provenienti dai servizi di vigilanza;

g) riceve una formazione adeguata e, comunque, non inferiore a quella prevista dall’articolo 37;

h) promuove l’elaborazione, l’individuazione e l’attuazione delle misure di prevenzione idonee a tutelare la salute e l’integrità fisica dei lavoratori;

i) formula osservazioni in occasione di visite e verifiche effettuate dalle autorità competenti, dalle quali è, di norma, sentito;

l) partecipa alla riunione periodica di cui all’articolo 35;

m) fa proposte in merito alla attività di prevenzione;

n) avverte il responsabile della azienda dei rischi individuati nel corso della sua attività;

o) può fare ricorso alle autorità competenti qualora ritenga che le misure di prevenzione e protezione dai rischi adottate dal datore di lavoro o dai dirigenti e i mezzi impiegati per attuarle non siano idonei a garantire la sicurezza e la salute durante il lavoro.

(…)

Il RLS – continua il relatore – “deve saper comunicare e quindi:

  • Ascoltare gli altri
  • Esprimere giudizi costruttivi
  • Chiedere spiegazioni
  • Sottolineare le proprie convinzioni
  • Soffermarsi anche qui sul fattore umano”.

Inoltre il RLS “deve saper leggere il contesto, ma deve anche aiutare gli attori con lui coinvolti nelle attività di prevenzione (RSPP, MC DDL) a soffermarsi sul fattore umano e sulla difficoltà che l’uomo ha nella percezione del rischio e sulla poco diffusa capacità di saper cogliere i segnali forti e deboli di un contesto”.

Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, sempre con riferimento a quanto richiesto dall’articolo 50, deve poi “saper lavorare in squadra (Teamwork), prima di tutto con RSPP, ma scambiare informazioni con i lavoratori ed i preposti, e provare a coordinare sia le attività di segnalazione che quelle volte alla prevenzione”.

Da questo punto di vista è importante formalizzare con il SPP “il coinvolgimento anche dell’RLS nell’analisi degli Infortuni e dei mancati infortuni”.

Dopo un infortunio è bene “proporre sempre questa domanda: ‘si è fatto male Pinco Pallino, se al suo posto ci fossero stati Tizio o Caio si sarebbero fatti male anche loro?’”

Infine l’articolo 20 sugli obblighi dei lavoratori alle lettera e) indica che è ‘un preciso obbligo segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze dei mezzi e dei dispositivi (…) nonché qualsiasi eventuale condizione di pericolo (…) dandone notizia al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza’.

E dunque, conclude il relatore, “le competenze da sviluppare per la concreta applicazione di questo obbligo riguardano anche le capacità di agire nei (e sui) sistemi di comunicazione organizzativa, nonché sui significati attribuiti nelle diverse organizzazioni e ai diversi gradini della gerarchia aziendale”.

Infatti si fa presto a dire che “c’è l’obbligo di ‘segnalare immediatamente’, ma occorre avere consapevolezza delle implicazioni che questo obbligo comporta riguardo a:

  • i sistemi di comunicazione esistenti in azienda
  • i decisori
  • il gradimento che i decisori potranno mostrare una volta informati delle ‘deficienze’”.

Fonte: puntosicuro.it



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Come avvengono gli infortuni nel settore della navigazione marittima?

Il settore della navigazione e della pesca marittima può essere considerato un settore di piccole dimensioni ma, per l’Italia – un paese che è “circondato da oltre 7.000 km di coste marine” ed è impegnato “ad alleggerire il congestionamento della rete stradale, attraverso lo sviluppo dei collegamenti marittimi per il trasporto delle merci” – è un settore di fondamentale importanza.

In questo settore quale è la frequenza infortunistica? Quali sono le malattie professionali più diffuse? E quali sono gli infortuni più diffusi?

A occuparsi di questo tema e a fornire alcuni dati sugli eventi lesivi del settore della navigazione e della pesca marittima è un intervento tratto dalla pubblicazione Inail “Sfide e cambiamenti per la salute e la sicurezza sul lavoro nell’era digitale” che raccoglie gli atti dell’omonimo seminario di aggiornamento dei professionisti Contarp, Csa (Consulenza statistico attuariale) e Cit (Consulenza per l’innovazione tecnologica) dell’Inail che si è tenuto a Firenze dal 23 al 25 ottobre 2018.

Gli infortuni nella navigazione marittima

L’intervento – dal titolo “Il settore della navigazione marittima: infortuni sul lavoro e malattie professionali” e a cura di R. Bencini (Inail, Direzione generale, Contarp) – ricorda innanzitutto la specificità dell’attività lavorativa svolta dagli addetti del settore.

Un’attività talmente specifica “da non poter essere paragonata a nessun’altra occupazione, in primo luogo per l’ambiente in cui viene svolta: la nave”.

E la nave spesso diventa anche “luogo di abitazione per lunghi periodi; l’esposizione al rischio di infortunio/tecnopatia viene, quindi, estesa ben oltre la conclusione del turno di lavoro”.

L’intervento riporta poi alcune informazioni sui dati infortunistici Inail (aggiornati al 30 aprile 2018) e sottolinea che le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail per eventi avvenuti nel quinquennio 2013-2017 nel settore “sono in media 873 l’anno”.

In particolare tra gli infortuni riconosciuti, “quelli in itinere rappresentano poco più del 3%, in quanto, soprattutto per alcuni tipi di imbarco, gli spostamenti casa – lavoro sono ridotti al minimo”. E, comunque, gli infortuni “si concentrano per quasi l’84% nelle tre categorie con maggiore occupazione”:

  • trasporto passeggeri (categoria comprensiva degli infortuni dei concessionari di bordo, cioè del personale dedicato ai servizi supplementari di bordo, quali attività commerciali o ricreative a bordo delle navi da crociera),
  • trasporto merci,
  • pesca.

Veniamo agli infortuni mortali che nel quinquennio “sono in tutto 27. Si tratta di casi poco frequenti, concentrati soprattutto nella pesca”.

Se, infatti, “con riferimento al complesso degli infortuni, gli eventi lesivi della pesca costituiscono il 17% del totale”, con riferimento ai soli infortuni mortali, “gli eventi della pesca rappresentano oltre il 44%”. E questi accadono “a volte in seguito all’affondamento dell’imbarcazione per condizioni meteorologiche avverse, collisioni, difficoltà nell’utilizzo delle reti (incagliamento delle reti, sbilanciamento del mezzo dovuto al peso del carico)”.

Gli infortunati e le considerazioni di genere

Rimandando alla lettura integrale dell’intervento facciamo qualche breve cenno su quanto indicato a proposito della tipologia degli infortunati.

S indica che gli infortunati “sono in prevalenza lavoratori di sesso maschile”.

Infatti gli infortunati di sesso maschile, “rappresentano una percentuale molto alta del totale, pari al 96,2%”: la presenza femminile nel settore della navigazione, “analogamente a quanto accade a livello internazionale, è ancora molto bassa”. E le poche donne sono principalmente – come indicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) – “presenti soprattutto nei servizi alberghieri delle navi da crociera”.

Tuttavia la stima dell’ILO varia da paese a paese: si passa “dal 10% delle donne occupate nel settore nei paesi scandinavi, all’8,3% nel Regno Unito, al 4,2% in Germania, fino all’1,2% in Italia”.

Le tipologie di infortunio e le malattie professionali

L’intervento ricorda che la nave, come ambiente di lavoro, “presenta rischi specifici ai quali è esposto il lavoratore, quali pavimentazioni scivolose, vibrazioni, rumorosità”. E, tra l’altro, la rumorosità, oltre a esporre al rischio di malattia professionale, “può comportare problemi di comunicazione tra colleghi, aumentando il rischio di infortunio”.

Le analisi degli infortuni hanno poi evidenziato nel tempo “delle regolarità nel modo in cui si si distribuiscono gli eventi lesivi rispetto ad alcune variabili”.

Le modalità di accadimento più frequenti rilevate negli anni riguardano le scivolate e le cadute del lavoratore(“scivolamento/ inciampamento con caduta allo stesso livello, caduta dall’alto”).

E la predominanza degli scivolamenti/cadute “è rilevabile anche nelle statistiche pubblicate dalla European Maritime Safety Agency (Emsa) con riferimento agli infortuni di tipo lavorativo avvenuti tra il 2011 ed il 2016”.

L’intervento segnala poi “la maggiore rischiosità delle operazioni in mare aperto, in generale, ma soprattutto per il settore della pesca”.

Riprendiamo, in conclusione, qualche indicazione sulle malattie professionali.

Si segnala che le malattie professionali “denunciate all’Inail con anno di protocollo 2017 sono 616 e sono state contratte da 423 lavoratori” (si riportano anche i dati delle malattie riconosciute alla data del 30 aprile 2018).

E, confermando quanto indicato sul rischio rumore, “storicamente l’ipoacusia da rumore è stata la malattia professionale più frequente tra i marittimi, soprattutto per le qualifiche di macchina”.

Tuttavia con la revisione delle tabelle delle malattie professionali è stato facilitato il riconoscimento anche delle “malattie causate da vibrazioni meccaniche trasmesse al sistema mano-braccio, l’ernia discale lombare e le malattie da sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore e del ginocchio”.

Ora le malattie riconosciute “sono concentrate, per quasi il 62%, sul sistema osteomuscolare” e “seguono, con una percentuale molto più bassa, le malattie dell’orecchio” (circa il 15%).

A questo proposito l’intervento ricorda che “l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro segnala le malattie del sistema muscolo-scheletrico come le più diffuse in Europa tra quelle correlate all’attività lavorativa, individuando alcuni fattori che possono contribuire alla comparsa dei disturbi muscolo-scheletrici, ad esempio l’uso della forza, i movimenti ripetitivi, le posizioni scorrette e statiche, le vibrazioni, gli ambienti di lavoro freddi”. Ed, infatti, “alcune caratteristiche dell’ambiente di lavoro dei marittimi ed alcune specifiche attività svolte a bordo” riguardano i fattori elencati sopra.

Ad esempio riguardo alle vibrazioni, “tipiche delle imbarcazioni/navi”, si indica che “possono essere accentuate in condizioni atmosferiche difficili, agendo sull’equilibrio e portando il lavoratore ad assumere posture scorrette”. Mentre diverse attività lavorative “possono essere svolte in ambienti freddi, si pensi in particolare alle operazioni di ormeggio e disormeggio, a quelle legate alla pesca o a quelle svolte in celle frigorifere”. E chiaramente spesso l’attività lavorativa “prevede l’uso della forza, in particolare per la movimentazione di attrezzature e carichi”.

In definitiva, conclude l’intervento, il settore della navigazione marittima merita, “per le peculiarità dell’ambiente e della tipologia di lavoro”, futuri studi specifici sui rischi di infortunio e malattia professionale.


Fonte: puntosicuro.it



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WhatsApp, finta applicazione scaricata un milione di volte su Android

E’ stata scaricata oltre un milione di volte prima che Google la rimuovesse. I proprietari di dispositivi Android credevano si trattasse dell’applicazione WhatsApp, invece era una versione fasulla, un ricettacolo di pubblicità capace di indirizzare l’utente verso siti pericolosi su cui si rischia di scaricare virus e altri tipi di malware.

Secondo quanto riferito dal sito The Hacker News, l’applicazione falsa è apparsa come molto simile all’originale: si chiama “Update WhatsApp Messenger” ed è stata pubblicata da “WhatsApp Inc.”, lo stesso nome dello sviluppatore della app originale. L’unica differenza è uno spazio bianco alla fine del nome, invisibile agli utenti.

La fake app è stata pubblicata sul Google Play Store giovedì 2 novembre, ed eliminata il giorno seguente. Non è la prima volta che i cybercriminali provano a sfruttare la popolarità di alcune app creandone una versione fake. Agli inizi di ottobre l’esperto di sicurezza Nikolaos Chrysaidos aveva messo in guardia su una versione fasulla di Messenger che era stata scaricata oltre 10 milioni di volte.


Fonte: tgcom24.mediaset.it



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Dati in cambio di soldi: il Garante privacy porta la questione in Europa. Sotto la lente dell’Autorità la app “Weople”

Con una lettera a firma del Presidente Antonello Soro, l’Autorità Garante per la privacy ha posto all’attenzione del Comitato europeo per la protezione dei dati personali (Edpb) la questione relativa a “Weople”, l’app che promette ai propri iscritti una remunerazione in cambio della cessione dei loro dati personali.

A partire dai primi mesi del 2019 sono state diverse le segnalazioni giunte all’Autorità da parte di imprese della grande distribuzione che lamentavano di aver ricevuto da parte di “Weople” numerosissime richieste di trasferire alla piattaforma dati personali e di consumo registrati nelle carte di fedeltà. L’impresa italiana, che gestisce la app e offre servizi di vario genere (offerte commerciali, analisti statistiche e di mercato), si propone infatti come intermediaria nel rapporto tra aziende e utenti chiedendo, su delega di questi ultimi, di ottenere le informazioni personali custodite presso grandi imprese allo scopo di riunirle all’interno della propria banca dati.

L’attenzione del Garante si è concentrata, in particolare, sulla corretta applicazione, da parte della società, del cosiddetto diritto alla “portabilità dei dati” introdotto dal nuovo Regolamento europeo, con l’ulteriore complicazione determinata dall’esercitare tale diritto mediante una delega e con il conseguente rischio di possibili duplicazioni delle banche dati oggetto di portabilità.

L’altro aspetto segnalato dal Garante nella lettera riguarda il delicato tema della “commerciabilità” dei dati, causata dall’attribuzione di un vero e proprio controvalore al dato personale.

Su entrambe le questioni, il Garante ha dunque chiesto al Comitato, che riunisce tutte le Autorità Garanti dell’Unione, di pronunciarsi.

L’attività di “Weople”, scrive il Garante, “può produrre effetti in più di uno Stato dell’Unione” in ragione delle richieste di portabilità che potranno essere avanzate e delle questioni relative alla “valorizzazione economica dei dati personali ed alla natura ‘pro-concorrenziale’ del diritto alla portabilità”.

Per questi motivi, pur essendo emerso in Italia, il caso della app impone, ad avviso del Garante, una riflessione generale che è più opportuno condividere con le altre Autorità di protezione dati.

Il Garante attenderà dunque il parere dell’Edpb per concludere l’istruttoria avviata sulla app.

Nel frattempo, i soggetti privati che riceveranno le richieste di portabilità dei dati da parte di “Weople” dovranno operare nel rispetto del principio di accountability stabilito dal Regolamento Ue e valutare se ottemperare alle richieste o motivare un eventuale rifiuto.

https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9126709


Fonte: garanteprivacy.it



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Nexi: Nessun attacco hacker o fuga di informazioni

Decine di migliaia di nominativi con codice fiscale, indirizzo di residenza e in qualche caso telefono cellulare sono state pubblicate dal pomeriggio di ieri, lunedì 29 luglio, su Pastebin, piattaforma di condivisione di frammenti di codice. L’intestazione era chiara: «Dati personali clienti Nexi Spa», con tanto di ironici saluti all’amministratore delegato Paolo Bertoluzzo e ad altri manager e un riferimento all’ufficio di via Montefeltro di Milano. Si sarebbe quindi trattato di un data leak o un data breach: furto e/o pubblicazione non autorizzata di dati riservati. Ai danni, in questo caso, di Nexi, società italiana di pagamento che gestisce 41,3 milioni di carte e 1,4 milioni di Pos, si è quotata a Piazza Affari poco più di tre mesi fa e ieri ha chiuso il primo semestre dell’anno oltre le attese degli analisti con ricavi da 467,3 milioni di euro. La tempistica ha subito fatto pensare a un tentativo di mettere in difficoltà il titolo e l’azienda ha contattato la Polizia postale per verificare la corrispondenza fra il materiale pubblicato, le informazioni dei suoi clienti e quanto presente nei suoi database.

Martedì mattina tutti i dati risultano rimossi da Pastebin e, secondo quanto comunicato da Nexi in una nota inviata al Corriere, non è stata rilevata alcuna violazione dei sistemi informatici o compromissione dei dati relativi alle carte gestite dal marchio. Inoltre, in molti casi le informazioni anagrafiche dei 18 mila utenti coinvolti non trovano corrispondenza con quelle presenti sui sistemi Nexi. Questo cosa vuol dire? Facendo capo al gruppo nato nel 2017 dalla fusione di Icbpi e CartaSi circa il 70 per cento delle carte di credito italiane, in qualsiasi lista di intestatari di un numero di telefono o clienti di un’azienda si troverebbe una percentuale alta dei suoi, ma nel caso specifico molte delle corrispondenze non sono aggiornate. Quindi? Stando a quanto dichiara Nexi, che tiene a sottolineare come non sia comunque trapelata alcuna informazione di natura finanziaria, non c’è stata alcuna violazione dei suoi sistemi e la lista non era presente nei suoi database, quantomeno in questa forma. Nulla, però, per ora esclude che risalga a qualche anno fa. Se nelle prossime ore o giorni la società dovesse rendersi conto di qualsiasi tipo di attacco o fuga di dati reali sarebbe obbligata a notificarlo entro 72 ore al Garante per la privacy e agli utenti coinvolti.

Più problematica la situazione di Capital One, banca della Virginia e quinto gestore americano di carte di credito, che lunedì ha comunicato di essere stata vittima di un attacco hacker che ha consentito il furto di dati di circa 100 milioni di persone negli Stati Uniti e 6 milioni in Canada. Per ora non è stata commessa alcuna frode. L’Fbi ha già arrestato una donna di 33 anni, Paige Thompson, ex dipendente di Amazon Web Services.

https://www.corriere.it/economia/consumi/19_luglio_30/nexi-caso-dati-clienti-pubblicati-rete-societa-nessun-attacco-hacker-o-fuga-informazioni-994f0b8a-b2a2-11e9-836f-760707711764.shtml


Fonte: corriere.it



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Packaging alimentare, uno studio europeo: “Trovate sostanze pericolose, Ue stabilisca nuovi limiti”

Capsule del caffè, tovagliolini colorati, borse di carta per il pane e forme per i muffin: siamo abituati a pensare che gli involucri del cibo siano sicuri al 100% per la nostra salute ma diversi studi dimostrano che non sempre è così.

L’ultima indagine (questo il rapporto finale), condotta da quattro associazioni di consumatori europee (tra le quali l’italiana Altroconsumo) è appena uscita e i risultati sono poco incoraggianti: dei 76 campioni analizzati, uno su sei contiene ammine aromatiche primarie (si sospetta che alcune di queste sostanze possano provocare il cancro); tutti contengono filtri UV (contenuti in inchiostri e smalti, anch’essi sospettati di essere cancerogeni oltre che interferenti endocrini) e in 21 casi su 76 è stato dimostrato che possono trasferirsi al cibo contenuto nell’involucro.

Quello che più preoccupa è che la maggior parte delle sostanze rilevate non è mai stata valutata dall’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, perché ne stabilisca eventualmente un limite per la tutela dei consumatori. In particolare, gli inchiostri utilizzati per colorare gli involucri rappresentano un mondo pressoché sconosciuto: secondo il rapporto del Beuc sono circa 5000 le sostanze usate per produrli, ma nel 90% dei casi ci sono dati tossicologici insufficienti. “Significa che, ad oggi, non è possibile stabilire in modo esauriente se sono pericolosi o no per l’uomo” spiega il rapporto.

“Questi studi dimostrano che il packaging alimentare di carta e cartone non è sicuro come sembra” è il commento di Monique Goyens, direttrice generale del Beuc, l’organizzazione che riunisce le principali associazioni di consumatori europee, che continua: “Per proteggere la salute dei cittadini è necessario che l’Unione Europea stabilisca regole ferree. È preoccupante che la carta, il secondo involucro alimentare più utilizzato dopo la plastica, venga utilizzata senza alcuna rete di sicurezza”.

Ogni stato membro è libero di legiferare in materia ma il risultato, sottolinea il Beuc, è una gran confusione. Alcuni Paesi lo hanno fatto ma a testimoniare la grande frammentazione c’è uno studio del Joint Research Centre, secondo il quale delle oltre 1700 sostanze regolate da questi nove stati, solo il 9% è presente nella legislazione di tre o più stati membri. La nuova Commissione Europea non si è ancora insediata ma è già pronto sul tavolo un nuovo scottante dossier.

https://www.repubblica.it/economia/diritti-e-consumi/diritti-consumatori/2019/07/28/news/packaging_alimentare_uno_studio_europeo_trovate_sostanze_pericolose_ue_stabilisca_nuovi_limiti_-232075504/


Fonte: repubblica.it



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Gdpr: le prescrizioni del Garante per poter trattare categorie particolari di dati

Terminata la procedura di revisione alla luce del nuovo Regolamento europeo delle nove autorizzazioni generali rilasciate dal Garante privacy nel 2016 quando era in vigore la precedente normativa.  A conclusione della consultazione pubblica avviata lo scorso dicembre, l’Autorità ha adottato un provvedimento, in corso di pubblicazione sulla G.U., che contiene gli obblighi che dovranno essere rispettati da un numero elevato di soggetti, pubblici e privati, in diversi settori per poter trattare particolari categorie di dati personali, come quelli legati alla salute, alle opinioni politiche, all’etnia, all’orientamento sessuale. Le prescrizioni riguardano infatti il trattamento di queste categorie particolari di dati nei rapporti di lavoro; il trattamento degli stessi dati da parte degli organismi di tipo associativo, delle fondazioni, delle chiese e associazioni o comunità religiose, cosi come da parte degli investigatori privati; nonché il trattamento dei dati genetici e il trattamento effettuato per scopi di ricerca scientifica.

Il provvedimento, adottato in base al decreto legislativo n.101 del 2018 che ha adeguato la normativa nazionale al Regolamento Ue, tiene conto dei contributi maggiormente significativi e pertinenti inviati dai partecipanti alla consultazione.

Nello stesso provvedimento l’Autorità ha precisato che l’autorizzazione generale sul trattamento dei dati giudiziari da parte di privati, enti pubblici economici e soggetti pubblici cessa di produrre i propri effetti non rientrando tra le situazioni di trattamento richiamate dell’art. 21 del dlgs. n.101/2018.

Viene chiarito, inoltre, che le autorizzazioni generali n. 2, 4 e 5 – riguardanti rispettivamente il trattamento dei dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, il trattamento dei dati sensibili da parte dei liberi professionisti e il trattamento dei dati sensibili da parte di diverse categorie di titolari – cessano anche esse di produrre i propri effetti in quanto prive di specifiche prescrizioni.


Fonte: garanteprivacy.it



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I dati anonimi non sono sufficienti a proteggere la privacy, risalire agli utenti è facilissimo

Il GDPR, tra le tante cose, ha stabilito anche che i dati sensibili raccolti dai siti o dalle app devono essere conservati in forma anonima. Una certezza in meno per chi ci tiene alla propria privacy, o almeno così si pensava fino a poco tempo fa. Alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra ha infatti da poco pubblicato i risultati di una ricerca che dimostra quanto sia facile, utilizzando un’IA collegare nuovamente i dati anonimizzati agli utenti corrispondenti.

In teoria l’anonimizzazione utilizza alcune tecniche come ad esempio lo stripping, in cui i dati stessi vengono fatti a pezzi e poi archiviati dopo averne mescolato i pezzi. Per ricomporre il tutto dunque è necessaria la chiave di cifratura, senza la quale, si pensava, il puzzle non può essere ricomposto. Invece la ricerca dimostra che, utilizzando tecniche di machine learning, è possibile ricostruire l’identità dell’utente, a partire da campioni privi di senso dei dati stessi, in una sorta di processo di retro engineering. Addirittura nello studio è stato possibile ricostruire l’identità del 99,8% degli utenti statunitensi, partendo da sole quindici caratteristiche.

“Potrebbero esserci molte persone di sesso maschile che hanno trent’anni e vivono a New York City, molti meno sono nati il 5 gennaio, guidano un’auto sportiva rossa e vivono con due bambine e un cane”, ha spiegato a tal proposito Luc Rocher, uno degli autori dello studio. I ricercatori cioè hanno sviluppato un modello in grado di incrociare i dati disponibili, valutando le probabilità che ciascuna caratteristica ha di descrivere una persona specifica in mezzo a miliardi di altre. Del resto la normativa per la privacy impone l’anonimizzazione di dati come nome e indirizzo email, non del colore dell’auto e di altri dettagli, forse secondari ma che utilizzati nel modo giusto possono aiutare l’identificazione.

“Queste sono informazioni standard che le aziende possono chiedere. Sebbene siano vincolate dalle linee guida del GDPR, sono libere di circolare una volta anonimizzate”, ha commentato Yves-Alexandre de Montjoye, l’autore principale dello studio. “La nostra ricerca mostra quanto facilmente – e con precisione – gli individui possano essere rintracciati una volta che ciò sia accaduto. Le aziende e i governi hanno minimizzato il rischio di ri-identificazione, sostenendo che i set di dati che vendono sono sempre incompleti. I nostri risultati contraddicono questo, e dimostrano che qualcuno potrebbe facilmente e con precisione stimare la probabilità che i dati in loro possesso appartengano alla persona che stanno cercando”.

Si tratta di una grave falla, non solo e non tanto tecnologica, quanto proprio giuridica, perché lavorando su questa manchevolezza le aziende, ma anche hacker malintenzionati, potrebbero creare profili personali sempre più completi, o risalire agli individui dietro i dati. Una situazione pericolosa, a cui speriamo sarà presto posto rimedio.


Fonte: tomshw.it



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Facebook, multa da 5 miliardi di dollari per violazione della privacy

Una multa da 5 miliardi di dollari e una commissione indipendente sulla privacy che annulla la posizione di “controllo illimitato” di Mark Zuckerberg sulla privacy degli utenti.

La Federal Trade Commission statunitense ha annunciato, come già anticipato nei giorni scorsi, di aver trovato l’accordo con il social network che chiude il caso aperto nel marzo 2018 dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, quando la società aveva “impropriamente condiviso” i dati di 87 milioni di utenti del social network.

MULTA STORICA PER FACEBOOK – L’annuncio è stato dato prima della trimestrale del social network, che sarà diffusa a mercati statunitensi chiusi. L’accordo è stato approvato dalla FTC con i voti a favore dei tre membri repubblicani, e i due contrari dei membri democratici. Oltre alla multa, la più alta mai inflitta a una società informatica e che si aggiunge ai 100 milioni chiesti dalla Sec, l’autorità di borsa Usa, l’accordo prevede la creazione di una commissione indipendente che toglie al Ceo di Facebook il “controllo illimitato sulle decisioni riguardanti la privacy degli utenti”. Inoltre, è stato chiesta una maggiore supervisione sulle app di parti terze.

IL COMMENTO DI ZUCKERBERG – Abbiamo la responsabilità di proteggere la privacy delle persone. Lavoriamo già duramente per far fronte a questa responsabilità, ma ora stabiliremo uno standard completamente nuovo per il nostro settore”, si legge in un post di Zuckerberg. “Abbiamo deciso di pagare una multa storica, ma ancora più importante, apporteremo alcune importanti modifiche strutturali al modo in cui costruiamo i prodotti e gestiamo questa società”, ha aggiunto, sottolineando come i cambiamenti messi in cantiere “vanno al di là di quanto richiesto dalla attuale legge statunitense”.

REPUBBLICANI vs DEMOCRATICI – “La multa record è stata pensata per punire non solo violazioni future ma, cosa più importante, per cambiare l’intera cultura Facebook legata alla privacy, al fine di abbassare le probabilità di violazioni continue”, ha commentato Joe Simons, il presidente della Ftc.

Per Jody Hunt, del dipartimento della Giustizia, l’obiettivo è “proteggere i dati dei consumatori e garantire che le aziende di social media come Facebook non ingannino le persone sull’uso delle loro informazioni personali”.

Rohit Chopra, uno dei due membri democratici della FTC, non è invece soddisfatto. “Quando le società posso violare la legga, pagare multe salate ma continuare a essere in utile e a mantenere intatto il loro modello di utile, non si può cantare vittoria”, ha spiegato.


Fonte: quifinanza.it



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Isee precompilato: Garante, ok alla prima fase attuativa

Parere favorevole del Garante per la privacy sullo schema di decreto del Ministero del lavoro che disciplina le modalità di attuazione della prima fase di applicazione della Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) precompilata a fini Isee. La Dichiarazione precompilata è predisposta, su richiesta del cittadino, dall’Inps in collaborazione con l’Agenzia delle entrate e utilizza le informazioni presenti nel Catasto, negli archivi dell’Inps e nell’Anagrafe tributaria comprensive delle informazioni sui saldi e le giacenze medie del patrimonio mobiliare dei componenti del nucleo familiare.

Il dichiarante conserva comunque la possibilità di optare per la presentazione della Dsu non precompilata.

Nel dare il via libera, l’Autorità ha ritenuto che nello schema siano state individuate, nel rispetto dei principi di privacy by design e by default, idonee garanzie per i diritti e le libertà degli interessati, anche perché la nuova disciplina sull’Isee ha accolto le indicazioni fornite dall’Ufficio del Garante nell’ambito dei contatti intercorsi con il Ministero.

I contributi hanno riguardato l’introduzione di misure e accorgimenti volti a limitare i rischi di accessi ai dati non autorizzati o di trattamenti non consentiti o non conformi. A tutela degli interessati lo schema prevede la necessità di una delega specifica che i componenti maggiorenni del nucleo familiare devono rilasciare al dichiarante per consentirgli l’accesso alla Dsu precompilata. Altre garanzie riguardano i dati di riscontro da fornire all’Inps per accedere alla precompilazione dei dati dei rapporti finanziari e la riduzione al minimo delle informazioni da inserire nell’attestazione Isee nei casi di mancata dichiarazione di rapporti finanziari e di difformità dei valori mobiliari dichiarati. Sono previsti, inoltre, per i cittadini strumenti di controllo diretto sull’uso dei propri dati a fini Isee consultando, sui siti dell’Inps e dell’Agenzia delle entrate, i riferimenti di eventuali Dsu presentate a proprio nome.

Più in generale, in applicazione del Regolamento Ue, vengono disciplinate le modalità con cui tutti i cittadini, in ogni momento, possono inibire all’Inps e all’Agenzia delle entrate l’utilizzo dei loro dati nell’ambito delle dichiarazioni Isee, arginando così le possibilità di accessi indebiti da parte di terzi non autorizzati.

L’Autorità ha rinviato all’esame del successivo disciplinare tecnico, che definirà modalità di accesso alla Dsu precompilata, meccanismi di delega, e verifica sulle misure di sicurezza dei dati, i controlli sull’efficacia delle garanzie a tutela dei diritti e delle libertà degli interessati.

https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9124499


Fonte: garanteprivacy.it



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Firmato il nuovo contratto dei medici, era atteso da 10 anni: 200 euro di aumento medio mensile

È stato appena firmato all’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) il rinnovo del contratto dei medici e dirigenti del servizio sanitario nazionale, dopo un’attesa di 10 anni. Il contratto riguarda circa 130mila professionisti della sanità: “L’ipotesi di rinnovo, relativa al triennio 2016-18 – afferma il segretario Fp Cgil medici, Andrea Filippi – prevede un aumento medio pro capite di 200 euro al mese”.

L’ipotesi di rinnovo è stata firmata da tutti i sindacati medici, tranne la federazione Cimo-Anpo-Fesmed. Cimo, dopo l’Anaoo, è il secondo sindacato, insieme a Anpo e Fesmed rappresentano in particolare i primari, e contano sul tavolo della contrattazione il 22 per cento. In sostanza si può dire che il 78 per cento dei sindacati è stato favorevole all’accordo. Oggi a mezzogiorno a Roma, in via Torino presso la sede dell’Enpam, si terrà la conferenza stampa dei sindacati.

“Tutti i giovani che hanno maturato i 5 anni di anzianità – spiega Filippi – e che quindi avevano diritto a un incarico che da anni le aziende non riconoscevano loro, hanno ora il diritto ad ottenerlo con una retribuzione minima di 5500 euro contro quella di prima di 3500 euro”. “L’80 per cento dei medici – aggiunge – avrà un guadagno netto sulla retribuzione di posizione di 2000 euro”.

La notizia è stata data con enfasi su Twitter la Fp Cgil Nazionale. “Abbiamo raggiunto, dopo anni, risultati economici e normativi che segnano un solco con anni di assenza contrattuale”.

Per Filippi si tratta di “risultati economici e normativi importanti, dopo anni di assenza contrattuale”. Infatti, spiega, “sono state premiate le carriere gestionali e professionali ed è stato valorizzato finalmente il lavoro dei giovani neoassunti che prenderanno una retribuzione di posizione minima di 1.500 euro annui da subito. Un fatto storico mai accaduto prima”.

Ma sono anche altre le novità del contratto: ottenuti infatti “fondamentali risultati – afferma Filippi – anche per attenuare il forte disagio che i medici vivono nelle gravi carenze di organico. Per questo, sono state aumentate le indennità di guardia notturna da 50 a 100 euro, fino a 120 euro per chi lavora nei pronto soccorso”.

Inoltre, chi ha più di 62 anni, può chiedere di essere esonerato dalle guardie. Viene pure istituito un organismo paritetico, nuovo strumento di relazioni sindacali, con l’obiettivo di mettere al centro il benessere dei lavoratori, come sulle questioni – sottolinea Filippi – di salute e sicurezza, a partire dal tema dell’emergenza aggressioni al personale sanitario”.

La scheda: cosa prevede il nuovo contratto

Ecco i punti principali dell’intesa.

1) I medici e dirigenti con più di 5 anni di anzianità avranno la certezza di avere un incarico. Chiarito l’obbligo delle aziende di dare un incarico retribuito a tutti, anche a coloro che hanno lavorato a tempo determinato, con o senza soluzione di continuità.

2) La maggior parte dei medici con più di 5 anni di anzianità riceverà un aumento di 2.000 euro sulla retribuzione di posizione. Oltre all’aumento economico previsto per tutti i dipendenti pubblici, circa 30 mila medici passeranno da 3.600 euro a 5.500 euro di posizione.

3) Aumenta la parte fissa di tutte le posizioni gestionali e professionali, vengono storicizzati i fondi e le posizioni e aumenta la quota pensionabile.

4) I giovani medici neoassunti anche sotto i 5 anni avranno una retribuzione fissa di posizione. Come mai successo prima d’ora, passeranno subito da 0 a 1.500 euro annui.

5) Si stabiliscono quattro step di posizioni fisse per gli incarichi professionali, che salgono da un minimo di 5.500 euro a 6.500 fino a un massimo 11.000 o 12.500 annui.

6) Una clausola di garanzia assicura a tutti una retribuzione di posizione certa in base all’anzianità ed a prescindere dall’incarico. 5000 euro al passaggio dei 5 anni, 6000 al passaggio dei 15 anni e 7000 al passaggio dei 20 anni.

7) L’indennità di guardia notturna sale da 50 a 100 euro per notte, 120 euro per chi lavora in pronto soccorso. Dopo i 62 anni a richiesta si può essere esonerati dalle guardie.

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/07/24/news/firmato_nuovo_contratto_medici_dopo_10_anni_attesa-231874910/


Fonte: repubblica.it



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Marmellata con allergene: questi i lotti richiamati dai supermercati Conad

Ritirata la marmellata di amarene marchio Conad. Nella confettura extra sono state trovate tracce dell’allergene solfiti che non è dichiarato nell’etichetta del barattolo di vetro da 320 grammi.

I clienti sono invitati a consegnare al negozio in cui è avvenuto l’acquisto le confezioni del lotto Ean 8003170059733 lotto N19002133 in scadenza il  21 marzo 2021 e prodotto nello stabilimento di Menz & Gasser spa, Zona industriale di Novaledo (Trento).

I solfiti sono utilizzati per favorire la conservazione e contrastare i processi degenerativi degli alimenti. Sono impiegati soprattutto nei vini, ma anche in numerosi altri prodotti.

I solfiti rilasciano anidride solforosa, ovvero il componente attivo che favorisce la conservazione degli alimenti. L’anidride solforosa (SO2) è un irritante e provoca in soggetti sensibili una contrazione riflessa delle vie respiratorie.


Fonte: ilmessaggero.it



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Garante privacy: no spam ai possessori di carte fedeltà

Non è lecito l’invio di comunicazioni commerciali ai possessori di tessere fedeltà che non abbiano espresso uno specifico e libero consenso all’uso dei propri dati a fini di marketing. E’ quanto ribadito dal Garante Privacy in un provvedimento con cui ha imposto a un’importante catena di negozi una serie di misure per garantire il rispetto delle misure poste a tutela della privacy dei consumatori.

Il provvedimento è stato adottato in seguito alle violazioni segnalate da alcuni clienti e confermate da un’ispezione svolta dall’Autorità con l’ausilio del Nucleo speciale privacy della Guardia di Finanza, prima dell’applicazione del nuovo Regolamento UE sulla protezione dei dati personali (Gdpr), al termine della quale la stessa Guardia di Finanzia aveva provveduto a contestare direttamente in loco una sanzione amministrativa.

I clienti si erano lamentati per la continua e indesiderata ricezione in posta elettronica di offerte commerciali da parte dell’azienda di cui possedevano una carta fedeltà. Gli interessati avevano, peraltro, chiesto più volte alla società, sia telefonicamente, sia tramite procedure automatizzate, di cancellare il proprio indirizzo dalla mailing list pubblicitaria, ma senza ottenere alcun risultato.

Nel corso dell’istruttoria avviata dal Garante, l’impresa si è giustificata affermando di non essere stata in grado di bloccare l’invio di e-mail pubblicitarie per problemi connessi alle sue banche dati – contenenti dati di oltre dieci milioni di clienti – che, in quel periodo, erano in fase di migrazione verso un’unica piattaforma.

Dall’ispezione sono emersi ulteriori problemi relativi alla gestione dei dati personali dei clienti. E’ stato in particolare accertato che il consenso al trattamento dei dati per l’invio di comunicazioni commerciali – acquisito attraverso i vecchi moduli di adesione al programma fedeltà – non poteva essere ritenuto valido, poiché i clienti erano costretti a rilasciarlo per poter ottenere i servizi proposti con la carta fedeltà. Inoltre, il sistema informativo della società non era in grado di tracciare e gestire adeguatamente le richieste di esercizio dei diritti degli interessati, in particolare quello di opposizione al trattamento per finalità di marketing, e di interrompere, di conseguenza l’invio di spam.

Nel suo provvedimento, il Garante ha quindi prescritto misure per mettersi in regola con le nuove disposizioni in materia di protezione dei dati personali e, esercitando per la prima volta i nuovi poteri correttivi offerti dal Gdpr, ha “ammonito” la società a non utilizzare più, per finalità di marketing, i dati personali degli interessati, raccolti mediante i moduli relativi alla fidelity card contestata. Ha inoltre vietato l’utilizzo, per gli stessi fini, dei dati di qualunque interessato, in assenza di un comprovato consenso, libero e specifico. Alla società è stato ingiunto, infine, di implementare misure organizzative e tecniche adeguate per garantire la corretta gestione dei diritti degli interessati, assicurando anche il tracciamento puntuale delle richieste ricevute dalla clientela, e così poter comprovare il rispetto (accountability) degli adempimenti privacy.


Fonte: garanteprivacy.it



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Sicurezza informatica, il «Gdpr» fatica a decollare: sanzioni in ritardo e poche segnalazioni

Il Gdpr, General data protection regulation, è una pietra miliare nella sicurezza a livello informatico; una regolamentazione che il mondo riconosce come all’avanguardia e che fungerà da modello per le leggi in materia di protezione dei processi di trattamento dei dati in molte altre parti del mondo. Ma come sta andando la sua applicazione in Italia e in Europa? Il 29 maggio 2018, la data che segnava l’inizio della sua reale applicazione, è ormai passata da un pezzo e da allora le autorità sono state molto molto morbide nel comminare multe ed eseguire controlli. Un report di Dla Piper sugli incidenti informatici riportati e sulle multe comminate svela uno scenario ancora molto blando.

In Europa, fino a dicembre del 2018, sono state segnalate oltre 59mila infrazioni informatiche che hanno causato una perdita di dati, ma la distribuzione geografica lascia perplessi. Al primo posto per notifiche troviamo i Paesi Bassi con 15.400, al secondo posto la Germania con 12.600 e al terzo il Regno Unito con 10.600. Questi tre Paesi, da soli, rappresentano il 65% delle violazioni totali denunciate in Europa nel 2018. Il quarto posto, occupato dall’Irlanda, ne conta un terzo rispetto al Regno Unito. L’Italia, che sta a metà classifica, solo 610. È evidente che qualcosa non torna e abbiamo chiesto a chi lavora nel settore cosa ne pensa. «L’applicazione concreta del Gdpr, almeno in Italia, dopo un anno è molto a macchia di leopardo – dice Fabrizio Croce, Area director south Europe WatchGuard Technologies – molto più presente e applicata in aziende più strutturate ma sostanzialmente abbastanza ignorata nel nostro enorme tessuto delle Pmi e anche nella Pa». Più ottimista è Andrea Muzzi, Technical Manager F-Secure, che ha visto molta attenzione al tema, ma pone l’accento su aspetti tecnici e organizzativi gravi che rallentano la reale messa in opera delle misure di sicurezza. «Dalla nostra collaborazione con le aziende – dice Muzzi – vediamo come alcune stiano ancora lavorando su elementi di base e altre abbiano già iniziato lentamente gli audit di terze parti, i trasferimenti internazionali e un trattamento dei dati più complesso ed elaborato».

Una lentezza che può anche esser giustificata da una carenza dal punto di vista infrastrutturale interno. «Abbiamo ancora molte sfide – continua Muzzi – soprattutto a livello tecnico: molti sistemi, in particolare i sistemi legacy, non sono progettati per la privacy e non sono facilmente configurabili per minimizzare l’accesso ai dati. Questo richiederà forse una o due generazioni di sistemi prima di vedere un cambiamento».

Ma le aziende italiane potrebbero non avere tutto questo tempo a disposizione prima che il sistema di multe inizi a ingranare. Mentre nel 2018 sono state elevate solo 91multe per infrazioni al Gdpr, di cui solo una di grande entità (50 milioni di euro) comminata a Google dall’autorità francese, lo scenario per il 2019 sembra farsi molto più movimentato. In Italia, abbiamo visto già due multe: la prima per 16.000 euro comminata a un medico che ha usato i dati dei propri pazienti per fare propaganda politica e la seconda all’Associazione Rousseau, condannata a pagare 50.000 euro per la violazione al combinato disposto degli artt. 32 e 83, paragrafo 4, lettera a) del Regolamento UE 2016/679. E le cose non possono che farsi più “serie”.

Come scrive l’avvocato Giulio Coraggio, partner di Dla Piper, su Wired, quello che si è visto dal 25 maggio 2019 in poi è un deciso incremento del livello di dettaglio nelle richieste indirizzate dal Garante della Privacy alle aziende. Le liste di informazioni vengono definite “infinite” e soprattutto viene specificato che poi vengono davvero controllate con lo stato di fatto dell’azienda.

La stragrande maggioranza delle aziende, puntualizza sempre Coraggio, non è preparata a questo tipo di richieste e stupisce che siano soprattutto le più grandi a soffrire, perché le direttive di Gdpr sono gestite centralmente, da Dpo che spesso non parlano italiano e non conoscono in maniera approfondita le operazioni locali.

D’altro canto, è altrettanto comprensibile che le Pmi siano in difficoltà con richieste dall’elevato grado di dettaglio perché se si pensa che la Nasa non aveva un sistema di auditing affidabile nei suoi laboratori, possiamo immaginare cosa accada nelle aziende con pochi dipendenti.

se l’Europa sembra molto in gamba nel creare regolamenti e leggi all’avanguardia, sembra decisamente meno brava a seguirli. Una indagine interna dell’Autority europea per la privacy sull’affidabilità dei siti Internet di Parlamento europeo, Consiglio europeo e del Consiglio dell’Unione europea, Commissione europea, Corte di giustizia dell’Ue, Europol, Autorità bancaria europea (Eba), Consiglio europeo per la protezione dei dati (Edpb), della Conferenza internazionale del 2018 dei garanti della protezione dei dati e della privacy, e della Autorità garante della privacy ha evidenziato problemi in sette siti su dieci. Il garante europeo per la privacy, Giovanni Buttarelli, si dice fiducioso che tutte le falle trovate saranno risolte in tempo per la prossima ispezione.

La situazione in Italia
Da un punto di vista della privacy nei siti della Pubblica Amministrazione, la situazione è abbastanza desolante. Oltre alla testimonianza di Fabrizio Croce che abbiamo letto all’inizio dell’articolo, risulta eclatante il caso del ministero della Giustizia che sul proprio sito di vendite pubbliche rilascia in chiaro i nomi e i cognomi delle persone coinvolte nei pignoramenti. Questo, secondo la denuncia via Twitter dell’avvocato Enrico Ferraris, rende possibile accedere ai dati di migliaia di debitori con una semplice ricerca su Google. Ferraris rende anche noto che la prima segnalazione di questo problema è stata fatta al Ministero a febbraio, ma che ad oggi ancora non è cambiato nulla, neanche la deindicizzazione dei risultati dal motore di ricerca, che sarebbe stata un manovra relativamente semplice da portare a compimento.

https://www.ilsole24ore.com/art/sicurezza-informatica-gdpr-fatica-decollare-sanzioni-ritardo-e-poche-segnalazioni-ACCePvZ


Fonte: ilsole24ore.com



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La Commissione Europea ha aperto un’indagine nei confronti di Amazon per sospetta concorrenza sleale

La Commissione Europea ha annunciato l’apertura di un’indagine nei confronti dell’azienda statunitense Amazon per sospetta concorrenza sleale. Amazon riceve da tempo critiche su come utilizza i dati raccolti sugli altri venditori – che usano il suo sito per le loro vendite – per sviluppare le sue linee di prodotti, come Amazon Basics. Il sospetto è che Amazon sfrutti i dati per capire su quali versioni dei propri prodotti puntare di più, mettendoli poi in evidenza quando si effettuano le ricerche all’interno del suo sito.

La Commissione Europea vuole indagare meglio il ruolo di Amazon, che da un lato fa da venditore diretto di prodotti e dell’altro offre una piattaforma agli altri venditori. Tra gli scopi dell’indagine c’è anche comprendere con quale criterio siano scelti i venditori che finiscono nella sezione delle pagine dei prodotti con i tasti per terminare l’acquisto. Amazon ha risposto alla notizia dicendo di volere fornire piena collaborazione alla Commissione Europea, per chiarire la propria posizione e le strategie commerciali con cui gestisce il suo sito e i servizi per gli altri venditori sulla sua piattaforma.


Fonte: ilpost.it



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Privacy e dati sensibili. Ma i nostri sanitari conoscono la legge?

Ha fatto scalpore la lettera di dimissione rilasciata da un medico dell’azienda ospedaliera di Alessandria nel quale si trovavano le seguenti informazioni: “Fuma circa 15 sigarette al dì, beve saltuariamente alcolici. Nega allergie. Omosessuale, compagno stabile”.

Sono intervenuti su queste colonne politici, esponenti di associazioni di volontariato e medici.

Il fatto che sia stata gravemente violata la legge  – anzi le due leggi – sulla riservatezza dei dati non è stato però adeguatamente commentato.

Ricordiamo allora cosa sancisce la normativa europea (Regolamento UE 679/2016, il c.d. GDPR) all’articolo 9 che pone uno specifico divieto di trattare i dati personali che rivelino la vita e l’orientamento sessuale della persona.

Non sono i soli dati a subire il divieto per evidenti motivi antidiscriminatori (vi sono, tra gli altri, anche i dati relativi alla salute, all’appartenenza sindacale, politica ecc.) e non si tratta di una novità. Oggi si chiamano dati “particolari”, nella previgente normativa si chiamavano “dati sensibili”.

E’ vietato trattarli con una serie di eccezioni tra le quali spicca “il consenso esplicito della persona” e per “tutelare un interesse vitale dell’interessato”. I dati relativi alla vita sessuale – novità del GDPR – e all’orientamento sessuale possono essere trattati solo con il consenso della persona o per “finalità di cura”.

Quest’ultima è da riferirsi al trattamento di quei dati che sono “essenziali per il raggiungimento di una o più finalità determinate ed esplicitamente connesse alla cura della salute”. Fuori da questa finalità – come sembra essere nel caso di Alessandria – per trattare quei dati ci vuole il consenso specifico dell’interessato.

Ricordiamo che per trattamento si intende una serie di operazioni tra le quali “la raccolta” (chiedere alla persona l’orientamento), la “registrazione” (scrivere nella documentazione sanitaria), “la comunicazione” (come nel caso di una lettera di dimissioni) e la “diffusione” (a destinatari indeterminati).

Laddove non si sia specificamente richiesto il consenso a scrivere l’orientamento sessuale nella documentazione si versa in un tipico caso di trattamento illecito di dati personali e come tale sanzionato dallo stesso G.D.P.R.

Bisogna inoltre precisare che il trattamento dei dati ex sensibili deve avvenire con il fondamentale principio di “minimizzazione dei dati”: i dati sono lecitamente trattati solo se “adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario” per la cura e l’assistenza. Questo principio, tra l’altro, non viene superato neanche dal consenso dell’interessato.

In una replica recente la dirigenza apicale di Alessandria specifica che viene sempre richiesto nell’anamnesi l’orientamento sessuale. Difficile pensare che possa essere “sempre” riconosciuto come “essenziale” trattare l’orientamento sessuale per tutelare l’interesse “vitale” dell’interessato e che questi dati siano da considerarsi “sempre” pertinenti.

I dati personali “particolari” ex sensibili sono da trattarsi alle condizioni che abbiamo sopra indicato e la motivazione è chiaramente di carattere antidiscriminatorio.

Stupisce l’ignoranza – inescusabile! – della normativa sulla privacy (la prima legge sulla privacy è del 1996) da parte del personale sanitario che dovrebbe, anche per disposto deontologico, proteggere la riservatezza dei propri assistiti.


Fonte: quotidianosanita.it



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WhatsApp e Telegram: privacy a rischio con l’invio di foto e file multimediali

I FILE multimediali inviati con WhatsApp e Telegram potrebbero essere manipolati. A lanciare l’allarme sicurezza per la versione Android delle app di messaggistica è la società informatica Symantec che avvisa come, nonostante i tentativi di aggiornare la crittografia da parte di entrambe i servizi, la privacy degli utenti non sia del tutto al riparo.

Il rischio è legato alla scelta di salvare i file ricevuti (foto e video) in una memoria esterna come impostazione predefinita per chi utilizza WhatsApp su dispositivi Android. Nel caso di Telegram, invece, questo accade quando è attiva la funzione “Salva in galleria”. Per proteggere i propri file dovrebbe essere sufficiente modificare le impostazioni per l’archiviazione multimediale, disattivando ”visibilità dei media” su WhatsApp e ”Salva in galleria” su Telegram.

Symantec ha notificato la falla, soprannominata Media File Jacking, ai due servizi tra i più utilizzati per lo scambio di messaggi, che contano oltre 1,5 miliardo di utenti. Questa la replica della chat verde, di proprietà di Facebook: “WhatsApp ha esaminato attentamente questo problema ed è simile alle precedenti domande sullo storage dei dispositivi mobili che hanno un impatto sull’ecosistema delle app. WhatsApp segue le migliori pratiche attuali fornite dai sistemi operativi per l’archiviazione dei media e attende di fornire aggiornamenti in linea con lo sviluppo in corso di Android. Le modifiche suggerite qui potrebbero entrambe creare complicazioni sulla privacy per i nostri utenti e limitare il modo in cui le foto e i file potrebbero essere condivisi”. Nessuna risposta da Telegram.

Tra gli scenari descritti dagli esperti di Symantec, Yair Amit Alon Gat, sfruttando la vulnerabilità individuata un intruso potrebbe riuscire a modificare i file savati dall’utente, per esempio manipolando un’immagine in tempo reale senza che questi nemmeno se ne accorga. Allo stesso modo ci si potrebbe approfittare dei file alterando gli audio (spoofing) o persino cambiare i dati di una fattura così da potere intascare un pagamento. Infine, nel caso di Telegram – il servizio ritenuto tra i più sicuri per scambiare messaggi – un malintenzionato potrebbe modificare file multimediali in un feed del canale di fiducia (limitato solo ad alcuni utenti) per comunicare messaggi falsi.

La minaccia File Media Jacking viene considerata particolarmente preoccupante dalla stessa Symantec, considerando la fiducia riposta dagli utenti nella crittografia end-to-end. Ora le app dovranno correre ai ripari per evitare che la manipolazione dei file sia a portata di molti.


Fonte: repubblica.it



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Il responsabile HACCP

La figura del responsabile dell’industria alimentare è fondamentale all’interno della filiera e ricopre una funzione organizzativa molto importante. È la persona che si occupa di elaborare, controllare e adottare il piano di controllo dell’intera catena, delle fasi di produzione, di somministrazione o di distribuzione di alimenti. Che analizza i punti di criticità della filiera, ne individua gli aspetti da migliorare e stabilisce i punti di controllo e le misure di miglioramento elaborando il piano delle verifiche.

Ogni responsabile dovrà sviluppare un piano di autocontrollo alimentare HACCP che dovrà articolarsi su alcuni contenuti minimi come: descrizione dell’azienda, ragione sociale, sede, titolare e breve descrizione dell’attività svolta (ristorazione, azienda agricola, allevamento, distributore, etc.), il gruppo di lavoro HACCP. Con la definizione dei ruoli aziendali e delle mansioni dei dipendenti, il regolamento dei processi e dei rischi per gli alimenti, la descrizione dei prodotti utilizzati.

In considerazione della complessità del ruolo e delle elevate competenze richieste anche di carattere gestionale, il responsabile dell’industria alimentare necessita di adeguata formazione.


Fonte: quotidianosicurezza.it



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UE, in Gazzetta Ufficiale la Guida sui requisiti per l’igiene dei mangimi 

E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (2019/C 225/01) la “Comunicazione della Commissione — Guida all’attuazione di alcune disposizioni del regolamento (CE) n. 183/2005 che stabilisce requisiti per l’igiene dei mangimi“.

IL documento è destinato principalmente agli operatori del settore dei mangimi e alle autorità competenti e mira a fornire orientamenti circa l’attuazione dei requisiti in materia di igiene dei mangimi, in particolare per quanto riguarda la registrazione degli stabilimenti di mangimi.

Il regolamento (CE) n. 183/2005 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 gennaio 2005, che stabilisce requisiti per l’igiene dei mangimi (di seguito «il regolamento sull’igiene dei mangimi»), fissa requisiti generali in materia di igiene che devono essere rispettati dagli operatori del settore dei mangimi in tutte le fasi della filiera, a partire dala produzione primaria dei mangimi (compresa), fino all’immissione dei mangimi sul mercato (compresa). Si applica dal 1o gennaio 2006. Successivamente all’adozione di tale regolamento, le autorità competenti degli Stati membri e i portatori di interessi hanno chiesto alla Commissione di chiarire vari aspetti. La Guida predisposta dalla Commissione intende rispondere a tali richieste, proponendosi di trattare gli aspetti oggetto delle richieste all’interno del quadro giuridico esistente. Non vengono quindi stabilite nuove disposizioni di legge, né il fine è trattare tutte le disposizioni vigenti su questi aspetti in maniera esaustiva. Inoltre, in alcuni casi la formulazione della guida relativa all’applicazione dei requisiti per la registrazione degli operatori del settore dei mangimi è intesa a spiegare il margine di manovra utilizzabile dagli Stati membri per applicare le considerazioni di gestione del rischio in base alla propria valutazione della situazione o delle condizioni sul proprio territorio.

La guida intende aiutare gli operatori del settore dei mangimi e le autorità nazionali competenti della filiera alimentare e dei mangimi a comprendere meglio e applicare correttamente e in modo uniforme il regolamento sull’igiene dei mangimi. È tuttavia importante rilevare che soltanto la Corte di giustizia dell’Unione europea è competente ad interpretare il diritto dell’Unione con efficacia vincolante e definitiva.

Per comprendere a fondo tutti gli aspetti del regolamento sull’igiene dei mangimi è fondamentale conoscere anche altre parti della legislazione dell’Unione, in particolare i principi e le definizioni contenuti nei seguenti atti:

regolamento (CE) n. 999/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, recante disposizioni per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di alcune encefalopatie spongiformi trasmissibili («regolamento EST»),

regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2002, che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare («legislazione alimentare generale»);

regolamento (CE) n. 1831/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2003, sugli additivi destinati all’alimentazione animale;

regolamento (CE) n. 882/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo ai controlli ufficiali intesi a verificare la conformità alla normativa in materia di mangimi e di alimenti e alle norme sulla salute e sul benessere degli animali;

regolamento (CE) n. 767/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 luglio 2009, sull’immissione sul mercato e sull’uso dei mangimi;

regolamento (CE) n. 1069/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009, recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano e che abroga il regolamento (CE) n. 1774/2002 («regolamento sui sottoprodotti di origine animale»);

regolamento (UE) n. 142/2011 della Commissione, del 25 febbraio 2011, recante disposizioni di applicazione del regolamento (CE) n. 1069/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano, e della direttiva 97/78/CE del Consiglio per quanto riguarda taluni campioni e articoli non sottoposti a controlli veterinari alla frontiera.

Per consultare clicca:
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=uriserv:OJ.C_.2019.225.01.0001.01.ITA&toc=OJ:C:2019:225:TOC

Fonte: ruminantia.it



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Gdpr: il Garante Privacy a supporto delle imprese

Partirà a settembre il progetto SMEDATA dedicato al Regolamento (Ue) 2016/679 – Gdpr, nato da una partnership tra il Garante per la protezione dei dati personali italiano e l’Autorità per la protezione dati della Bulgaria, con l’obiettivo di supportare le piccole e medie imprese, i professionisti impegnati nell’adeguamento ai nuovi adempimenti normativi in materia di protezione dei dati personali e i soggetti che operano nella consulenza giuridica.

Il progetto, co-finanziato da fondi della Commissione europea e sviluppato in Italia in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre, prevede una serie di importanti iniziative: l’organizzazione di seminari di formazione e convegni, lo sviluppo di uno strumento di auto-valutazione che aiuti le Pmi negli adempimenti previsti dalla normativa in materia di protezione dati, la realizzazione di una app gratuita, ricca di contenuti informativi, per rendere più semplice e immediato l’aggiornamento e l’informazione degli imprenditori, dei consulenti privacy che supportano le Pmi, oltre che per diffondere la conoscenza dei nuovi diritti garantiti dal Regolamento presso tutti i soggetti interessati.

Gli incontri formativi di SMEDATA prenderanno avvio il 18 settembre da Firenze, per poi proseguire a Salerno (26 settembre), Milano (3 ottobre), Cosenza (22 ottobre), Genova (29 ottobre) e Roma (5 novembre). Le modalità di partecipazione, il programma degli eventi e le informazioni sul progetto saranno disponibili sul sito del Garante per la protezione dei dati personali, alla pagina

https://www.garanteprivacy.it/regolamentoue/formazione/smedata.

Con SMEDATA, specificamente dedicato al settore privato, il Garante Privacy sviluppa ulteriormente l’offerta di formazione già messa in campo con il progetto T4DATA dedicato ai Responsabili della Protezione Dati (Rpd) dei soggetti pubblici.


Fonte: garanteprivacy.it



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Office 365 bandito da alcune scuole tedesche: viola le norme sulla privacy

Office 365, secondo il Garante della Privacy dello stato federale dell’Assia (Germania), viola la legge sulla protezione dei dati (GDPR) e quindi va bandito dalle scuole. Il commissario dell’HBDI a seguito di un’esame approfondito sulla nota suite Office ha scoperto che Microsoft si affida a una piattaforma cloud presente in Germania ma i dati archiviati, in base alle clausole contrattuali, potrebbero essere resi accessibili a realtà terze comprese le autorità statunitensi.

Da ricordare che Office 365 è ampiamente utilizzato nelle scuole e quindi può detenere i dati personali di bambini. “Le istituzioni pubbliche in Germania hanno una responsabilità speciale in merito all’ammissibilità e alla tracciabilità del trattamento dei dati personali”, puntualizza il Garante. “Anche la sovranità digitale dell’elaborazione dei dati statali deve essere garantita”. Un altro nodo riguarda ciò che ha segnalato l’Ufficio federale per la sicurezza delle informazioni nell’autunno 2018, ovvero la gran quantità di dati che Windows 10 e Office 365 trasmettono a Microsoft. Sebbene sia stato richiesto più volte all’azienda di fare chiarezza al riguardo, i dettagli non sono mai stati svelati alle Autorità.

“Finora, la scuola si basa sul consenso degli interessati, per quanto riguarda il digitale, e l’elaborazione dei dati personali avviene a scuola o attraverso la scuola”, prosegue il Garante. “Se il consenso dell’interessato in determinate situazioni giustifica l’elaborazione digitale, i dati personali possono essere omessi. Tuttavia, in connessione con l’uso di Office 365 nel cloud, il consenso non fornisce una soluzione, poiché la sicurezza e la tracciabilità dei processi di elaborazione dei dati non sono garantite. Pertanto il trattamento dei dati è inammissibile”.

Il problema è che anche in presenza di consenso da parte dei genitori, secondo HBDI, non verrebbero rispettati i diritti speciali di cui godono i minori in base all’articolo 8 del regolamento generale sulla protezione dei dati (DS-GVO).

L’obiettivo quindi sarebbe quello di giungere a un accordo con Microsoft per regolamentare l’accesso di terzi ai dati su cloud. Ma fino a quando non avverrà, in Assia, l’impiego di Office 365 sarà vietato. Le scuole possono utilizzare altri strumenti regolati da licenze nazionali e residenti su sistemi nazionali. HBDI però esclude anche i servizi di Google e Apple poiché poco trasparenti nella gestione dei dati.


Fonte: tomshw.it



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Incidenti sul lavoro, nel bresciano muore operaio di 58 anni schiacciato da un macchinario

Un operaio di 58 anni è morto all’interno delle Ferriere Bellicini, azienda di  Berzo Inferiore in Vallecamonica, nel Bresciano. L’uomo stava lavorando ad un macchinario quando sarebbe stato schiacciato. Sposato e padre di un figlio sarebbe andato in pensione tra pochi mesi.

Sul posto sono arrivati i vigili del Fuoco del distaccamento di Darfo con il personale della Sicurezza sul lavoro dell’Ats della Montagna e i carabinieri della compagnia di Breno, che indagheranno per ricostruire la dinamica dell’incidente.


Fonte: milano.repubblica.it

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