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Un vaccino universale per mettere ko l’influenzadownload 4

OGNI ANNO cambia il vaccino ma non copre mai al 100%. E così ci si ammala d’influenza, gli ospedali vanno in tilt, i morti, solo in Italia, sono stimati ogni anno tra i 6.000 e gli 8.000. Non è un caso che quella contro l’influenza sia l’immunizzazione più raccomandata al mondo. Dopo questa stagione influenzale, particolarmente aggressiva, il bisogno di un vaccino universale, che copra contro tutti i ceppi dei virus, è più che mai evidente. E potrebbe essere non così lontano.

Buone notizie arrivano dalla Gran Bretagna. La Vaccitech, uno spinoff dell’Università di Oxford, ha appena ricevuto quasi 30 milioni di dollari di finanziamento da Google per portare avanti la fase due della sperimentazione del suo vaccino, che nei prossimi due anni sarà testato su 2.000 persone. Mai vaccino universale ha raggiunto stadio più avanzato.

. COME FUNZIONA
A spiegarci come funziona è il professor Francesco Vitale, docente di Igiene e Medicina preventiva e presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Palermo: “Tutti i vaccini tradizionali sono formati da due antigeni, due proteine che fanno parte della struttura esterna del virus – emoagglutinina e neuraminidasi – Queste due strutture hanno la capacità di stimolare la produzione di anticorpi, ma ogni hanno una loro porzione cambia e così il virus muta e magari il vaccino approntato non copre quella mutazione. La novità del vaccino universale di Oxford è che non tiene conto di queste due proteine esterne, ma di quelle interne, del nucleo e della matrice, che non cambiano mai”. Il professore spiega meglio il concetto con un paragone: “Noi tutti all’interno siamo fatti nella stessa maniera, abbiamo un cuore, due polmoni, un fegato e così via. Ma esternamente ci differenziamo per colore della pelle, degli occhi dei capelli. Un vaccino tradizionale è come se facesse reazione contro i capelli neri. E i biondi? Si ammalerebbero. Il vaccino universale, invece, è come se facesse  reazione contro strutture interne, che non cambiano nel tempo, come il sangue che circola nelle vene”.

Secondo Vitale gli esperimenti di Oxford sono molto incoraggianti, ma resta da vedere se l’immunizzazione funzionerà su un grande numero di persone, se avrà la giusta composizione di antigeni e se gli anticorpi che forma sono davvero efficaci. Se tutto andasse bene, il prodotto potrebbe essere lanciato sul mercato nel 2024-2025, ha pronosticato Tom Evans, amministratore delegato di Vaccitech.

PERCHE’ E’ SERVITO TEMPO
Nonostante la ricerca lavori da anni per trovare il Santo Graal (come viene definito il vaccino universale), i successi sono mancati. Perché? «Gli antigeni esterni dei virus influenzali sono facilmente studiabili – prosegue Vitale – Quelli interni invece sono formati da particelle infinitamente piccole ed è piuttosto complesso analizzarli. Inoltre solo recentemente abbiamo capito quanto siano mutevoli le proteine sterne. Dal 1968 a oggi si sono verificate oltre 4.000 mutazioni e quattro pandemie».

L’APPROCCIO AMERICANO
Un’altra speranza arriva anche dall’università della California che a gennaio ha pubblicato su Science uno studio che porta vicino alla messa a punto di un vaccino universale. L’approccio è stato quello di analizzare il genoma del virus dell’influenza A e capire quale arma genetica gli permetta di aggirare le difese del nostro sistema immunitario. Gli scienziati americani l’hanno individuata e “spenta”, poi hanno somministrato il virus a furetti e topi da laboratorio che hanno dato una buona risposta immunitaria.

LE DOSI
Oggi i vaccini influenzali vanno fatti ogni anno e hanno un’efficacia del 50-60%. Quest’inverno, poi, chi ha avuto il vaccino trivalente non era coperto per uno dei due virus B che è risultato quello più diffuso. Chi ha avuto il quadrivalente non si è ammalato o ha avuto sintomi blandi, ma non esiste ancora un quadrivalente adiuvato (per soggetti fragili e anziani). Quando e se il vaccino universale sarà disponibile, basterà somministrarlo una volta, in due o tre dosi, perché duri anche per dieci anni.


Fonte: repubblica.it

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