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Perché Tim Cook vuole negli Usa una legge sulla privacy uguale al Gdpr

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Nello stesso giorno in cui in Italia Apple viene colpita da una multa dell’Antitrust per obsolescenza programmata dei dispositivi, l’amministratore delegato della casa della Mela, Tim Cook, insieme a uno dei padri di internet, Tim Berners Lee, partecipa alla quarantesima Conferenza internazionale sulla privacy, organizzata dal Garante europeo della privacy a Bruxelles. E sul palco la posizione dell’ad di Apple è chiara: ci sono problemi sulla privacy e noi vogliamo essere partner per risolverli.

Le nuove tecnologie stanno facendo cose grandiose, prevengono e combattono malattie, danno accesso a informazioni e opportunità economiche come mai era stato possibile prima”, ha detto Cook. “Ma abbiamo avuto modo di vedere anche come possano invece essere una minaccia invece che un aiuto.

Gli stessi Governi hanno approfittato della fiducia dei cittadini. Questa crisi è reale, non è un esagerazione o una pazzia. E quelli che credono in una tecnologia che possa fare il bene delle persone, non devono cedere ora.
Dobbiamo dunque farci una domanda fondamentale: in che tipo di mondo vogliamo vivere?”, ha aggiunto il manager.

Ogni giorno cerchiamo di mettere nei nostri prodotti l’elemento umano. La tecnologia non vuole nulla, spetta a noi vedere cosa possiamo farle fare. Ma dobbiamo ricordare che è la tecnologia che deve servire l’uomo, non l’opposto, ha detto Cook. E ha preso le distanze dagli altri big del club dei Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon), per l’atteggiamento con cui trattano i dati degli utenti.

Per Cook, benché la privacy sia un diritto fondamentale riconosciuto universalmente, molte aziende ancora pensano che sulla bilancia i profitti valgano di più della tutela delle informazioni personali. “Oggi lo scambio dati/privacy è esploso diventando un’arma dall’efficienza militare.Milioni di decisioni vengono prese in ogni istante in base ai nostri like, alle nostre conversazioni, ai nostri desideri e paure. I dati vengono assemblati e venduti. La conseguenza estrema è che le aziende conoscono i cittadini meglio di loro stessi. Questa sorveglianza di massa serve solo ad arricchire poche aziende che collezionano i dati”, ha detto Cook.

E ha aggiunto: “Alcune grandi aziende tecnologiche si oppongono a ogni progetto di legislazione sulla privacy. Altre si dicono favorevoli in pubblico ma hanno un’idea diversa quando le porte sono chiuse. Alcuni dicono che con troppa privacy non ci sarebbe sviluppo tecnologico. Ma questa idea è falsa. È vero il contrario, non svilupperemo il pieno potenziale della tecnologia senza la piena fiducia delle persone che la usano”.

Per l’ad di Apple la strada è seguire il modello dell’Europa con il Gdpr, che ha già ispirato leggi simili a Singapore, in Brasile, Giappone, Nuova Zelanda. “Per questo supportiamo appieno una legge federale sulla privacy negli Stati Uniti, una legge che dovrebbe garantire quattro diritti fondamentali”, ha detto Cook. Primo: la minimizzazione dei dati. Le aziende dovrebbero anonimizzare i dati personali o non chiederli proprio. Secondo: diritto alla conoscenza dei dati in possesso di un’azienda e per quali fini. Terzo: diritto di accesso. Le aziende devono riconoscere che i dati appartengono ai cittadini e devono darne loro una copia se la chiedono così come cancellarli se lo vogliono. Quarto: il diritto alla sicurezza.

Il successore di Steve Jobs conclude sottolineando l’impegno di Apple nel tutelare la privacy dei suoi clienti, anche quando le richieste vengono dall’alto. Il riferimento implicito è alla richiesta dell’Fbi del 2016 di avere accesso all’iPhone di un indiziato. Per Cook non si può pensare un futuro in cui intelligenza artificiale e privacy siano una scelta binaria bensì il contrario, bisogna pensare a un’intelligenza artificiale con alti standard sulla privacy.


Fonte: wired.it

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